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«Be’, possiamo sempre andare da te, nel caso…» aveva detto allora.

C’era stato un silenzio. Poi: «Non so se è una buona idea. Denise può diventare antipatica in questi casi».

«Non vuole che porti uomini in casa?»

«Non vuole che porti uomini in camera.»

Thorne l’aveva sentita sospirare. Probabilmente doveva aver discusso a lungo di quell’argomento con Denise. «Scusa un attimo, ma lei si porta in camera Ben…»

«So che è assurdo, ma, credimi, non vale la pena parlarne.»

Thorne ormai era arrivato alla stazione della metropolitana. Mentre infilava le monete nel distributore automatico di biglietti, si erano salutati in fretta, prima che il cellulare perdesse il segnale, e si erano dati appuntamento alla settimana successiva.

Il treno era praticamente vuoto. Dalla parte opposta del vagone c’era una coppietta di adolescenti. La ragazza teneva la testa appoggiata sulla spalla del compagno e lui le accarezzava i capelli, mormorando parole che la facevano sorridere.

Thorne trasse un profondo respiro. Aveva un sonno tremendo e la testa gli sembrava più pesante a ogni sobbalzo del treno. Doveva rimanere sveglio. L’ultima cosa che desiderava era chiudere gli occhi e svegliarsi al capolinea.

Pensò alla conversazione con Eve. Quando si erano messi d’accordo per vedersi, perché lui non aveva insistito per anticipare l’appuntamento? Era panico la sensazione che aveva provato quando Eve aveva parlato del letto?

Forse il caso a cui stava lavorando, il furto subito e il padre malato erano già troppe cose a cui pensare. Forse, a livello inconscio, aveva stabilito delle priorità.

Comunque, adesso era troppo stanco per pensare con chiarezza.

Alla stazione di Hampstead salì un uomo che, a dispetto dei molti posti liberi, decise di rimanere in piedi, aggrappandosi con una mano alla sbarra sopra la sua testa. Thorne lo guardò. Era magro e alto, con lineamenti molto definiti, capelli grigi ribelli e una serie di tic che calanutarono lo sguardo di Thorne.

Si rese conto quasi subito che il tic, probabilmente una sindrome di Tourette, era in realtà uno solo diviso in tre parti. Prima l’uomo sollevava teatralmente le sopracciglia e il mento saliva verso alto, poi tutta la testa scattava di lato e infine le mascelle si chiudevano con uno schiocco secco. Thorne lo fissava ipnotizzato, con un vago senso di colpa, e, mentre il tic si ripeteva all’infinito, si trovò ad attribuire un effetto sonoro a ciascuno spasmo. Tre movimenti che sembravano manifestare, in rapida successione, sorpresa, interesse e amara delusione, con un suono che sembrava: «Ooh, Whahay, Clack!»

Dopo qualche minuto, l’uomo parve riprendere il controllo di sé e Thorne finalmente distolse lo sguardo. La coppietta intanto era scesa, sostituita da un’altra coppia, più vecchia e meno propensa alle carezze. La donna incrociò lo sguardo di Thorne e abbassò gli occhi.

Quando Thorne si girò di nuovo verso l’uomo con il tic, lo trovò immobile, intento a fissarlo. Si appoggiò all’indietro contro il finestrino, il vetro era fresco contro la nuca.

Thorne chiuse gli occhi.

Mancavano ancora un paio di fermate a Camden, dove avrebbe dovuto cambiare linea. Poteva permettersi il lusso di tornare un attimo con la mente su quella collina…

Non fece in tempo a finire il pensiero, che già dormiva.

Aveva parecchio da fare, molte immagini da stampare dopo averle scaricate dalla macchina fotografica, ma si meritava una pausa. Dieci minuti di navigazione in Rete lo avrebbero rilassato. Poi sarebbe tornato al lavoro. Doveva assemblare le immagini e infilarle nella posta…

Gli piaceva lavorare al computer, ora che aveva imparato. In meno di due anni si era trasformato da profano in esperto.

Selezionò dal menu l’opzione “Preferiti”, cliccò e attese l’apertura della pagina.

Quando si è esperti in qualcosa, la si fa con piacere. Proprio come il lavoretto che aveva fatto a quei bastardi con il coltello e la corda da bucato…

Aveva trovato il sito mentre cercava ispirazione per le foto di Jane. Ora tornava a visitarlo di tanto in tanto, per tenersi aggiornato. Per dare un’occhiata…

Era stata una settimana strana. Avrebbe avuto altre cose da fare, ma aveva dovuto rivedere i suoi programmi in vista dell’incontro con Dodd. Comunque, adesso era tutto sistemato.

C’erano parecchi nuovi link sul sito, dall’ultima volta che lo aveva visitato. Un paio sembravano particolarmente interessanti. Ne selezionò uno, trattenendo il respiro.

Non vedeva l’ora di poter tornare al lavoro serio. A parte tutto il resto, c’era il problema di dover cambiare sistema. Ora che le prigioni erano in all’erta, non poteva più mandare lettere.

«Cristo…»

La donna aveva la testa rasata ed era in ginocchio, con un collare collegato da una catena al laccio di pelle che le bloccava le caviglie. Sul viso aveva una maschera di pelle che l’avvolgeva come una ragnatela lasciandole scoperta solo la bocca, in cui era infilata una palla rossa.

Era proprio un peccato. Se avesse potuto usare altre foto, si sarebbe orientato verso roba del genere. Ma ormai era inutile pensarci. Con Remfry e Welch era stato un gioco lento e piacevole. Con il prossimo sarebbe stato tutto più semplice e diretto.

Sperava che sarebbe stato ugualmente piacevole.

CAPITOLO 12

Carol Chamberlain si sentiva ringiovanita di vent’anni. I suoi pensieri erano più rapidi, le sue sensazioni più forti. Si sentiva più sveglia, aveva più appetito. La notte prima, a letto, si era “servita da sola”, cosa che aveva sorpreso ed eccitato il marito. Forse quella cartellina verde che aveva in grembo sarebbe stata la salvezza di entrambi.

Jack sorrideva ancora, dodici ore dopo, quando le portò un piatto di tramezzini. Lei gli mandò un bacio sulla punta delle dita. Lui prese la giacca a vento dall’attaccapanni e uscì a comprare il giornale.

Carol aveva cinquantadue anni ed era ispettore capo da dieci quando l’assurda politica della pensione forzata dopo trent’anni di servizio l’aveva costretta a lasciare la polizia. Da allora erano passati tre anni. Tre anni di amarezza, fino a quella telefonata.

Carol sapeva di avere ancora molto da dare e si rendeva conto che quella possibilità era arrivata proprio in extremis. Se doveva essere sincera, negli ultimi tempi si era sentita sempre più vicina a gettare la spugna, così come aveva fatto suo marito.

Udì chiudersi il cancello e si voltò a guardare Jack che si allontanava lungo il marciapiede. Già vecchio a cinquantasette anni.

Carol prese la cartellina verde. Il suo primo caso “freddo”. Sull’etichetta autoadesiva in alto a destra c’era scritto URCI, Unità Riesame Casi Insoluti. Loro, però, preferivano chiamarsi SCF, Squadra Casi Freddi. Al pub, invece, erano semplicemente la Squadra dei Ripescati.

Si chiamassero pure come volevano.

Lei avrebbe fatto comunque un buon lavoro, come sempre.

Il giorno prima, quando era andata a prendere il dossier all’ufficio registri, aveva notato subito che era già stato consultato tre settimane prima da un agente dell’Unità per i Reati Gravi. Interessante. Aveva preso nota del nome dell’agente, pensando di chiamarlo per chiedergli cosa stesse cercando di preciso.

Tre anni fuori servizio. Tre anni passati a leggere montagne di libri, a cucinare, a occuparsi del giardino e a riallacciare i contatti con gli amici di un tempo, provando una fitta di malumore ogni volta che in tivù trasmettevano Crimewatch. Tre anni lontana, ma quel solletico allo stomaco, come un volo di farfalle, era ancora lì. Aprì il dossier e iniziò a leggere.