Выбрать главу

Un’altra serata calda e umida. Nell’aria l’odore pesante di un temporale in arrivo. Brani di conversazione dei passanti entravano in soggiorno dalla finestra aperta.

Thorne aveva cenato in maglietta e calzoncini, con il sottofondo del frastuono di una festa dall’altra parte della strada. Non sapeva che cosa lo irritasse di più, se le urla e lo stereo ad altissimo volume, o il fatto che quegli sconosciuti si stessero divertendo tanto.

Elvis aveva ripulito il piatto leccandolo a dovere. Thorne aveva aperto una lattina di birra economica, cercando di ignorare la musica e le risate e aveva trascorso un paio d’ore a leggere. Una sera d’estate dedicata alla morte violenta.

Stava leggendo i rapporti basati sulle ricerche del CRIMINT, il database del Criminal Intelligence, in cerca di casi simili a quelli dell’omicidio di Remfry.

Holland e Stone avevano fatto un buon lavoro, consistito per lo più nel procedere per prove ed errori, restringendo le ricerche fino a trovare qualcosa di significativo. Avevano inserito parole chiave e confrontato i risultati con quelli di altre ricerche. Immettendo nel computer le parole “stupro” e “omicidio” erano venuti fuori alcuni casi in cui la vittima era di sesso maschile e i risultati erano stati sottoposti a un’ulteriore verifica incrociata con quelli ottenuti inserendo parole chiave più specifiche.

“Sodomia”. “Strangolamento”. “Cappio”. “Corda da bucato”.

Era emersa, così, una serie di omicidi insoluti che risaliva fino a cinque anni prima. Otto ragazzini brutalmente strangolati, i cadaveri abbandonati in boschi, cave di ghiaia o giardini pubblici. Un gruppo di pedofili troppo ben organizzati o troppo ben ammanicati. Imprendibili.

Un uomo assalito in casa sua. Legato con una corda da bucato, mentre la casa veniva saccheggiata, e poi picchiato a morte senza nessuna ragione apparente. Thorne pensò a Darren Ellis e ai due coniugi anziani che aveva legato e derubato.

Un catalogo di violenze sessuali e omicidi, molti dei quali ancora insoluti. I particolari più turpi ridotti a semplici dati in un archivio informatico dell’orrore. Una risorsa cui attingere nella speranza che gli orrori del passato servissero a gettare luce su quelli del presente.

Ma non quella volta.

Holland aveva, in realtà, scovato due casi di un certo interesse: un giovane di circa trent’anni, trovato nel bagagliaio di una macchina, nel 2002, violentato e strangolato con un laccio non rinvenuto. Un sessantenne assalito in un parcheggio e strangolato con una corda da bucato, nel 1996.

Entrambi i documenti erano stati esaminati attentamente e poi accantonati.

Thorne rimise i rapporti nella sua ventiquattrore e si affacciò alla finestra. Per una decina di minuti fissò la casa dove si teneva la festa, cercando senza successo di identificare la canzone che sentiva e di smettere di pensare a persone morte da anni, a un corpo che non era stato ancora sepolto e alla foto che aveva dato a Dennis Bethell.

Poi chiamò suo padre.

Dopo aver concluso la telefonata, di lì a venti, faticosi minuti, rimase in piedi con il telefono in mano, cercando di immaginare le sinapsi nel cervello del padre che si inceppavano, i pensieri che esplodevano in una cascata di scintille…

Poi queste immagini scomparvero lasciando il posto al nero del cappuccio che copriva la testa di una donna nuda e mascherava il terrore sul volto di un pallido cadavere con il sedere all’aria, sopra un materasso macchiato di sangue.

Thorne si spogliò completamente, andò in camera e si gettò sul letto. Restò per un po’ a fissare nella penombra il profilo del lampadario Ikea da una sterlina, rendendosi conto che era costato pochissimo anche perché era bruttissimo.

Il letto era duro come se fosse pieno di ghiaia.

Sentiva quel caso strisciargli addosso come un insetto, che risaliva con zampe appuntite la pellicola di sudore che gli velava il petto.

Thorne chiuse gli occhi, ricordando un momento felice su una collina coperta di felci. Ma non era sicuro che si trattasse di un ricordo. Se era accaduto davvero, i particolari si erano persi con il passare del tempo. Forse era il ricordo di un sogno o di una fantasia, o magari una scena di un film che aveva visto tanto tempo prima in cui si era identificato…

In quel ricordo, o qualunque cosa fosse, con lui c’erano sempre due persone. Un uomo e una donna, o forse un ragazzo e una ragazza. L’età di loro tre non era chiara, così come non lo era il rapporto che li univa, ma erano felici. Il luogo in cui si trovavano sembrava non essere importante. La geografia del posto era mutevole. A volte Thorne era sicuro che sotto di loro ci fosse un fiume, altre volte era una strada e il ronzio degli insetti diventava il rumore lontano del traffico.

Le uniche costanti erano le felci e la presenza di quelle due persone stese sull’erba a pochi metri da lui, la terra sotto di loro e il cielo sopra…

Sembrava che avessero mangiato qualcosa. Forse avevano fatto un picnic. Thorne si sentiva sazio, con le braccia aperte che si muovevano pigramente avanti e indietro tra le felci. Aveva il sorriso sulle labbra ed era scosso dai sussulti di una risata. Non sapeva chi o cosa li avesse fatti ridere tanto. Non era mai sicuro di nulla, se non dell’ineffabile, sconosciuta sensazione che nasceva in lui mentre ricordava. Mentre immaginava. Mentre era steso tra le felci.

I quando, i chi e i perché della sua presenza su quella collina erano così indistinti da poter essere totalmente inventati. Ma di tanto in tanto, nei momenti in cui, come adesso, si trovava immerso nella follia e nella violenza, gli sembrava un posto molto bello in cui andare.

Quando fuori iniziarono a cadere le prime grosse gocce di pioggia, Thorne affondò la testa nel cuscino e immaginò le fronde delle felci che gli accarezzavano il collo.

E quando i fari delle auto di passaggio illuminavano la stanza, Thorne sentiva il sole sul viso.

12 giugno 1976

Camminavano fianco a fianco nel centro commerciale, con i volti inespressivi, ciascuno con una borsa in mano. Una coppia che faceva shopping. Vedendoli, nessuno avrebbe potuto capire.

L’enormità dello spazio tra loro.

Il dolore che lo riempiva.

Quanto poco tempo restasse…

Toccavano oggetti nei negozi, li sollevavano per guardarli meglio, a volte facevano gli stessi commenti banali che avrebbero fatto sei mesi prima. «Questo starebbe bene in cucina.» «Quel colore ti dona.»

Entrarono come due sonnambuli in un negozio che vendeva articoli da regalo orrendi e inutili.

Dal giorno in cui si era concluso il processo, avevano continuato a ripetere i soliti gesti quotidiani. Mangiavano, uscivano a fare spese, mettevano in ordine i giocattoli, si sedevano sul divano a guardare la tivù. E i giorni passavano. L’unica novità era che lei non era più tornata al lavoro. Franklin invece era stato accolto a braccia aperte, e con tante scuse.

Fuori da un negozio, dentro un altro. Entrarono in un grande magazzino, evitando accuratamente il reparto cosmetici, dove si trovavano i profumi e, soprattutto, i dopobarba. A lei bastava sentire l’odore del Brut per avere i conati di vomito.

Erano quasi perfetti, come le vittime dell’Invasione degli ultracorpi. Erano un gioco di “scopri le differenze” impossibile da vincere. Il “prima” e il “dopo” erano, sotto ogni aspetto, identici, ma quello che loro avevano nella mente e nel cuore non era visibile, né immaginabile. Neppure da loro stessi.

Lei si era richiusa in se stessa e lui era diventato insopportabilmente gentile. In casa i loro corpi si muovevano normalmente, ma intanto i silenzi di lei e la falsa allegria di lui si inseguivano da una stanza all’altra. Intanto la follia e il sospetto crescevano e s’insinuavano ovunque.