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Nove persone in attesa, come ospiti imbarazzati di un party bizzarro, estranei gli uni agli altri.

Quel tremendo iato tra l’arrivo e il momento in cui cominciava ad accadere qualcosa…

Alla fine, Hendricks aveva scostato il lenzuolo bianco chiedendo al poliziotto, bianco come il lenzuolo, di confermare che si trattava dello stesso cadavere da lui visto quella mattina. L’agente, sforzandosi di reprimere un conato di vomito, aveva detto: «Sì, è lo stesso».

E poi era cominciata tutta la procedura…

Holland andò al bancone per ordinare un giro di birre e Thorne prese il suo posto, accanto ad Andy Stone. Karim si allungò verso di lui, ansioso di coinvolgerlo nel gioco, ma, prima che potesse dire una parola, Thorne si era già voltato verso Stone.

«Stupido gioco» commentò quest’ultimo. A quanto pareva, doveva essersi già scolato tre o quattro birre. «Se si trattasse davvero di scopare o crepare, uno scoperebbe chiunque, no? Perciò che senso ha?»

Thorne tracannò un sorso di birra. «Devo dirti due parole su ciò che è accaduto durante l’arresto di Gribbin» sussurrò nell’orecchio di Stone.

Stone sembrò riacquistare di colpo la sobrietà. «Stavo proteggendo la bambina. Non sapevo che cosa quel tipo avesse intenzione di fare…»

«Questo è esattamente ciò che l’ispettore capo ha scritto nel suo rapporto, ma mi ha anche incaricato di dirti, in modo non ufficiale, che hai esagerato e che una cosa del genere non deve più accadere. D’accordo?»

Stone fissò davanti a sé, in silenzio.

«Andy?» Thorne bevve un altro sorso. Mezza pinta se n’era già andata. «Nessuno ama particolarmente i tipi come Gribbin, ma dobbiamo rispettare certi limiti.»

«È che ce ne sono così tanti, come lui. Non capisco come possano essercene tanti in giro.»

«Senti…»

Stone si girò verso di lui e lo fissò. «Ho un amico nella Squadra per la Protezione dei Bambini, a Barnes. Mi ha raccontato di quella volta in cui hanno dato la caccia a un serial killer di bambini, in Scozia. Ne aveva già ammazzati tre. Avevano un identikit e una donna aveva segnalato di averlo visto su una spiaggia. Allora hanno fatto un appello, chiedendo a tutti coloro che si trovavano lì in vacanza di consegnare le foto che avevano scattato in quel periodo, nella speranza che in qualcuna di esse fosse stato casualmente ripreso anche quel bastardo.»

Thorne annuì. Ricordava il caso, ma non sapeva dove volesse arrivare Stone raccontandoglielo.

«Bene, hanno ricevuto centinaia di pellicole. Le hanno sviluppate e si sono messi a esaminare le foto.» Stone sollevò il bicchiere, fissandolo per un attimo. «La donna non è riuscita a riconoscere l’uomo che aveva visto, ma la polizia ha identificato trentasei noti pedofili. Trentasei, in un solo fine settimana, su una sola spiaggia…» Stone finì la sua birra. «Devo andare in bagno.»

Thorne lo osservò allontanarsi e finì la sua birra. Decise che sarebbe stato meglio per lui tornare a casa in metropolitana, lasciando la Corsa nel parcheggio di Becke House.

Il resto della serata trascorse tranquillamente. Thorne riscosse un certo successo con un paio di barzellette del padre.

Holland ebbe una discussione con Sophie sul cellulare, accompagnata da smorfie a beneficio dei ragazzi e battute sdrammatizzanti.

Nessuno riuscì a scegliere tra Vanessa Feltz ed Esther Rantzen. Holland ebbe un’altra conversazione con Sophie, poi spense il cellulare. Thorne scommise dieci sterline con Hendricks che lo Spur avrebbe superato l’Arsenal nella classifica della stagione successiva. Hendricks, dopo una birra di troppo, rivelò che Holland aveva suscitato fantasie in diversi suoi amici gay…

Stone afferrò Thorne per un braccio, mentre uscivano dal pub nella notte calda.

«Il mio amico mi ha raccontato anche un’altra cosa. Hanno arrestato un tizio che aveva la casa tappezzata di foto di bambini, scaricate da Internet. E il tizio ha detto che visitava quei siti nella speranza di trovare, un giorno, le foto che avevano scattato a lui…» Thorne cercò gentilmente di liberarsi dalla stretta, ma Stone sembrava non voler mollare la presa. «Queste sono soltanto balle» disse. «Stronzate, pretesti. Sono tutte menzogne, capo…»

Thorne entrò in casa e si fermò nell’atrio comune, che condivideva con la coppia dell’appartamento al piano di sopra. Ritirò la posta, separando le bollette dai dépliant pubblicitari delle pizzerie da asporto, e cercò nella tasca la chiave del suo appartamento.

Appena aprì la porta, si rese conto di quel che era successo. Sentì una corrente d’aria che non avrebbe dovuto esserci e il tanfo che essa portava con sé…

Percorse a passi rapidi il corridoio, mentre Elvis gli si sfregava contro una gamba. Appoggiò la ventiquattrore e la posta sul tavolo accanto al telefono ed entrò nel soggiorno.

Fissò lo spazio vuoto dove avrebbe dovuto esserci il televisore. Poi alzò gli occhi sullo scaffale polveroso che non si era mai deciso a dipingere e su cui avrebbe dovuto trovarsi lo stereo. Non c’erano più neanche i cavi, il che significava che i ladri avevano lavorato con relativa calma. Quando avevano fretta, infatti, si limitavano a strappare via lo stereo, lasciando i cavi penzolanti dalla presa sul muro.

Thorne raddrizzò alcuni libri che prima erano tenuti fermi dalle casse Bose. I ladri non amavano la lettura, ma in compenso si erano portati via tutti i CD. Quei coglioni avrebbero venduto la sua collezione per una dose o due di eroina.

Thorne entrò in cucina e vide la finestra da cui erano entrati. Era stato lui a dimenticarsela aperta, due sere prima, quando era corso via in fretta e furia per andare a calmare quello stupido di suo padre.

A parte stereo e televisore, sembrava non mancasse altro. Probabilmente in camera da letto avrebbe trovato un paio di valigie in meno. Di sicuro erano usciti dalla porta, tranquilli e indisturbati, come se quelle valigie contenessero i vestiti per le vacanze.

Il tanfo lo colpì allo stomaco come un pugno, non appena aprì la porta della camera da letto. Capì subito da dove veniva. Coprendosi naso e bocca con una mano, scostò le lenzuola. Il suo primo pensiero, quando la vide, fu che c’era voluta una certa abilità per farla nel centro esatto del letto.

Uscì rapidamente, chiudendo la porta. Elvis miagolava ai suoi piedi, affamata, o forse ansiosa di negare ogni responsabilità per la merda sul letto. Thorne si chiese se fosse troppo tardi per chiamare suo padre e inveirgli contro per un po’.

Guardò l’orologio. Mezzanotte e dieci.

Aveva appena compiuto quarantatré anni.

Era stato così per tutta la domenica: ogni volta che cominciava a divertirsi, gli veniva in mente quello stupido messaggio e si irritava. Lo aveva trovato sulla segreteria telefonica, quando era tornato da Slough sabato sera, ma non lo aveva ascoltato fino alla mattina dopo. Era proprio ciò di cui aveva meno bisogno. Rovinava tutto.

Doveva affrontare la questione.

Mentre si vestiva, pensò all’espressione sul volto di Welch, quando lui era entrato nella stanza. Era la cosa migliore. Anche Remfry ne aveva avuta una uguale. L’espressione di uno che crede di essere sul punto di ricevere una cosa e scopre che, invece, sta per fare un’esperienza completamente diversa.

Si domandò se anche loro avessero visto la stessa espressione sul volto delle donne che avevano violentato.

Non conosceva i particolari dei loro reati. Non gli interessavano. La violenza sessuale era violenza e basta. Sapeva che spesso non avveniva in vicoli bui e che molti violentatori erano persone di cui la vittima si fidava. Amici, colleghi, mariti…