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Adesso, comunque, non era più la buoncostume a percorrere quelle strade ogni notte, ma l’antidroga. I cani facevano un buon lavoro, ma secondo Thorne era una perdita di tempo.

Spreco di sforzi e di risorse, solo per inchiodare qualche drogato e magari un piccolo spacciatore, se si aveva un colpo di fortuna…

«Lei ripete spesso di aver bisogno di un colpo di fortuna, no?» gli aveva detto Bethell.

Thorne era sdraiato sul divano, con il ricevitore premuto contro l’orecchio e una mano intenta a grattare la pancia di Elvis. «Vuoi venire al punto, sì o no, Kodak?»

«Il punto è che stavolta ha avuto il suo colpo di fortuna, signor Thorne. Ho passato la foto allo scanner, l’ho trasferita sul mio computer e l’ho ingrandita parecchio. Si può fare qualunque cosa, se l’originale è di buona qualità.» La voce di Bethell si era fatta ancora più acuta per l’eccitazione. «Insomma, l’ho scomposta in pixel, ho zoomato su quella macchia e ho capito cos’era. L’ho riconosciuta.»

«Riconosciuta?»

«È una bruciatura sul telo dello sfondo. E l’ho riconosciuta perché ero lì quando si è prodotta. Stavo fotografando un gioco a tre, nove mesi fa, e una troia con in corpo qualche pasticca di troppo ha fatto cadere una lampada. Sarebbe potuto succedere un vero casino, ma per fortuna l’unico danno è stato quella bruciatura. E il taccagno che gestisce lo studio non si è mai preoccupato di cambiare il telo.»

Thorne si era messo a sedere sul divano e aveva ascoltato con attenzione. «Nome e indirizzo del taccagno sarebbero un’ottima informazione.»

«Charles Dodd. Charlie, in realtà, anche se a lui non piace. Vuole fare il fine, ma viene da Canvey Island.»

«Kodak…»

«Lo studio è sopra una pescheria, in Brewer Street.»

Thorne conosceva il posto. «Bene, ora ascolta…»

«Dovrà aspettare qualche giorno, signor Thorne. Dodd è in Europa. Ho controllato.»

Thorne si era messo a pensare ad alta velocità. Era una buona idea aspettare? Non sarebbe stato meglio ottenere un mandato e perquisire lo studio mentre Dodd era assente?

«Mi sembra di aver fatto un buon lavoro, signor Thorne» aveva detto Bethell. «Cosa ne pensa?»

«Voglio che mi chiami immediatamente, appena torna.»

Ora, tre giorni dopo quella conversazione, Thorne osservava Dennis Bethell che, sull’altro lato della via, sfogliava libri d’arte in una libreria nel cui seminterrato probabilmente era in vendita anche parecchio materiale “artistico” di sua produzione.

Mentre si accingeva ad attraversare la strada, Thorne fu urtato da un uomo che veniva da sinistra a passo svelto e, con una reazione tipicamente britannica, fu lui a chiedergli scusa.

L’altro grugnì, sollevò una mano e proseguì per la sua strada.

Bethell gli fece un segno da dentro la libreria. Thorne rispose con un cenno del capo e si avviò. Bethell mise giù un libro di nudi e lo seguì.

Welch ridacchiò mentre percorreva Wardour Street. Aveva imparato varie cose in prigione. Una era non scusarsi mai. Un’altra era come riconoscere un poliziotto a colpo d’occhio…

Da quando era stato rilasciato, camminava molto. L’ostello era deprimente, mentre fuori il tempo era meraviglioso e le donne che se ne andavano in giro mezze nude erano splendide. Arrapanti.

Lungo tutta la strada c’erano locandine di film esposte nelle vetrine dei negozi. A Welch piaceva andare al cinema. Ci era andato anche la sera prima di essere arrestato. The Blair Witch Project. Ricordava bene come lei gli si era stretta contro durante le scene raccapriccianti, come gli aveva tenuto stretto il ginocchio. Tutti segnali che lui aveva capito al volo. Ma più tardi quella troia aveva cambiato parere. Aveva cercato di prenderlo per il culo.

Quel modo di fare delle donne non finiva di stupirlo. Portavano un uomo allo spasimo, lo eccitavano fino a fargli quasi esplodere le palle e poi tutt’a un tratto dichiaravano che non ne avevano voglia, che era troppo presto, o altre stronzate del genere.

Lui, però, non ci aveva creduto. Aveva pensato che lei semplicemente non volesse dargli l’impressione di essere una puttana e che avesse solo bisogno di una piccola spinta…

Poi era rimasto a bocca aperta quando, il pomeriggio del giorno dopo, era andato ad aprire la porta e si era trovato davanti la polizia. E mentre gli prendevano le impronte digitali, non aveva fatto altro che scuotere la testa.

Il poliziotto maschio, il sergente, pensava che fosse tutta una perdita di tempo. Era evidente. Quando Welch aveva raccontato come si era comportata quella puttana al cinema, il sergente aveva annuito. Ma la sua collega gli era stata ostile fin dall’inizio. «Sei bravo a interpretare i segnali, eh?» aveva detto, accendendo il registratore portatile. «Allora dimmi cosa sto pensando in questo momento.»

«Che ti piacerebbe scopare con me, se non fossi lesbica?»

Si vide sorridere nel riflesso di una vetrina, ricordando la faccia che aveva fatto la donna. Ma il sorriso svanì quando ripensò all’espressione di quella stessa donna in tribunale, il giorno in cui era stato condannato.

Nella vetrina successiva c’era una locandina dell’ultimo film con Bruce Willis. Un missile, il sorriso insolente di Bruce e una bionda dalle tette rifatte. Forse sarebbe andato a vederlo la settimana dopo, quando finalmente sarebbe arrivato l’assegno del sussidio di disoccupazione. Per il momento era meglio risparmiare. I pochi soldi che aveva non sarebbero durati ancora a lungo, soprattutto perché l’indomani avrebbe dovuto spenderne buona parte per pagare l’hotel…

«Sei sicuro che ci sia?»

«C’è, signor Thorne. È tornato ieri dall’Olanda. Era andato a rifornirsi di materiale.»

Thorne annuì. I fiori non erano l’unica cosa che arrivava dall’Olanda…

Si trovavano di fronte alla pescheria. L’insegna al neon del Raymond Revue Bar illuminava di riflessi rossi e blu i salmoni, le aringhe e i rombi. Accanto al negozio, una stretta porta marrone.

Bethell affondò le mani nelle tasche dei pantaloni di pelle, spostando il peso da un piede all’altro. «Bene, ora è meglio che io me ne vada…»

Thorne tirò fuori il portafoglio, chiedendosi se i pantaloni così attillati di Bethel non avessero qualcosa a che fare con il suo modo di parlare in falsetto. Contò cinque banconote da dieci e gliele allungò. Bethell a sua volta gli passò una busta. «Le restituisco la foto…»

Thorne indietreggiò di un passo ed esaminò la busta in controluce. «Sarebbe meglio che io non vedessi mai questa immagine su Internet, okay?» disse.

Bethell fece una risatina stridula. «Non sapevo che visitasse quel tipo di siti.» Thorne si stava già avviando verso la porta marrone. «Senta, non farà il mio nome, vero?»

Thorne si voltò. «Come? Non posso entrare e dire: “Mi manda Dennis”?»

«No, davvero…»

«Tranquillo, Kodak. La tua reputazione resterà intatta.»

Thorne premette il sudicio bottone del citofono e fece un passo indietro. Guardò in alto, verso una tenda grigia che rimase immobile, e poi a destra, dritto nell’occhio nero di un brutto pesce nella vetrina della pescheria. Il negozio aveva un aspetto antiquato, ma i prezzi erano perfettamente aggiornati.

«Sì…?»

«Signor Dodd? Vorrei noleggiare il suo studio per qualche ora, possiamo parlarne con calma?»

Seguì un’attesa carica di sospetto, in cui Thorne si trovò a guardare di nuovo l’occhio del pesce.

Poi il portone si aprì.

Charlie Dodd lo aspettava in cima a un’angusta rampa di scale. Era un uomo sulla cinquantina, con le labbra sottili e il riporto. Sorrise, cercando di sembrare cordiale, ma di fatto gli sbarrò l’accesso.