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«Di quante persone stiamo parlando?» chiese Holland.

Brigstocke prese un pacchetto di biscotti e lo tenne penzolante tra due dita. «Stando agli ultimi dati del ministero degli Interni, nel paese, in media, ogni giorno viene rilasciato un detenuto condannato per reati sessuali gravi.» Aprì il pacchetto con i denti, sputò un pezzetto di plastica e fissò le facce intorno a lui. «Mica male, eh? Se partiamo solo dall’inizio dell’anno, dobbiamo rintracciare circa centocinquanta persone.»

Stone sollevò un sopracciglio. «Almeno in teoria, dovremmo sapere dove trovare la maggior parte di loro. Ma è comunque un lavoro sterminato.»

«Già» convenne Brigstocke.

«E saremo in grado di giustificarlo? Voglio dire, queste non erano precisamente vittime innocenti…» soggiunse Stone.

Brigstocke sbatté le palpebre e aprì la bocca con la chiara intenzione di sbraitare, ma Thorne lo precedette. «Non è un problema tuo, Andy.»

«Lo so, stavo solo dicendo…» Thorne sollevò una mano. «Quello che non possiamo giustificare sono i cadaveri…»

Una volta usciti, si diressero alle rispettive auto. Brigstocke prese Thorne sottobraccio. «Devo parlarti» disse, camminando verso la sua Volvo. «Di Stone.»

Thorne annuì. «Non ha fatto altro che ribadire ciò che tu stesso avevi messo in evidenza prima, capo. Remfry, Welch, quello che facevano, quello che erano. Alcuni potrebbero senz’altro pensare…»

Brigstocke premette il telecomando dell’auto, disattivando l’antifurto. «Intendevo riferirmi non a ciò che ha detto adesso, ma a ciò che ha fatto durante l’arresto di Gribbin.»

Thorne se lo aspettava. Sapeva che il comportamento di Stone in quell’occasione non sarebbe passato sotto silenzio. «Capisco…»

«Non preoccuparti, non ci saranno conseguenze. È stato giustificato come un tentativo di proteggere la bambina. Ciò nonostante, voglio che tu gli faccia sapere che ha esagerato.»

«Va bene.»

Brigstocke salì in macchina, accese il motore e cominciò a fare manovra. «Chiamami dal Wexham appena Phil ha finito.»

Holland raggiunse Thorne mentre stava per entrare nella Corsa. «Le va di venire a bere qualcosa, più tardi?» chiese.

«Mi va di venire a bere ben più di qualcosa» replicò Thorne.

Holland passò una mano sulla fiancata dell’auto a noleggio. «Questo è il tipo di macchina giusto.»

«Giusto per cosa?»

«Per lei. Sa bene che la sua auto è moribonda. Questa è carina.»

«È bianca. E poi la mia macchina non è affatto moribonda.»

Thorne aprì la portiera e salì a bordo. Holland si chinò verso di lui. «Però, se si trattasse di una donna, l’avrebbe già lasciata.»

Il finestrino elettrico si abbassò lentamente. «Hai uno strano modo di ragionare, Holland.»

«Come va con la fioraia?»

«Fatti gli affari tuoi.»

Il motore si accese con un basso ruggito. Thorne guardò Stone che li osservava, al volante della sua Ford Cougar grigio argento. Indicò l’auto a Holland con un cenno del capo. «E della macchina di Stone cosa ne pensi?»

«Un po’ troppo vistosa» fu la risposta.

Thorne vide Stone battere con impazienza la mano sul volante. «Datti una mossa. Mi sembra che Stone non veda l’ora di partire.»

Holland fece un passo indietro, poi si fermò. «Suo padre si è divertito, al matrimonio?»

«Divertito? Sì, penso di sì.»

«Ah, senta…» disse in fretta Holland, mentre Stone lo chiamava con un colpo di clacson. «Il primo Doctor Who è stato William Hartnell. L’ho scoperto cercando su Internet.»

«Lo riferirò a mio padre.»

Thorne mise in moto, mentre Holland attraversava il parcheggio di corsa e saliva sulla macchina di Stone. La Cougar lo sorpassò con lo stereo a tutto volume, immettendosi nella strada senza quasi rallentare.

Thorne guardò l’orologio e spense il motore. Non era ancora l’una. L’autopsia era fissata per le due e l’ospedale non distava più di dieci minuti in macchina. Mentre cercava di decidere se fare un pisolino o leggere il giornale, udì in lontananza urla, applausi, cori di tifosi portati dall’aria calda del pomeriggio.

Gli ci vollero venti minuti per scoprire che la partita si teneva in un piccolo parco lontano dalla strada principale. Mancavano ancora diverse settimane all’inizio del campionato, ma i calciatori della domenica non si preoccupavano del calendario, né di altre bazzecole come l’allenamento e l’abilità nel gioco. Una squadra in rosso e una in giallo e una dozzina di matti che facevano il tifo, godendosela un mondo.

Thorne non avrebbe potuto sentirsi meglio, lì in piedi a bordo campo a seguire la partita.

Di lì a poco, avrebbe dovuto guardare organi espiantati da mani esperte e deposti su un vassoio… Adesso, però, era ben contento di poter guardare una squadra in rosso e una in giallo, che si rincorrevano gridando e scalciando zolle di terra.

Thorne prese la sua birra e si voltò. Tranne Russell Brigstocke, che aveva uno dei figli malato, e Yvonne Kitson, la maggior parte dei membri anziani della Squadra 3 era tutta lì. Adesso che il caso aveva di nuovo priorità assoluta ed era stato trovato un secondo cadavere, chissà quando avrebbero avuto un’altra occasione di godersi una serata fuori.

Thorne non aveva intenzione di trattenersi a lungo. Era stanchissimo. Un drink, forse due, e poi a casa…

Erano seduti intorno a un paio di tavolini. Holland e Hendricks se ne stavano a un’estremità, con Stone e il sergente Sam Karim, che svolgeva mansioni di capufficio. Stavano giocando a “Scopa o Crepa”, un gioco che andava per la maggiore nell’Unità per i Reati Gravi. In pratica si trattava di scegliere tra due partner sessuali ugualmente poco desiderabili.

In quel momento l’alternativa tra Ann Widdecombe e Camilla Parker Bowles aveva scatenato un acceso dibattito. Phil Hendricks, urlando per farsi sentire, sosteneva che, in quanto gay, non si riteneva obbligato a scopare con nessuna delle due. Il suo punto di vista, alla fine, fu considerato valido e gli fu data la scelta tra Jimmy Savile e il sovrintendente Trevor Jesmond…

Il Roval Oak non aveva alcuna attrattiva speciale, a parte il fatto di essere il pub più vicino a Becke House. E la presenza costante dei poliziotti sembrava scoraggiare avventori di altro tipo.

Thorne si guardò intorno. Era domenica sera e il locale era quasi deserto. A un tavolo vicino ai bagni era seduta una coppia. I due sembravano aver litigato e fissavano i bicchieri in silenzio. A parte le rumorose discussioni dello “Scopa o Crepa” e gli scatti metallici della quiz machine in un angolo, la sala era piuttosto tranquilla.

I presenti erano più o meno gli stessi che poche ore prima si erano ritrovati nella sala delle autopsie. Phil Hendricks, un trio di assistenti dell’obitorio, un tecnico della scientifica, un fotografo, un operatore video, il poliziotto che era arrivato per primo al Greenwood Hotel (venuto a confermare ufficialmente che il cadavere era lo stesso da lui visto sul letto della stanza 313). E Thorne…

Nove persone in una stanza gelida, con le superfici lavabili e le canaline di scolo nel pavimento, nella quale perfino il lieve rumore di una mentina masticata rimbombava sulle piastrelle crepate. Una piccola folla in attesa che il cadavere di Ian Welch venisse privato del lenzuolo che lo copriva e sezionato.

Thorne aveva assistito a centinaia di scene del genere e, per quanto ormai ci si fosse rassegnato, aveva notato che ultimamente gli riusciva sempre più difficile liberarsi di quelle immagini. Erano i particolari, le sensazioni impercettibili, le cose che lo disturbavano per giorni dopo ogni autopsia.

Si svegliava di colpo, con in testa il tonfo sordo di un cervello che cadeva in un recipiente di vetro. Lo schiocco delle mani sulla pelle, mentre si dava il dopobarba, gli rammentava quello delle dita che affondavano in quel cervello. Talvolta, al lavoro, l’acre mescolanza di sudore e odore stantio di cibo gli ricordava l’odore crudo della carne sezionata…