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«Una lista…»

La certezza lo colpì come una palla da cricket. Sentì il sudore affiorare da ogni poro della sua pelle per poi esserne di nuovo inghiottito. Caldo, freddo.

«Ti senti bene, Tom?» chiese Karim.

Thorne non sentì il caffè bollente che gli si versava sulla mano, mentre attraversava la stanza e il corridoio a passo di marcia ed entrava risolutamente nell’ufficio di Brigstocke. L’ispettore capo alzò gli occhi, vide la sua espressione e mise giù la penna.

«Cosa…?»

«So come fa a trovarli» annunciò Thorne. «Come fa a scoprire dove sono gli stupratori.»

«Come?»

«Potrebbe essere davvero molto semplice. Magari il nostro uomo lavora per il servizio carcerario, o frequenta pub intorno a Pentonville o agli Scrubs, e si è fatto amico qualche secondino, ma sinceramente non mi sembra probabile. In fin dei conti, scoprire in quale carcere si trova un detenuto per violenze sessuali non è tanto difficile. La famiglia, i verbali del processo… Basterebbe anche solo andare in biblioteca e sfogliare i quotidiani locali.»

«Tom…»

Thorne fece un rapido passo avanti, appoggiò il caffè sulla scrivania di Brigstocke e cominciò a misurare a grandi passi il piccolo ufficio. «Il difficile è il dopo. Scoprire la data di rilascio e l’indirizzo. Avevo pensato che potesse esserci qualche collegamento con le famiglie, ma Welch era privo di fissa dimora. La sua famiglia non ha voluto avere più nulla a che fare con lui e ha cambiato residenza diversi anni fa.» Thorne lanciò un’occhiata a Brigstocke, come se fosse tutto estremamente ovvio. Brigstocke annuì, aspettando il seguito. «I dettagli del rilascio sono soggetti a variazioni, giusto? I prigionieri possono essere trasferiti, la data può cambiare… L’assassino deve avere accesso a informazioni aggiornate…»

«Devo telefonare a qualcuno per saperlo,» si spazientì Brigstocke «o ti decidi a dirmi come cavolo fa a trovarli?»

Thorne si concesse un breve sorriso. «Esattamente come facciamo noi.»

Dietro gli occhiali, Brigstocke sbatté due volte le palpebre, lentamente. La confusione sul suo viso si trasformò in qualcosa di simile al rammarico. «Il Registro dei Condannati per Reati Sessuali.»

Thorne annuì e riprese in mano il suo caffè. «Cristo, non riesco a credere che ci abbiamo messo tanto…»

Brigstocke fece un respiro profondo e si mise a camminare avanti e indietro nello spazio tra la scrivania e la parete. Stava cercando di assimilare quella novità, di trasformarla in qualcosa che poteva gestire. «Non c’è bisogno di dirlo, vero?» disse alla fine.

«Cosa?»

«Che questa informazione deve restare tra noi.»

Thorne guardò fuori dalla finestra. Il sole stava per scomparire dietro una nuvola: i suoi raggi scaldavano ancora e sentiva il sudore colargli lungo la schiena. «Non c’è bisogno di dirlo» confermò.

«E non solo perché si tratta di un argomento… delicato.»

Thorne sapeva che Brigstocke aveva ragione. L’esistenza di quel registro era stata per anni quella che i giornali amavano definire “una patata bollente”. Non c’era affatto bisogno di riaprire il dibattito. Quando lanciò un’occhiata a Brigstocke, vide che l’ispettore capo sorrideva.

«Questo potrebbe essere l’amo con cui lo prenderemo, Tom…»

Thorne ci contava.

Brigstocke girò intorno alla scrivania. «Allora, partiamo dalle istituzioni che hanno informazioni sui dati di un criminale. Quelle che ricevono di routine tutte le variazioni e gli aggiornamenti. I servizi sociali, l’ufficio per la libertà vigilata…»

«E noi, ovviamente» concluse Thorne. «Non dimentichiamoci della polizia, Russell.»

La Mcpherson House si trovava in una strada laterale non lontano da Camden Parkway. Nel corso di un secolo, era stata un teatro, un cinema e una sala da bingo. Ora, quasi in rovina, ospitava un ostello.

«Che posto di merda» commentò Stone, fissando il soffitto sporco e ammuffito sopra la sua testa.

Holland alzò gli occhi. C’erano ancora residui di doratura lungo le modanature. Tralci di foglie di stucco si susseguivano attraverso il soffitto e scendevano avviluppandosi alle colonne ai quattro angoli della stanza. «Una volta doveva essere bellissima…»

Sul pavimento c’era una vecchia copia del «Daily Star». Stone la scostò con il piede. Annusò l’aria stantia e fece una smorfia. «È una vergogna…»

Mentre procedevano, Holland fece a Stone un riassunto della storia dell’edificio. Il teatro diventato cinema. Il cinema soppiantato dal bingo, negli anni Settanta. La sala da bingo resa obsoleta, trent’anni più tardi, dai gratta e vinci e dalla lotteria nazionale.

Stone sbuffò. «A proposito, suppongo che i tuoi sei numeri non siano usciti…?»

«Mi vedi ancora qui, no?»

I loro passi echeggiavano sui pavimenti di pietra, attutiti di tanto in tanto da un tappeto consunto. «Secondo te, che cosa sostituirà la lotteria?»

Holland scosse la testa. «Nulla, finché continuerà a essercene richiesta.»

Stavano camminando dietro il sorvegliante dell’ostello, un imponente cinquantenne di nome Brian, con i capelli grigi e lunghi, un grosso orecchino e un gilè multicolore. Senza voltarsi, Brian a un tratto allargò entrambe le braccia, in un gesto che indicava tutto quel luogo.

«C’è sempre richiesta anche di questo, ma…»

Sotto quei soffitti, lo spazio era tutto occupato da lavandini crepati e letti di metallo. C’erano anche una cucina, una sala mensa e un paio di piccoli televisori assicurati ai termosifoni con catene. Dietro i letti, lungo i muri, c’erano intere file di armadietti ammaccati, alcuni senza lucchetto, molti senza sportello. Tutti arrugginiti e coperti di scritte.

«Il municipio li ha avuti per nulla,» spiegò Brian «quando è stata chiusa la piscina in fondo alla strada.»

Holland osservò il pavimento, mentre continuavano a camminare. Sotto molti letti c’erano scarpe, quasi tutte da jogging. Qualche valigia malandata. Dozzine di borse di plastica.

Stone si tolse la giacca. «Un dormitorio per vagabondi, insomma.»

Brian si voltò a metà. Sembrava uno in grado di farsi rispettare, quando ce n’era bisogno. «Già. Ce ne sono di tutti i tipi. Vecchi, ragazzi scappati di casa, drogati… Qualche ex detenuto come Welch…»

«Dove vanno durante il giorno?» chiese Holland.

Brian rallentò e aspettò che lo raggiungessero. «Girano qua e là. Chiedono l’elemosina, cercano un posto dove dormire un po’…» Sorrise, vedendo l’espressione confusa di Holland. «Qui stanno al caldo e possono mangiare qualcosa, ma non dormono quasi mai. Hanno paura di essere derubati, se si addormentano. E, quand’anche volessero farsi un sonnellino, i colpi di tosse di un centinaio di persone e il cigolio continuo dei letti non sarebbero l’ideale per conciliare il sonno.»

«La mia ex mi teneva sveglio tutta la notte» disse Stone. «Parlava nel sonno, digrignava i denti…»

Brian sorrise. «Qui ora c’è un discreto silenzio, ma all’ora di cena per il casino non riuscireste a sentire neppure i vostri pensieri. Cominciano ad arrivare appena fa buio. Alle nove sono già tutti dentro.»

Holland guardò i letti, sistemati in file, immaginando la scena.

Il sorvegliante si fermò, diede un piccolo colpo sullo sportello aperto di un armadietto e si fece da parte. «Questo era di Welch. Mi troverete in ufficio, se avete bisogno di qualcosa.»

Stone e Holland si infilarono i guanti. Il primo si dedicò a perquisire l’armadietto, mentre il secondo si trovò, per la seconda volta in poco più di due settimane, a frugare in ginocchio sotto il letto di uno stupratore assassinato.

Ci vollero meno di due minuti per raccogliere gli effetti personali di Welch: una vecchia borsa da viaggio piena di vestiti che puzzavano di disinfettante, una borsa di plastica piena di mutande e calzini sporchi, una radio macchiata di vernice bianca, un rasoio elettrico e un paio di romanzi economici.