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Tra le pagine di uno dei libri, le foto di Jane Foley.

«Eccola qui» disse Stone, tenendo una foto tra le dita. «Più bella che mai.»

Holland si alzò in piedi, avvicinandosi per guardare. «Quante ce ne sono?»

«Sei. Niente lettere. Deve averle gettate via.»

Stone fece scivolare le foto in una busta di plastica trasparente e se le infilò in una tasca interna della giacca. Holland raccolse tutto il resto in un sacco nero per la spazzatura. Quando ebbe finito, prese anche la borsa da viaggio. Era leggera.

«Non possedeva un granché, eh?» disse.

Stone chiuse l’armadietto e si strinse nelle spalle. «Non meritava di più» rispose.

Era quasi mezzogiorno e cominciava a fare davvero caldo. Holland si passò una mano sul collo per detergere il sudore. Cercò di immaginare cosa stesse passando per la mente di Stone. «Dici così perché era un ex detenuto o perché aveva violentato una donna?» chiese. «Sul serio, mi interessa saperlo…»

Stone ci pensò su. Holland si fece rimbalzare il sacco di plastica contro un ginocchio.

«Suppongo che gli avrei concesso un po’ più di compassione se fosse stato un falsario» rispose Stone. «Un po’ meno se avesse ammazzato cinque o sei ragazzine…»

Holland osservò l’espressione sul viso del collega. «La tua sì che è una scala di valori» commentò ridendo, mentre si avviavano verso l’uscita.

Percorsero la Parkway diretti verso il parcheggio a pagamento dove Stone aveva lasciato la Cougar. A intervalli regolari, il marciapiede era invaso da mucchi di sacchi neri come quello che portava Holland. Dopo il museo di Madame Tussaud, il mercato domenicale di Camden era ormai la seconda attrazione turistica della città e la pulizia stradale del lunedì doveva essere una fatica improba.

«Allora, quanto manca al lieto evento?» chiese Stone. «Un paio di mesi?»

Holland si passò il sacco da una spalla all’altra. «Dieci settimane.»

«Sophie avrà una pancia grande come una casa…»

Holland sorrise e si girò a guardare la vetrina di un ristorante giapponese, dove erano esposti dei sushi rossi, gialli e rosa. Si ripromise di assaggiarne uno, prima o poi.

Svoltarono a sinistra e Stone sbloccò le portiere dell’auto con il telecomando. «E allora? È una cosa eccitante, no?»

«Sì, lei è molto eccitata.»

Stone aprì la portiera. «Io mi riferivo a te…»

«Alza il culo. Culo per aria! Brava, così. Ora muovi le dita…»

Lo studio era stato noleggiato per un video e Charlie Dodd si era offerto di farne la regia, gratis. Stava appunto dando istruzioni alla ragazza dallo sguardo annoiato stesa sul letto, quando squillò il telefono.

«Un po’ di gemiti, tesoro…»

Afferrò il ricevitore con una mano sudata, borbottò un “Pronto?” e attese.

«Ho ricevuto il messaggio…»

Dodd riconobbe subito la voce. Senza voltarsi, indicò con un gesto alla ragazza di continuare da sola e si tolse la sigaretta di bocca.

«Mi chiedevo quando ti saresti fatto vivo.»

«Ho avuto parecchio da fare, questo fine settimana.»

Dodd allungò la mano e buttò la cenere della sigaretta in un bicchiere di plastica ancora mezzo pieno di tè. «Qualcosa di interessante?»

«Il messaggio diceva che volevi farmi un favore…»

«Te l’ho già fatto, il favore, amico» disse Dodd. «Un grosso favore.»

«Continua…»

Dodd pensò che l’uomo sembrava rilassato. Probabilmente era una messinscena, perché doveva aver già immaginato ciò che lui stava per dirgli. Sapeva che avrebbe dovuto tirare fuori del denaro e voleva mostrarsi sicuro di sé nel caso in cui ci fosse stato da contrattare il prezzo. Ma la sua era una messinscena molto convincente. Sembrava che sapesse già tutto…

«La polizia è stata qui, con una delle tue foto di quella ragazza con il cappuccio in testa.» Dodd rimase in attesa di una reazione, ma non accadde nulla. «Mi hanno fatto un sacco di domande…»

«E hai dovuto raccontare bugie, Dodd?»

Dodd tirò l’ultima boccata dalla sigaretta, stretta tra l’indice e il pollice. «Qualcuna, sì. Un paio di poco conto, ma una grossa.» Lasciò cadere la cicca nel bicchiere di plastica e si voltò a guardare la ragazza sul letto. «Ho detto di non aver mai visto la tua faccia. Ho detto che non ti sei mai tolto il casco in mia presenza.»

Il culo della ragazza ondeggiava a destra e a sinistra e quella deficiente gemeva come se avesse il mal di pancia. «Avanti, Dodd, sputa il rospo. Non essere timido» disse l’uomo alla fine.

Dodd infilò la mano nel taschino della camicia, in cerca di un’altra sigaretta. «Non sono timido, amico.»

«Bene, perché non ce n’è bisogno.»

«Non sono mai timido quando si tratta di soldi.»

L’uomo rise. «Siamo arrivati al punto, finalmente. Se non ricordo male, c’è uno sportello bancomat proprio all’angolo della strada dove hai lo studio, giusto?»

Thorne si trovava in un punto imprecisato tra Brent Cross e Golders Green quando cominciò a notare che faticava a rimanere sveglio.

Aveva tenuto fede alla promessa che aveva fatto a se stesso e a Holland, quella mattina, ed era venuto via dal Royal Oak in tempo per l’ultimo treno della metropolitana diretto a sud. Era stanco e doveva ancora sistemare parecchie cose in casa, perciò non era stato un grande atto di eroismo andarsene dal pub prima dell’ora di chiusura.

Era uscito proprio mentre Phil Hendricks cominciava a perdere il controllo. Il patologo aveva già detto chiaramente più volte quello che pensava della legge sui reati sessuali. E nel pub, quando era venuto fuori l’argomento del Registro, non era più stato possibile fermarlo.

«Non dimentichiamo i gay» aveva detto. «Quei porci dalla mente deviata che amano fare sesso con giovani diciassettenni consenzienti.» L’accento di Manchester rendeva l’ironia ancor più tagliente.

Thorne sapeva bene che Hendricks aveva tutto il diritto di essere incazzato. Era ridicolo che uomini condannati per quello che era ancora definito come “atto osceno” dovessero essere messi nella stessa categoria dei pedofili e degli stupratori. Anche quando l’età per i rapporti sessuali consensuali tra i gay fosse stata abbassata a sedici anni, come sarebbe accaduto un giorno, Thorne sapeva che quelli condannati prima dell’approvazione della legge sarebbero comunque rimasti sul Registro.

«Si tratta di un registro per la repressione dei froci» aveva detto Hendricks, mentre Thorne usciva dal pub.

E Thorne non poteva che essere d’accordo con lui.

Mentre si dirigeva verso la stazione della metropolitana, Eve gli aveva telefonato per fargli gli auguri. Parlando con lei, Thorne era passato accanto a un Kentucky Fried Chicken e a diverse rivendite di fish and chips e kebab. Lo stomaco lo avrebbe spinto a entrare, ma il racconto fatto a Eve del furto e del regalo che i ladri gli avevano lasciato sul letto gli aveva tolto la fame.

«Be’, è certamente originale» aveva detto lei.

Thorne aveva riso. «Già, i regali fatti in casa sono sempre i più graditi.»

Thorne camminava lentamente, immerso nella conversazione, ma attento come sempre a tutto ciò che lo circondava e pronto a cogliere un movimento dall’altro lato della strada, all’angolo o dietro un’auto parcheggiata. Il quartiere non era certo Tottenham o Hackney, ma la prudenza non era mai troppa, in un mondo dove ci si poteva beccare un proiettile per un cellulare da dieci sterline.

«Allora, quando hai intenzione di sostituire il materasso?» aveva chiesto Eve.

«Presto, credo.»

«Lo spero proprio.»

Stavano scherzando, ma Thorne aveva avvertito un cambio di registro nel tono di voce. Una punta di impazienza. Come se Eve avesse gettato l’esca e stesse aspettando che lui abboccasse.