Stone cercò di tenersi in piedi e di assicurare agli altri che si era calmato e che potevano togliergli le mani di dosso.
Thorne attraversò la stanza e si chinò su Gribbin.
L’uomo aveva la testa appoggiata contro il televisore, una mano stretta a pugno e l’altra sanguinante. Dallo schermo dietro di lui provennero un applauso e la voce di una presentatrice che invitava gli spettatori in studio a raccontare le loro vacanze da incubo.
Venti minuti dopo, sotto gli sguardi curiosi di tutti gli abitanti del complesso residenziale, Gribbin fu portato via, con un fazzoletto insanguinato premuto contro ciò che restava del suo naso.
All’ora del tè gli interrogatori preliminari erano finiti.
E anche se c’erano ancora alcuni controlli da fare, era chiaro, almeno per Thorne, che Gribbin non aveva nulla a che fare con l’omicidio di Douglas Remfry.
Il telefono squillò poco prima delle undici. E la voce poteva appartenere soltanto a una persona.
«Forse ha avuto fortuna, signor Thorne.»
«Ti ascolto, Kodak.»
«Non si ecciti troppo, perché in ogni caso dovremo aspettare alcuni giorni, ma la cosa sembra promettente. Si ricorda quando ho detto che mi sarebbe toccato fare il poliziotto al posto suo…?»
Thorne ascoltò.
Pareva davvero una buona pista, ma, dopo il fiasco con Gribbin, l’ottimismo era quasi completamente svanito.
Finita la telefonata, Thorne andò a stendersi a letto.
L’aria cominciava a rinfrescare.
Sotto di lui, le felci erano umide e, sopra, il cielo imbruniva.
3 agosto 1976
«Puzzi. Puzzi come la morte. Puzzi maledettamente…»
Gli occhi di lei erano vuoti. Nessun dispiacere per l’accusa, nessuna smentita, nessun segno di dolore per la posizione cui lui la costringeva, opprimendola con il suo peso sul letto.
Lui si sollevò, ritraendosi da lei. A un’estremità del letto c’era il vassoio con il cibo. Intatto.
«Sono stufo, cazzo!» esclamò. «Vuoi morire di fame? Fai pure. Ma non costringermi a cucinare per te inutilmente.»
Lei si sollevò sul cuscino e fissò lo sguardo su di lui, ma senza vederlo.
«Che cosa?» urlò lui. «Che cosa?»
La osservò per un minuto. Il suo viso era così inespressivo, che per lui era facile immaginare, creandola dal nulla, l’espressione che avrebbe dovuto avere in quel momento. Sguardo basso, labbra strette, mascelle serrate. L’espressione della vergogna.
Afferrò il piatto e lo gettò contro la parete sopra la sua testa. Lei non mosse un muscolo.
Sulla soglia, lui si voltò a fissarla in quegli occhi vitrei. I fagioli scivolavano lentamente lungo la parete alle sue spalle.
«In tribunale hanno cercato di dimostrare che tu sei stata violentata, sì, ma in fondo è stato un po’ come se te la fossi cercata. Il vestito e altre cose. Volevano dire che forse hai flirtato con lui. Ma non sapevano come fosse andata davvero. Io lo so. Sei stata tu a trascinarlo in quel fottuto magazzino e a chiedergli di farti tutto ciò che voleva…»
Chiudendo la porta della camera, udì la moglie che ripeteva in continuazione la stessa parola.
«Se… se… se…»
Lei non poteva sentirsi mentre lo diceva. Da molto tempo, l’urlo che le risuonava dentro la testa era tutto ciò che riusciva a sentire.
CAPITOLO 8
Thorne giunse in fondo a Charing Cross Road. Erano le undici del mattino e faceva un caldo pazzesco. Mentre imboccava Old Compton Street, si tolse la giacca e se la ripiegò sul braccio.
Soho era una zona difficile da definire. Bohémien o squallida? Caratteristica o semplicemente sporca? Probabilmente adesso era tutte quelle cose insieme. A quarant’anni e passa di distanza, i delinquenti che l’avevano tenuta in pugno negli anni Cinquanta e Sessanta erano diventati trendy. Grazie alla nuova ondata di film sui gangster inglesi, Billy Hill, Jack Spot e i loro uomini, con i loro vestiti impeccabili e i capelli imbrillantinati, si erano trasformati in icone. Ma erano stati loro, e i loro emuli degli anni Settanta, a spingere la gente del quartiere ad andarsene, a fermare il cuore di Soho.
Poi, soprattutto grazie al popolo gay, quel cuore aveva ripreso a battere. Adesso Soho era una delle poche zone della città in cui si respirava un’autentica atmosfera di comunità, che neppure l’attentato al pub Admiral Duncan di qualche anno prima era riuscito a guastare. Thorne non poteva dire di essersi sentito completamente a suo agio le poche volte che Phil Hendricks lo aveva portato a bere da quelle parti. Ma non poteva neppure negare che l’atmosfera fosse piacevole.
Superò Greek Street, Frith Street, il teatro Prince Edward e il Ronnie Scott’s. Fuori dalle caffetterie, giovani uomini sedevano ai tavolini, approfittando del caldo per mettere in mostra corpi muscolosi. Soho era ancora un ottimo posto dove mangiare e bere, ma adesso per ogni Bar Italia c’era uno Starbucks o un Costa Coffee. Per ogni rosticceria a gestione familiare, c’erano due Prêt-à-manger…
Improvvisamente Thorne si rese conto di avere fame. Non aveva il tempo di fermarsi a mangiare, ma sapeva che se avesse pranzato troppo tardi avrebbe potuto rovinarsi la cena ed era un rischio che non intendeva correre.
«Cenare insieme?» aveva detto Eve al telefono. «Perché no? Ormai abbiamo già pranzato e fatto colazione insieme…»
All’angolo di Dean Street c’era un negozio che vendeva feticci. Thorne si fermò a osservare la vetrina. Un manichino vestito di gomma, con un collare borchiato e una maschera antigas sul viso.
Quella vista gli ricordò le foto di Jane Foley e il motivo per cui si trovava lì.
Guardò l’orologio. Era in ritardo.
«Ha guardato bene quella foto?» gli aveva chiesto Bethell al telefono.
«In che senso?»
L’altro era evidentemente compiaciuto di sé. «Voglio dire, l’ha studiata…?»
«Senti, sono stanco e ho avuto una brutta giornata, perciò non farla tanto lunga.»
Ma Bethell aveva continuato. «L’ha fatta analizzare in un laboratorio? L’ha osservata con un ingranditore? L’ha scomposta in pixel…?»
«Questo è il dipartimento di polizia, Kodak. Non ho neppure un fottuto ventilatore nel mio ufficio…»
«Io invece ho buone apparecchiature. Bene, le ho usate per esaminare la foto e… tombola!»
«Cosa?»
«È stata scattata contro uno sfondo bianco, giusto? Il solito telo avvolgibile. Ora, c’è un piccolo segno sull’angolo in basso a destra che sembra una macchia, si ricorda?»
«No…»
Thorne svoltò a destra, e poi subito a sinistra in Brewer Street. Lì, più che in qualunque altra strada di Soho, era possibile vedere fianco a fianco il sordido e il sofisticato. Il sushi bar e il peepshow. La sala di massaggi shiatsu e un locale dove si praticavano massaggi di tutt’altro tipo…
Una bionda dall’aria annoiata lo invitò a entrare in un locale che prometteva “azione dal vivo”.
«Entra, amore, dai» gli disse. Thorne sorrise e scosse la testa. Lei fece una faccia come se non gliene importasse nulla. Che l’industria del sesso mirasse da sempre al profitto era risaputo, ma Thorne aveva conosciuto professioniste del settore capaci di mascherarlo ad arte. Aveva letto, poi, di una puttana leggendaria chiamata Miss Corbett, che lavorava in quelle strade nel XVIII secolo e faceva pagare agli uomini una ghinea extra per ogni centimetro che mancava al loro “albero della cuccagna” per raggiungere i ventidue da lei ritenuti soddisfacenti.