Quando Thorne gli mostrò il distintivo, il sorriso diventò una smorfia. «Ha un mandato?»
«Non ne ho bisogno. È stato lei a farmi salire.»
«Ascolti, lei evidentemente non è uno dei ragazzi dell’ispettore capo Davey. È tutto a posto…»
Molte cose, a Soho, non erano cambiate affatto negli ultimi quarant’anni. Thorne prese nota mentalmente di quel nome, mentre superava Dodd e spingeva la porta di legno grezzo.
Dodd lo seguì all’interno. «Vuole almeno dirmi come si chiama?»
Lo studio non era più grande di una camera matrimoniale e il mobile principale era proprio un letto a due piazze.
Ma le analogie con una stanza da letto normale finivano lì. Le pareti erano dipinte di nero e luci di vario tipo pendevano da sbarre fissate al soffitto. Thorne pensò che l’assortimento di vibratori e costumi erotici che aveva davanti a sé si poteva trovare forse solo nelle camere da letto di alcuni importanti membri del parlamento.
Un uomo con una telecamera in spalla si voltò verso di loro. Dietro il letto, Thorne vide lo sfondo bianco con la bruciatura nell’angolo in basso a destra. Sul letto c’erano due ragazze magre. Una allungò una mano verso un pacchetto di sigarette sul pavimento. L’altra fissò Thorne con un’espressione assente.
«Cosa succede?» disse l’uomo con la telecamera.
Thorne sorrise. «Continui pure, non si preoccupi di me.»
Dodd fece un gesto con la mano per segnalare che era tutto a posto e poi si rivolse a Thorne. «Non stiamo facendo nulla di illegale, perciò perché non si toglie dai piedi?»
«E che mi dici della roba che hai appena portato dall’Olanda, Charlie?» Thorne lo prese per un braccio, spingendolo in un angolo. «Oh, scusa, so che preferisci essere chiamato Charles…»
Gli occhi acquosi di Dodd si strinsero, mentre la sua mente cercava di individuare l’autore della soffiata. «Cosa vuole?»
Thorne estrasse la foto dalla busta. «Questa foto è stata scattata qui» disse, tendendogliela. «Voglio soltanto sapere chi l’ha scattata. Niente di troppo difficile.»
Dodd scosse la testa. «No, non si tratta del mio studio.»
Thorne gli si avvicinò fino a sentirne l’odore di sudore e lozione per capelli. Indicò con un dito la macchia sulla foto, poi sollevò la testa di Dodd e la puntò verso la bruciatura sul telo bianco. «Guardala meglio, Charlie…»
Dodd tornò a osservare la foto.
L’uomo con la telecamera si era rimesso al lavoro e spiegava alle due ragazze le posizioni che dovevano assumere. Una delle due iniziò a gemere in modo teatrale, senza smettere di fumare e di fissare il soffitto, mentre la telecamera zoomava sulla testa dell’altra affondata tra le sue gambe.
«Se è stata fatta qui, allora è successo mentre io non c’ero» concluse Dodd, restituendo la foto a Thorne. Indicò il letto con un cenno del capo. «Per roba di routine come questa di solito sono qui, ma ci sono anche casi in cui i clienti preferiscono non avermi intorno a ficcare il naso. Capisce cosa voglio dire? Pagano bene per il noleggio dello studio, perciò…»
«Balle» tagliò corto Thorne, spingendogli la foto davanti al viso. «Vedi animali qui, Charlie? O bambini?»
Dodd allontanò il braccio di Thorne e scosse la testa.
«Questa non è roba forte, Charlie. E ce n’è tutta una serie, perciò fa’ lavorare la memoria.»
Dodd cominciava a mostrarsi agitato. Si passò le mani tra i capelli radi. «Io non c’ero, vuole capirlo? Me ne ricorderei, altrimenti. Ricordo ogni singolo scatto fatto in questo studio e, come ha detto lei, questa è una foto abbastanza innocua, perciò non avrei nessun motivo di mentire.»
Sul letto, la ragazza che fumava si chinò a spegnere la cicca in un portacenere. L’uomo con la telecamera si avvicinò ulteriormente. «Avanti» disse all’altra. «Ficcale la lingua nel culo.»
«Allora cerca di ricordare chi ti ha chiesto di toglierti dalle palle durante una seduta fotografica, negli ultimi sei mesi.»
«Cristo, ma lo sa quanta gente affitta questo posto?»
«Questo non è un cliente abituale. Probabilmente è venuto una volta sola.»
«Sì, ma…»
«Un uomo e una ragazza. Pensaci…»
L’uomo con la telecamera sferrò un calcio irritato al bordo del letto e si voltò. «Volete piantarla, voi due? Sto registrando in presa diretta, porca miseria!»
La ragazza che lavorava di lingua sollevò la testa e fissò Thorne. Le luci la facevano sembrare ancora più pallida, accentuando l’effetto della droga che aveva preso.
Dodd riprese a parlare e Thorne fu felice di poter distogliere lo sguardo.
«C’è stato un tizio, circa cinque mesi fa. È venuto una volta sola. Voleva lo studio per un paio d’ore. Di solito, anche quando chiedono che io me ne vada, mi trattengo qualche minuto per sistemare le luci, ma lui disse che avrebbe fatto tutto da solo, che sapeva usare le apparecchiature.»
«E la ragazza?»
«Non ho mai visto nessuna ragazza. Quell’uomo era solo.»
«Dammi un nome.»
Dodd sbuffò, irritato. «Ma certo, adesso controllo il registro. Anzi, magari chiedo alla mia segretaria di farlo. Ma che cazzo…»
Thorne fece un passo verso la porta. «Mettiti la giacca, Charlie. Ho bisogno di un identikit di quell’uomo e sarà bene che la tua memoria per le facce sia buona quanto quella che hai per culi e tette.»
«Mi dispiace, amico, ma non ci sarà nessun identikit. Il motivo per cui mi sono ricordato di lui è proprio che all’inizio l’avevo preso per un pony express, o qualcosa del genere. Era vestito di pelle dalla testa ai piedi e portava un casco dalla visiera scura…»
Thorne capì subito che Dodd diceva la verità. Sentiva come una forte pressione alla base della testa. Il suo colpo di fortuna che andava in malora.
«Devi averlo visto più di una volta, di sicuro.»
«Due volte. Quando è venuto a noleggiare lo studio e il giorno in cui ha scattato le foto.» Dodd cominciava ad assumere un’aria leggermente compiaciuta. «Ma tutte e due le volte aveva il casco in testa. Ricordo perfettamente come se ne stava lì sulle scale, tutto vestito in pelle come un fottuto killer, in attesa che io me ne andassi…»
Dall’altra parte della stanza, si udì il ronzio di un vibratore. L’uomo con la telecamera aveva ripreso a girare.
Thorne si voltò e spalancò la porta. Avrebbe raccolto in seguito la deposizione firmata di Dodd, per quello che valeva. Era andato a sbattere contro un altro muro. Un muro che gli sembrava solido e dipinto di nero proprio come quello del postaccio da cui era appena uscito.
Scese le scale a due gradini per volta, senza riuscire a scacciare l’immagine che gli si era fissata nella mente: il viso di quella ragazza sul letto quando aveva alzato lo sguardo su di lui, la bocca e il mento umidi e gli occhi neri e morti come quelli del pesce nella vetrina della pescheria.
10 agosto 1976
Era la prima volta da molto tempo che lei aveva una reazione di qualche tipo.
Lui non se lo aspettava e, in un certo senso, la cosa gli fece piacere.
Vedere la sua bocca aprirsi leggermente, i suoi occhi spalancarsi nell’osservare la mano di lui che si stringeva intorno alla base della lampada.
«Per favore» disse. «Per favore…»
Nei pochi istanti in cui tenne la lampada sollevata sopra la testa, lui pensò ai diversi significati che quell’espressione poteva avere, a seconda di come veniva pronunciata.
Per favore, non farlo.
Per favore, fallo.
Per favore, non smettere.