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Ben aprì il frigorifero, prese una lattina di birra e chiese a Thorne: «Ne vuoi una?».

Thorne sollevò il bicchiere di vino. «No, grazie.»

Ben andò a sedersi accanto a lui, passando alle spalle di Denise. Era alto e abbastanza atletico, aveva i capelli biondi ondulati, il pizzetto e le basette ben scolpite. Si vestiva come un quindicenne, ma doveva avere almeno trent’anni. «Ben Jameson» si presentò, tendendo la mano.

Thorne si presentò a propria volta, sentendosi un po’ fuori posto, con i suoi pantaloni lunghi e la polo.

«Ho una fame da lupo» disse Ben.

«Ottimo» ribatté Eve, portando i piatti in tavola. «Ho preparato un sacco di roba.»

Per circa mezzo minuto gli unici rumori furono quelli di piatti e posate e di sedie che si spostavano sul pavimento, mentre la cena veniva servita.

«Ha un magnifico aspetto» commentò Thorne.

Grugniti e cenni di assenso da parte di Denise e Ben, sorriso di Eve, poi silenzio. Thorne si voltò verso Ben. «Sei anche tu un tecnico informatico?»

«Come, scusa?»

«Mi chiedevo se tu e Denise vi foste conosciuti al lavoro…»

«Oh, no. Io sono un regista.»

«Hai fatto qualche film che posso aver visto?»

«Non credo, a meno che tu non sia un appassionato di video aziendali» intervenne Denise.

Thorne sentì che il suo piede premeva qualcosa, sotto il tavolo. Sperò che si trattasse del piede di Eve. Lei lo fissò…

«Eh, già, questo è ciò che faccio al momento» disse Ben, tamburellando con la forchetta contro il piatto. «Ma ho anche un mio progetto, che sto cercando di far decollare.»

Denise appoggiò una mano sopra la sua, interrompendo il tamburellare della forchetta. «Ma certo, caro» disse, in tono condiscendente. «Certo che hai un tuo progetto…»

«E tu, che mi dici, Den?» replicò Ben senza alzare gli occhi dal piatto. «È successo qualcosa di interessante, ultimamente, dalle tue parti? Qualche nuovo virus, o un hard disk che è saltato, lasciando tutti con il fiato sospeso…»

Thorne infilzò una forchettata di pasta e scambiò un’occhiata con Eve, che gli sorrise stringendosi nelle spalle. Denise e Ben evitavano di guardarsi. A quanto pareva, la lite era ufficialmente finita, ma entrambi avevano ancora intenzione di mettere a segno qualche punto.

«Adesso basta» disse Eve, incrociando le braccia. «O voi due vi scambiate subito il bacio della pace, o vi togliete dalle palle e ve ne tornate in camera. Potete sempre ordinarvi una pizza…»

Non appena Denise e Ben alzarono lo sguardo su Eve, che si sforzava di mantenersi seria, la tensione tra loro si sciolse e in men che non si dica erano l’uno nelle braccia dell’altro a scambiarsi baci e carezze. Si scusarono senza imbarazzo anche con Eve e con Thorne, il quale rimase colpito dalla solida amicizia che univa quei tre.

Sorrise, respingendo con un cenno della mano le loro scuse, e provò una punta d’invidia.

Quando squillò il suo cellulare, Denise si protese verso di lui, eccitata. «Potrebbe essere il primo assassino da mettere nel carniere, Tom.»

Thorne si irrigidì quando vide il nome che apparve sul display. Per un attimo pensò di alzarsi e andare in un’altra stanza per rispondere, fingendo che si trattasse davvero di una chiamata di lavoro. Poi decise di non essere troppo drammatico, si scusò e si mise in ascolto.

«È un disastro, Tom. Un vero disastro. Ho cercato di sistemare tutto per domani. Per il viaggio. E ho scoperto che c’è un problema con l’abito blu…»

Mentre Eve e i suoi amici fingevano di ignorarlo, Thorne ascoltò il padre passare dal panico all’isteria più completa in meno di un minuto. Quando cominciarono i singhiozzi, allontanò la sedia dal tavolo e si alzò, tenendo lo sguardo fisso sul pavimento.

«Ascolta, papà, sarò lì domani mattina presto, non preoccuparti.» Si avvicinò alla finestra della cucina e fissò la luce del molo di Canary, che sembrava ammiccargli. Si domandò che cosa avrebbe dovuto fare.

Eve si alzò e gli si avvicinò, mettendogli una mano sul braccio.

«Va bene, papà» disse Thorne. «Passo un attimo da casa a prendere la mia roba, ritiro la macchina a noleggio e vengo subito da te.»

La puttana alla reception fissò Welch come se fosse un pezzo di merda attaccato alle scarpe di qualcuno. Come se quello fosse l’ingresso del Ritz…

«Ho prenotato per telefono un paio di giorni fa» disse Welch.

La ragazza fissò il monitor del computer con un sorrisetto di circostanza, falso e freddo. «Solo una notte, giusto?» chiese.

Welch ebbe voglia di darle un ceffone. «Sì, solo una notte. È compresa anche la colazione, vero?»

La ragazza non alzò neppure lo sguardo. «Sì, la colazione è inclusa nel prezzo.»

Welch si chiese cosa sarebbe successo se la mattina dopo fossero scesi in due. Ma preferì non chiederlo.

«Ci vorrà solo un attimo» disse la ragazza.

Mentre batteva sulla tastiera, Welch si guardò intorno. Piante di plastica e una moquette che doveva graffiare come ghiaia. Accanto al banco della reception c’era un cartello che diceva: “Il Greenwood Hotel dà il benvenuto alla Thompson Mouldings Ltd…”.

«Ecco fatto» disse la ragazza, spingendogli davanti un modulo. «Può riempire questo, per favore?»

Welch dovette fare uno sforzo per ricordarsi l’indirizzo dell’ostello.

«Ho bisogno anche della sua carta di credito. Non le sarà addebitato nulla, ma…»

«Non ce n’è bisogno, pago in contanti.» Welch firmò il modulo, estrasse dalla tasca un rotolo di banconote e iniziò a contarle. L’ostello era un posto fetido, ma il fatto di essere stato rilasciato come “persona priva di fissa dimora” aveva i suoi vantaggi. Il sussidio era il doppio del normale.

«Niente pagamenti anticipati» disse la ragazza. «Salderà il conto quando lascia la stanza.» Appoggiò una chiave sulla mazzetta di banconote e spinse il tutto verso di lui. «Stanza 313. E al terzo piano.»

Welch afferrò il denaro. «Lo so, porca puttana!» disse, cercando di non alzare troppo la voce. «Non sono scemo, capito?»

La ragazza arrossì e distolse lo sguardo.

Welch prese la borsa di plastica con dentro spazzolino, preservativi, mutande e calzini puliti. Gli restava abbastanza tempo per una birra al bar con il gruppo della Thompson Mouldings, ma ripensandoci preferì andare in camera a farsi una doccia. Voleva godersi ogni minuto di quella serata…

Sorridendo tra sé, si avviò verso l’ascensore.

C’erano cose che accadevano soltanto ai matrimoni. Una settantenne che ballava con un ragazzino in un angolo. Due ultraquarantenni che si gridavano commenti sul cibo, i vestiti e il servizio da una parte all’altra del tavolo, cercando di sovrastare la musica di Madonna, degli Oasis e di George Michael. Bambini che giocavano a scivolare sulla pista da ballo lucida, mentre i più piccoli strillavano o dormicchiavano malgrado il chiasso.

Parenti e amici si guardavano tra loro, con intenzioni diverse. Una scopata o una lite dipendevano da un’occhiata, o da una birra in più.

La coppia felice aveva dato inizio alle danze venti minuti prima, con La signora in rosso. Thorne non si era mosso dal suo angolo. Da lì poteva osservare la sala e tenere d’occhio il padre.

Quando si accorse che suo padre non era più seduto al bar, si alzò, ordinò un’altra Guinness e, aspettando che la schiuma nel bicchiere si riducesse, fece un giro per la sala.

Passò accanto a gente che conosceva solo di vista e a parecchi sconosciuti, con i volti accesi dai riflessi delle patetiche luci da discoteca rosse, verdi, blu. Poi lanciò un’occhiata alla propria destra, attraverso un passaggio ad arco che immetteva in una sala più piccola, e vide suo padre che camminava lungo il tavolo del buffet parlando da solo e accumulando su un piatto di carta una quantità di cibo che non avrebbe mangiato.