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«Vacci piano, papà. Quante cosce di pollo può mangiare un uomo?»

«Fatti i cazzi tuoi.»

«È troppa roba. Metti una mano sotto il piatto…»

«Merda.»

Il piatto stracolmo si piegò, lasciando cadere il cibo. Come un materasso che cede sotto il peso di un cadavere…

Thorne provò un moto di irritazione verso il padre, verso quella situazione che lo costringeva a fargli da balia. Ma ciò che lo irritava di più, probabilmente, era il pensiero che, se fosse rimasto a casa, non avrebbe avuto nulla da fare. Tutte le piste che aveva seguito si erano rivelate vicoli ciechi e non ne erano emerse di nuove.

Si chinò per raccogliere il cibo dal pavimento, poi ci ripensò e lo spinse sotto il tavolo con il piede.

La stanza era enorme. O forse lo sembrava soltanto. Welch sapeva che il suo senso della prospettiva era ancora un po’ fuori fase. Cristo, poter defecare in solitudine gli sembrava un lusso…

Dovette fare uno sforzo per non correre in bagno a farsi una sega. Come aveva fatto quando Jane si era messa in contatto con lui all’ostello. Aveva preso una delle sue foto e si era masturbato a dovere. Non riusciva a credere alla sua fortuna.

Si era stupito che lei fosse riuscita a trovarlo, ma non se n’era preoccupato più di tanto. Anzi, ne era stato felice! Non avrebbe mai pensato che avrebbe avuto ancora sue notizie, una volta fuori. Credeva che fosse una di quelle troiette che si divertono a scrivere ai detenuti finché sono dentro, ma che spariscono all’improvviso non appena vengono rilasciati. Anzi, ne era tanto sicuro che aveva gettato via le lettere appena uscito di prigione. Aveva tenuto le foto, ovviamente. Quelle non le avrebbe gettate neppure morto.

Ne aveva una con sé perfino in quell’hotel. La tirò fuori. Dio, era proprio una splendida femmina. Chissà, forse quella sera avrebbe portato anche il cappuccio e le manette. La speranza di Welch era proprio che potessero ricreare la scena della foto. Aveva passato tanto tempo a cercare di immaginare come potesse essere la sua faccia sotto il cappuccio e ora che stava per vederla scoprì che in realtà non gliene importava nulla. Sapeva com’era il suo corpo, sapeva che lei glielo avrebbe concesso e questo gli bastava.

Fece un lungo sospiro. Guardò l’orologio. Si toccò l’inguine attraverso i pantaloni. Non sarebbe riuscito a resistere ancora a lungo, se lei non fosse arrivata…

Qualcuno bussò alla porta. Tre volte. Con tocco leggero.

Tornando verso il bar, dopo aver sistemato il padre in un posto dove non poteva fare troppi danni, Thorne fu bloccato da zia Eileen, che gli domandò se avesse voglia di fare due chiacchiere con un suo nipote che meditava di entrare in polizia. Thorne pensò che avrebbe preferito lavare un cadavere e tuttavia rispose: «Ma certo, con piacere», facendosi largo verso il bancone nella speranza di trovarvi ancora la sua Guinness.

Bevve una generosa sorsata di birra, mentre osservava uno scambio di sguardi incazzati tra un cugino e uno dei testimoni. Decise che, anche se si fossero presi a pugni in quel preciso istante, lui non avrebbe alzato un dito.

Si rese conto di essersi sbagliato nel pensare che cose del genere accadessero soltanto ai matrimoni. Accadevano anche ai funerali e in altre riunioni di famiglia. “Famiglia” era la parola chiave.

La rissa sarebbe scoppiata dopo. Nel parcheggio, probabilmente.

Era in occasioni come quelle, nascite, morti e matrimoni, che le correnti sotterranee salivano in superficie e cominciavano a ribollire tra la birra e il Bacardi. Sentimentalismo, aggressività, invidia, sospetto, avidità…

Quelle erano le emozioni riservate ai parenti e nascoste agli estranei. Anche se molti parenti erano come estranei tra loro.

Thorne vide un ragazzo sui sedici-diciassette anni che avanzava verso di lui: senz’altro il nipote in cerca di consigli. E improvvisamente si sentì dell’umore giusto per dargliene.

Avrebbe potuto cominciare con qualche dato statistico. Per esempio, lo scarso numero di omicidi commessi da persone che la vittima non conosceva e il numero molto più alto di quelli commessi da parenti della vittima. Avrebbe detto al ragazzo di non sorprendersi mai di ciò che le tensioni accumulate all’interno di una famiglia potevano scatenare. Gli avrebbe detto che le famiglie erano pericolose.

Che erano capaci di tutto.

Non appena l’uomo ebbe oltrepassato la soglia della stanza, Welch capì di essere nei guai.

Nei suoi occhi c’era uno sguardo che lui ben conosceva. Il tipo di sguardo che per anni aveva cercato di evitare, in prigione. Lo sguardo degli assassini e dei rapinatori a mano armata. La stessa espressione di disprezzo, di minaccia, che Caldicott doveva aver visto nella lavanderia, prima che gli cuocessero la faccia.

Welch pensò che forse avrebbe dovuto lottare di più, ma in realtà non c’era molto che potesse fare. La galera gli aveva indurito la mente, ma il corpo era diventato flaccido. Troppo tempo trascorso a leggere e troppo poco in palestra.

Nei suoi ultimi attimi di vita, Welch pensò che il dolore era molto peggiore quando non era possibile combatterlo, opporsi alla sua presenza…

L’urlo che aveva in gola si spezzò contro qualcosa che gli stringeva il collo e si trasformò in un sibilo strozzato. Neppure il suo corpo poteva fare nulla. Cercava istintivamente di ritrarsi, ma ogni movimento per sottrarsi a quei colpi furiosi faceva aumentare la pressione della corda intorno al collo e gli mozzava il respiro.

Welch spinse la testa verso il pavimento, sentendo la corda mordergli la carne e i suoi denti affondare dentro la lingua. Oppose resistenza alle mani che gli tiravano indietro il collo, contorcendosi in posizione fetale pochi secondi prima di morire.

“Sto morendo come un neonato” pensò, con gli occhi spalancati ma ciechi dentro il cappuccio, mentre una tenebra più soave e più scura cominciava ad avvolgerlo.

Thorne aveva appena messo a letto il padre e si trovava in corridoio, quando squillò il cellulare. Prima di rispondere entrò nella sua stanza e si chiuse la porta alle spalle.

«Sei ancora alzata?»

«Sì» rispose Eve. «Domani posso dormire fino a tardi. Allora, com’è stato il matrimonio?»

«Perfetto, direi. Discorsi insulsi, cibo di merda e una rissa.»

«Non intendevo la festa, ma proprio la cerimonia…»

«Ah, quella? Normale.»

Eve rise. Thorne si sedette sul letto, con il telefono incastrato tra mento e spalla, e cominciò a togliersi le scarpe. «Senti, mi dispiace molto per ieri sera…»

«Non essere sciocco. Come sta tuo padre?»

«È irritante, come sempre. Era così anche prima della malattia, del resto.» Thorne udiva in sottofondo il rumore del traffico: Eve doveva trovarsi fuori da qualche parte, ma si guardò bene dal chiederle dove. «Davvero, mi dispiace molto di essere scappato via così. Siete riusciti a mangiare tutto?»

«No, io…»

«Mi dispiace.»

«Va bene così. Sarebbe avanzata un sacco di roba comunque, avevo cucinato troppo. E poi Denise divora anche gli avanzi, quindi non preoccuparti.»

Thorne cominciò a sbottonarsi la camicia. «Ringrazia lei e Ben per l’intrattenimento.»

«Niente male, vero? Probabilmente li ho interrotti troppo presto. Ancora un minuto e uno dei due avrebbe gettato un bicchiere di vino in faccia all’altro.»

«Sarà per la prossima volta.»

Eve sbadigliò. «Scusa.»

«Ti lascio andare a dormire» disse Thorne. Se la immaginò sul sedile posteriore di un taxi, diretta al suo appartamento.

«Buonanotte, Tom. Dormi bene.»