Per favore, fammi godere.
Per favore, per favore…
Mentre le abbatteva addosso la lampada con tutta la forza che aveva in corpo, pensò che quelle due parole fossero le più appropriate in vista della morte.
Se non altro, per come le aveva pronunciate ora, erano sincere.
A ogni colpo i suoi pensieri si facevano più chiari, meno annebbiati.
Finché, quando ormai lei era irriconoscibile, riuscì a ricordare dove aveva visto l’ultima volta il cavo da traino, nel garage.
CAPITOLO 9
Quel tremendo iato tra l’arrivo e il momento in cui cominciava ad accadere qualcosa…
Presto, fu loro spiegato, dai vassoi del buffet sarebbe stata tolta la pellicola trasparente e presto il deejay sarebbe partito con la musica. Fino a quel momento, al bar c’erano centocinquanta sterline di aperitivi già pagati, perciò tutti potevano farsene almeno un paio e brindare ancora una volta agli sposi, mentre aspettavano che avesse inizio il divertimento…
Purtroppo, al bar di quel club del rugby la gente era poca e il rumore non formava un confortante paravento dietro cui Thorne potesse nascondersi. Prese una pinta di birra amara per suo padre, una mezza di Guinness per sé e si rifugiò nell’angolo più appartato che riuscì a trovare. Si sedette e si sforzò di provare entusiasmo per le uova alla scozzese, il pasticcio di maiale e l’insalata di pasta. Sollevava il bicchiere alla salute di tutti coloro di cui incrociava lo sguardo e faceva del suo meglio per non sembrare annoiato, o, peggio ancora, triste.
Suo padre, invece, sembrava perfettamente a proprio agio. Seduto su una sedia accanto al bancone del bar, raccontava barzellette a una coppia di adolescenti, che sorridevano educati sorseggiando i loro drink. E informava ogni donna di passaggio che lui aveva la memoria di un pesce rosso, a causa di quella malattia dal nome strano… Come si chiamava? Lo aveva dimenticato. E chiedeva con una strizzata d’occhio di perdonarlo se era andato a letto con qualcuna di loro e ora non se ne ricordava.
Thorne era felice di vederlo così in forma, soprattutto dopo la telefonata del giorno prima, che aveva messo fine alla sua serata con Eve Bloom…
Il tavolo di pino naturale in cucina era apparecchiato per quattro, ma Thorne non aveva ancora incontrato gli altri due commensali. Eve, intenta ai fornelli, si girò verso di lui.
«Nel caso te lo stessi chiedendo, sono chiusi in camera.» Abbassò la voce fino a un sussurro. «Credo che abbiano litigato…»
Thorne stava versando il vino in due bicchieri. «Ah» disse, anche lui in un bisbiglio. «Una lite seria? Significa che ceneremo da soli?»
Eve si avvicinò al tavolo e prese il suo bicchiere di vino. «Non credo proprio. Ben non è il tipo da saltare la cena per una discussione. Alla salute.» Bevve un sorso e posò il bicchiere accanto ai fornelli, vicino a una serie di padelle di rame. Fece un cenno con il capo in direzione delle voci irritate che provenivano da qualche punto dell’appartamento. «E comunque a loro piace litigare. Sono liti un po’ violente, ma di solito durano poco.»
«Violente?» ripeté Thorne, in un tono che cercò di far sembrare casuale.
«Non nel senso che credi tu. Parecchie urla, oggetti buttati a terra… tutta roba infrangibile, però.»
Thorne la fissò. Eve gli voltava di nuovo la schiena, occupata con la cena. Aveva le spalle brune, che contrastavano piacevolmente con il color crema del suo top.
«Io invece sono di quelle che sopportano a lungo,» disse Eve «e poi esplodono tutto in un colpo.»
«Farò attenzione a non provocarti.»
«Non preoccuparti: se accadrà, te ne accorgerai di sicuro…»
Thorne si guardò intorno nella cucina. Un paio di locandine di film in bianco e nero incorniciate. Teiera, tostapane e frullatore in acciaio cromato. Un grande frigorifero dall’aria costosa.
Il negozio rendeva bene, evidentemente, anche se Thorne non sapeva quali oggetti fossero di Eve e quali della sua coinquilina. Quasi certamente la collezione di erbe in vasi di terracotta era un contributo di Eve, così come l’elenco di nomi latini (probabilmente di fiori da ordinare) scarabocchiati sull’enorme lavagna che occupava un’intera parete. Thorne notò con soddisfazione il proprio nome e numero di cellulare nell’angolo in basso a sinistra.
«E qual è il motivo della lite dei tuoi amici, se posso chiederlo? Nulla di serio, spero…»
Eve si voltò, leccandosi le dita. «Hai presente Keith, quello che mi dà una mano in negozio, il sabato? Be’, era qui quando Ben è arrivato. Ben è convinto che abbia una cotta per Denise e lei gli ha detto di non fare il cretino…»
Thorne ricordò il modo in cui Keith l’aveva guardato mentre parlava con Eve nel negozio. Probabilmente Denise non era l’unica persona per cui aveva una cotta…
«E tu cosa ne pensi?» chiese. «Di Keith e Denise…»
Si udì il cigolio di una porta e un attimo dopo entrò in cucina una donna snella e bionda. Era a piedi nudi e indossava un gilè da uomo e un paio di calzoncini mimetici. Si avvicinò a Eve da dietro e le diede un generoso pizzicotto sul sedere. «Cazzo, che odorino!»
Poi si voltò verso Thorne. Aveva i capelli più corti e più chiari di Eve e, per quanto magra, rivelava braccia e spalle ben definite. I lineamenti delicati del volto erano trasfigurati dall’enorme sorriso che si allargava da una guancia all’altra.
«Ciao, tu sei Tom, vero? Io sono Denise.» Attraversò la cucina, strinse la mano tesa di Thorne e si lasciò cadere su una sedia. «Preferisci Tom, Thomas, o cosa?» Prese la bottiglia di vino e se ne versò un bicchiere.
«Tom va bene.»
«Eve non fa altro che parlare di te, sai?» disse nel tono confidenziale di una vecchia amica. Thorne non sapeva che cosa replicare, così si limitò a bere un sorso di vino. «Tom qui, Tom là» continuò Denise. «Una cosa nauseante. Sono certa che l’unico motivo per cui ora ci dà risolutamente le spalle è che è rossa come un peperone.»
«Piantala, Den» disse Eve ridendo, senza voltarsi.
Denise tracannò un sorso di vino e rivolse a Thorne un altro dei suoi formidabili sorrisi. «Quindi stasera abbiamo a cena un cacciatore di assassini, in carne e ossa.»
Thorne aveva bisogno di rilassarsi, dopo la mattinata a Soho. E quella donna, evidentemente matta come un cavallo, era divertente.
«In questo momento, sono un cacciatore con il carniere vuoto…»
«Tutti abbiamo i nostri periodi difficili, Tom. Domani probabilmente ne prenderai un intero branco.»
«Me ne basterebbe uno solo…»
«Già» disse Denise, sollevando il bicchiere come per un brindisi. «Uno di quelli grossi.»
Thorne lanciò un’occhiata verso Eve e lei dovette sentirla, perché si voltò e sorrise. Thorne, allora, si rivolse a Denise. «E tu che lavoro fai?» “Attrice, poetessa, artista…” pensò, fissando il piccolo piercing a diamante che aveva nel naso.
Lei alzò gli occhi al cielo. «Tecnico informatico. Una noia mortale.»
«Be’…»
«No, non dire niente. Ho già visto il tuo sguardo appannarsi. Ma come credi che mi senta, io, circondata tutto il giorno da fanatici del Signore degli anelli, che si scambiano battute su floppy e hard…»
Risero.
In quel momento un uomo, che secondo i calcoli di Thorne doveva essere Ben, entrò in cucina e Denise smise subito di ridere. L’uomo andò ad appoggiarsi contro il piano di lavoro accanto ai fornelli e cominciò a mordicchiarsi un’unghia. «Ciao» disse, rivolto a Thorne.
«Ciao. Tu sei Ben?»
Fu Denise a rispondere, mentre si versava dell’altro vino. «Già, lui è Ben» confermò, rivolgendo all’uomo un sorriso acido che lo ferì. Eve lanciò uno strofinaccio addosso all’amica. «Ora basta, voi due, piantatela!» Si allungò verso Ben e gli diede un bacio su una guancia. «Tra cinque minuti è pronto.»