Sicuramente quegli uomini avevano visto quell’espressione di sorpresa e di orrore sul volto delle donne che avevano assalito. La violenza era l’ultima cosa che quelle donne si aspettavano da loro.
Lui aveva osservato con piacere quell’espressione deformare il sorriso pieno di aspettativa di quegli uomini. L’aveva assaporata per alcuni secondi, prima di tirare fuori il coltello e la corda da bucato… dando vita a un espressione completamente diversa.
Infilò il giubbotto e prese le chiavi di casa. Si guardò nello specchio dell’ingresso e lanciò un’occhiata alla segreteria telefonica.
Si sarebbe occupato della questione del messaggio più tardi.
CAPITOLO 11
Dall’uscita della metropolitana a Becke House erano dieci minuti a piedi, ma Thorne arrivò in ufficio madido di sudore. Una figura indugiava di spalle accanto all’entrata principale dello stabile, avvolta nel fumo di una sigaretta. Thorne rimase sbalordito quando vide che si trattava di Yvonne Kitson.
«Buongiorno, Yvonne.»
Lei rispose con un cenno del capo, evitando il suo sguardo e arrossendo come una quattordicenne sorpresa a fumare in bagno.
Thorne indicò la sigaretta, ormai ridotta a una cicca. «Non sapevo che tu…»
«Be’, ora lo sai.» Lei sorrise e tirò un’altra boccata. «Non sono tanto perfetta, come vedi…»
«Grazie a Dio» disse Thorne.
Il sorriso di Yvonne Kitson si fece più caldo. Thorne vide che aveva ancora con sé la borsa a tracolla. «Ehi, non sei entrata in ufficio?»
Lei scosse la testa, soffiando fuori il fumo da un angolo della bocca. «Cristo, devi essere parecchio sotto stress, allora.»
Yvonne Kitson inarcò le sopracciglia, fissandolo come se l’espressione “sotto stress” fosse solo un blando eufemismo.
Rimasero lì a guardare in direzioni diverse per alcuni secondi, in silenzio. Thorne decise di muoversi prima che la situazione li costringesse a parlare del tempo. Appoggiò una mano sulla porta a vetri e disse: «Ci vediamo di sopra…».
«Oh, merda!» esclamò lei, come se si fosse appena ricordata di qualcosa. «Mi dispiace per il furto che hai subito.»
Thorne annuì, si strinse nelle spalle ed entrò. Salì le scale meravigliandosi della velocità e dell’efficienza del tamtam della polizia.
Un sergente di turno a Kentish Town, che conosce un agente a Islington, il quale a sua volta chiama qualcuno a Colindale…
Bastava aggiungere alla miscela una dose di sussurri in cinese, ed ecco pronto un cocktail interculturale di voci, pettegolezzi e stronzate che superava in efficacia tutti i sistemi in uso per combattere il crimine.
Thorne ci mise quasi cinque minuti per attraversare la sala di pronto intervento, fino alla macchina del caffè, tra le battute e i lazzi dei colleghi.
«Mi dispiace, amico…»
«Che aria sbattuta, signore! Ha dormito sul divano?»
«Mai frequentato un seminario sulla prevenzione, Tom?»
«Cento di questi giorni…» Era Holland.
Thorne aveva voluto tenere la ricorrenza sotto silenzio e la sera prima, al pub, aveva evitato di accennare al suo compleanno. Evidentemente, doveva aver rivelato la sua data di nascita a Holland in qualche altra occasione. «Grazie.»
«Non è stato un bel regalo di compleanno, eh? Intendo il furto, non…»
«No, non lo è stato.»
«Qualcuno ha detto che le hanno rubato anche la macchina…»
«È un sorriso di compiacimento il tuo, Holland?»
«Niente affatto, signore.»
La sera prima, mentre trascinava il materasso fuori dall’appartamento, Thorne si era ricordato che, quand’era rientrato a casa, non aveva visto la Mondeo parcheggiata davanti. E non aveva visto neppure le chiavi della macchina sul tavolo. Allora aveva lasciato cadere il materasso e si era precipitato in strada. Forse aveva parcheggiato da un’altra parte.
Invece no. Stronzi bastardi…
«Un brindisi di compleanno all’Oak, più tardi?» propose Holland.
Thorne si diresse alla macchina del caffè. Poi si voltò, frugandosi in tasca alla ricerca di monete. «Una cosa tranquilla, va bene?» rispose a bassa voce.
«Certo…»
«Non come l’altra sera. Magari solo tu e Phil.»
«Va bene.»
«Potrei chiedere anche a Russell se ha voglia di venire…»
«Se non è dell’umore giusto, capo, possiamo fare un altro giorno.»
Thorne infilò le monete nella macchina automatica. «Senti, dopo il casino scatenato dal ritrovamento del secondo cadavere e di fronte alla prospettiva di dover passare chissà quante ore al telefono con la compagnia di assicurazioni della casa, con quella dell’auto e con il dipartimento della nettezza urbana che si incarica di portare via i materassi pieni di merda, penso che un drink mi farà bene.»
Dopo che Holland si fu allontanato, Thorne rimase a sorseggiare il caffè, fissando la grande lavagna bianca che dominava un’intera parete della stanza. Colonne storte tracciate con un pennarello nero, frecce che indicavano indirizzi e numeri di telefono. Le “azioni” del giorno, con le mansioni di ciascun membro di ogni squadra assegnate dal capoufficio. I nomi di coloro che erano marginalmente coinvolti nell’indagine e quelli che, invece, avevano uri ruolo di cruciale importanza: REMFRY, GRIBBIN, DODD…
In una colonna a parte: JANE FOLEY?
Adesso sotto il nome di Douglas Remfry ne era stato aggiunto un secondo e lo spazio vuoto sottostante era pronto ad accoglierne altri. Il titolo della colonna era rimasto uguale: nessuno aveva ancora provveduto a cambiare la “A” di VITTIMA in “E”, ma lo avrebbero fatto presto.
Thorne udì un respiro alle sue spalle e si voltò, trovandosi di fronte Sam Karim.
«Come va la testa?»
Thorne lo fissò. «Che cosa?»
«Dopo ieri sera, intendo. Io sto di merda.»
«Io invece sto bene» dichiarò Thorne.
Sam Karim era un indiano imponente, con una folta zazzera di capelli grigi e un forte accento londinese, che gli usciva di bocca a raffica. Appoggiò metà del suo grosso sedere sul bordo di una scrivania. «Al diavolo tutte quelle cassette, a proposito…»
«Quali cassette?»
«Quelle della tivù a circuito chiuso del Greenwood Hotel.»
Thorne si strinse nelle spalle, per nulla sorpreso.
«Ci sono solo un paio di inquadrature che potrebbero servirci» disse Karim. «Ma sono di schiena. Le telecamere coprono bene soltanto il bar e la zona intorno alla reception e agli ascensori. Sapendo dove sono piazzate, è possibile entrare e salire per le scale senza essere visti.»
«Lui lo sapeva» concluse Thorne.
Fissarono entrambi la lavagna per un paio di secondi. «Questa è la differenza tra la nostra squadra e le altre, no?» disse Karim.
«Quale?»
«Loro hanno una vittima. Noi ne abbiamo una lista.»
Nei film e nei telefilm, c’è un momento, un cliché, un’inquadratura particolare, che indica l’accendersi di una lampadina nella mente. Per la gente reale, ciò significa ricordare il titolo di una canzone o il posto in cui si sono lasciate le chiavi della macchina. Per il poliziotto cinematografico, di solito è un’illuminazione meno piacevole. È l’istante che fornisce la chiave per risolvere il caso. Allora, nel momento in cui lui ha questa brillante intuizione, la macchina da presa fa una zumata, più o meno veloce, sul suo viso, mostrando la luce della comprensione che gli si accende negli occhi.
Thorne non era un attore. Non annuì con dura determinazione, non si esibì in uno sguardo enigmatico. Restò lì con la tazza di caffè in mano e la bocca aperta come un idiota.