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Thorne si stese sul letto. «Senti, ti ricordi di quella scala da uno a dieci? Be’, penso che potrei salire a otto…»

Il cellulare di Thorne squillò di nuovo otto ore dopo, strappandolo a un sogno in cui cercava di salvare un uomo che stava morendo dissanguato. Ogni volta che tappava un buco con un dito, nel corpo dell’uomo se ne apriva un altro, in una scena alla Charlie Chaplin. E quando sembrava che avesse finalmente chiuso tutte le ferite, il sangue aveva cominciato a sgorgare da numerosi fori nel suo stesso corpo.

«Sarà meglio che lei torni subito a Londra, capo» disse la voce di Holland.

«Dimmi cos’è successo.»

«L’assassino ha ordinato un’altra corona di fiori…»

Parte Seconda

COME LA LUCE

27 novembre 1996

Chinandosi a raccogliere le chiavi della macchina che gli erano cadute, Alan Franklin fece una smorfia di dolore. Gli mancavano quindici giorni alla pensione e il suo corpo, come un orologio di precisione, gli diceva che era proprio il momento giusto. Il dolore alla schiena e l’idea di un cottage all’estero in cui trascorrere la vecchiaia gli erano venuti esattamente nello stesso giorno.

Si raddrizzò, ansimando rumorosamente nel parcheggio deserto. Forse ne avrebbero parlato di nuovo quella sera, davanti a una bottiglia di vino. Sheila propendeva per la Francia, mentre lui preferiva la Spagna.

In un modo o nell’altro, comunque, se ne sarebbero andati.

Non c’era nulla che li trattenesse. I tre figli che lui aveva avuto da Celia erano adulti e avevano messo al mondo figli a loro volta. Lui ormai non aveva più contatti con loro, né aveva mai visto i nipotini.

C’erano gli amici, naturalmente, e di sicuro gli sarebbero mancati. Ma in fondo lui e Sheila non avevano nessun vero legame…

Infilò le chiavi nella serratura della Rover.

Probabilmente alla fine avrebbe vinto Sheila, come sempre. E bisognava ammettere che spesso lei aveva ragione.

Come, per esempio, quella mattina, quando gli aveva detto di coprirsi bene, perché avrebbe fatto freddo.

Girò la chiave, azionando l’apertura centralizzata.

Mentre stava per tirare la maniglia della portiera, qualcosa gli passò con un sibilo davanti agli occhi e lo colpì al collo facendogli perdere l’equilibrio.

Cadde a terra prima di poter urlare, con una gamba spezzata e piegata dietro di sé e l’altra protesa in avanti. Si portò le mani alla gola, cercando di infilare le dita tra il collo e la corda che lo stringeva.

Un pugno lo colpì in testa, poi sentì le dita insanguinate scivolare via dalla corda.

E un alito caldo dietro la nuca…

Guardò la gamba protesa in avanti scalciare disperatamente contro il cerchione della Rover.

Ricordò all’improvviso il volto della donna sotto di lui.

Sentì l’odore del dopobarba che usava allora, la forza che aveva nelle braccia. Vide le gambe di lei che scalciavano contro le scatole impilate nel magazzino e il tonfo sordo dei suoi piedi sul cartone.

Sentì il movimento sotto di lui farsi più debole e cessare, mentre gli occhi di lei si chiudevano.

Sembrava che l’oscurità stesse calando molto in fretta. Forse le luci del parcheggio avevano un timer per il risparmio energetico. Riusciva appena a distinguere il proprio piede, il tacco della scarpa che colpiva ripetutamente il cerchione.

Poi ci furono solo la tenebra e l’afflusso di sangue, e il rimbombare sordo delle pulsazioni nelle orecchie mentre la corda si stringeva.

Vide sua moglie che gli sorrideva in giardino e la donna sotto di lui che cercava di voltare la testa, e poi sua moglie e di nuovo la donna, e infine la donna al posto di sua moglie, che gli diceva che avrebbe fatto freddo.

La donna rideva, raccomandandogli di non dimenticare la sciarpa…

CAPITOLO 10

Carol Chamberlain era sempre stata mattiniera, ma quel giorno, quando il marito entrò in cucina ancora mezzo addormentato verso le sette, lei era già in piedi da almeno un paio d’ore. Lui accese il bollitore, annuendo tra sé.

Sapeva che la moglie avrebbe dormito poco, dopo quella telefonata.

Era arrivata la sera prima, durante l’intervallo pubblicitario tra Stars in their eyes e Blind date. Appena l’uomo si era qualificato e aveva iniziato a spiegare il motivo della chiamata, Jack le aveva passato il ricevitore, con un’espressione perplessa.

Carol aveva ascoltato tutto ciò che il comandante aveva da dirle, facendo però troppe domande, come si evinceva dal tono esasperato della voce all’altro capo del filo.

Un quarto d’ora dopo, aveva acconsentito a prendere in considerazione la proposta.

La nuova squadra era stata organizzata, le aveva spiegato il comandante, utilizzando alcune risorse che negli anni precedenti erano state… “sprecate” (sì, aveva detto proprio così). L’idea di fondo era che ex poliziotti di notevoli capacità avrebbero potuto portare il contributo della loro esperienza pluriennale nel riesame di vecchi casi “freddi”. Sarebbero stati in grado di valutarli con occhi nuovi…

Dopo la telefonata, Carol si era rimessa a guardare lo show del sabato sera. Era indecisa. Si considerava una “risorsa sprecata”, ma, per quanto avesse una gran voglia di rimettersi in gioco, aveva avvertito una nota dubbiosa nella voce di quel giovane comandante. E aveva capito subito che, probabilmente, lui e tanti altri temevano di veder comparire alla centrale schiere di ex poliziotti con occhiali e bastone, che sventolando un distintivo consunto avrebbero detto: «Posso ancora farcela… Ho ottantadue anni».

Jack le mise davanti una tazza di tè. «Hai intenzione di accettare, vero, tesoro?»

Lei alzò gli occhi. Per quanto tirato, il suo sorriso era senz’altro il più ampio degli ultimi tempi.

«Posso ancora farcela» disse.

Mentre Thorne rientrava da Hove a tutta velocità con la Corsa presa a noleggio, Brigstocke aveva isolato la scena del delitto al Greenwood Hotel. Quando Thorne arrivò, erano passate quasi tre ore dal ritrovamento del cadavere, che più tardi sarebbe stato identificato come quello di Ian Welch, e dovevano esserne trascorse più di dodici dall’assassinio.

A Thorne non rimase altro da fare che restare a fissare il corpo.

«Se non altro, questo è un hotel un po’ più decente» osservò Hendricks.

Holland annuì. «Ci hanno perfino mandato su il caffè.»

«C’è una tivù a circuito chiuso nella hall» disse Brigstocke. «È un modello base, credo, ma non si sa mai.»

Era un classico hotel da agenti di commercio. Stiracalzoni accanto al letto, bollitore e bustine di tè, sapone scadente nel bagno. La stanza, semplice e pulita, era molto diversa da quella di tre settimane prima. A parte ovviamente i macabri particolari che le accomunavano.

Anche in quel caso, il letto era stato disfatto e la biancheria portata via. I vestiti erano sparsi in giro, ma il cadavere era stato messo in posa con precisione. Al centro del letto, con la testa verso la parete, i polsi legati da una cintura, il cappuccio, la corda intorno al collo e le macchie di sangue secco lungo le cosce, come salsa di pomodoro rappresa…

Quest’uomo sembrava più vecchio di Remfry. Quarantasette anni circa.