Poco lontano dalla fermata c’era un baracchino di hamburger dall’aria poco pulita. Thorne scoprì di avere fame e cercò di decidere se valesse la pena rischiare di perdere l’autobus per intossicarsi con quel cibo.
L’autobus arrivò sferragliando più di dieci minuti dopo, quando Thorne si era già pentito di avere mangiato l’hamburger. Mentre cercava in tasca gli spiccioli per il biglietto, si chiese come mai provasse sollievo rincasando da solo.
L’uomo seduto sulla cyclette accanto alla sua smise di pedalare e rimase a occhi chiusi per alcuni secondi, riprendendo fiato. Quindi scese e si avviò verso il rubinetto dell’acqua. Bevve a grandi sorsi, poi si avvolse l’asciugamano intorno al collo ed entrò nella sala pesi.
Lui aspettò la fine della canzone che stava ascoltando, poi si tolse le cuffie, scese dalla cyclette e lo seguì.
Howard Anthony Southern era un tipo abitudinario e amava tenersi in forma. Le due cose insieme facevano sì che sorvegliarlo fosse non soltanto facile, ma anche piacevole. Lui andava già in palestra per conto suo, ma qualche ora in più alla settimana non gli avrebbe certo fatto male. Era stato semplice iscriversi alla palestra di Southern e frequentarla nei suoi stessi orari. Qualche volta gli era capitato di non trovarlo, ma in ogni caso ormai si era fatto un’idea abbastanza precisa del soggetto.
Sapeva quel che c’era da sapere. Che Southern aveva commesso il reato e che il suo nome si trovava sul Registro. Era più che sufficiente. E tuttavia, non avrebbe guastato scoprire qualcosa in più. Come, per esempio, quanto lui fosse più forte di Southern, quanto sarebbe stato facile prenderlo, al momento giusto. Vedere la sua faccia stravolta e sudata, immaginare in anticipo la sua espressione mentre si contorceva, cercando di liberarsi dal cappio.
Entrò nella sala pesi. Southern era sulla panca per i pettorali. Lui gli si sedette accanto e cominciò a pompare.
Vide immediatamente che Southern occhieggiava una donna dall’altra parte della sala. Lei faceva stretching e le sue forme risaltavano attraverso il tessuto aderente della calzamaglia nera. Southern continuava ad allenarsi, senza perdere di vista la donna riflessa nello specchio lungo la parete.
Lui sapeva che era quello il motivo per cui Howard Southern frequentava la palestra.
Si domandò se Southern avesse commesso un altro reato dopo il rilascio. Forse dopo essersi fatto beccare una volta era diventato più cauto. Probabilmente avrebbe potuto farlo di nuovo impunemente per anni. Mentre guardava quella donna, forse immaginava di prenderla con la forza. Gli occhi di Southern erano come mani sudate sul corpo della donna, di sicuro si stava convincendo che lei volesse proprio quello…
Southern lasciò le maniglie e i pesi caddero con un rumore metallico. Si voltò verso di lui e sbuffò. «Ma chi ce lo fa fare?» disse.
Quello sì era un colpo di fortuna! Lui aveva pensato di attaccare discorso proprio quel giorno, nello spogliatoio o nel bar della palestra.
«È un’autentica follia, vero?» continuò Southern, accennando con il mento alla donna in calzamaglia. «Star qui ad ammazzarsi per quelle come lei.»
Lui gli sorrise, pensando che l’idea era giusta, anche se lui la intendeva in maniera completamente diversa.
CAPITOLO 14
Carol Chamberlain rappresentava i tre quarti di una squadra di due persone. Le era stato assegnato un aiutante per le ricerche, ma l’ex sergente Graham McKee era, per usare un’espressione di suo marito, “utile come una teiera di cioccolato”. Quando non era al pub, lasciava chiaramente intendere che, secondo lui, era Carol quella che avrebbe dovuto occuparsi di fare il caffè e le telefonate, mentre lui era fuori a parlare con le persone.
Qualche anno prima, Carol gli avrebbe strappato le palle. Adesso, invece, si accontentava di procedere con il lavoro, facendo anche la parte del sergente. Ci avrebbe messo più tempo, ma avrebbe anche ottenuto risultati migliori. Carol non ne era ancora sicura, ma credeva che, se il caso di cui si stava occupando fosse stato gestito bene dall’inizio, non ci sarebbe stato nessun bisogno di rivolgersi a lei.
Hastings non era molto lontana, ma per non correre rischi lei era partita presto. Jack si era svegliato di buon’ora e le aveva preparato la colazione. Non era contento che lei lavorasse di domenica, ma aveva cercato di buttare la cosa sul ridere.
«Sveglia a ore assurde, domeniche andate in fumo… Ora ho l’assoluta certezza che sei tornata a lavorare nella polizia.»
Prima di scendere dalla macchina, Carol controllò il trucco nello specchietto retrovisore. Forse aveva esagerato un po’ con il fondotinta, ma ormai era tardi per rimediare. I capelli invece erano perfetti. La sera prima aveva dato un ritocco alla tinta, per eliminare la ricrescita.
Jack le aveva detto che stava benissimo.
Si avvicinò alla porta e bussò, imponendosi di rimanere calma. Era una cosa che aveva fatto centinaia di volte e non c’era bisogno di stringere così forte la maniglia della cartella.
«Sheila? Sono Carol Chamberlain, dell’Unità Riesame Casi Insoluti. Ci siamo sentite al telefono…»
Era evidente che la donna che venne ad aprire non si aspettava affatto una come lei.
Carol era ingrassata cinque chili per ogni anno che era stata fuori dalla polizia e, poiché non arrivava al metro e sessanta di altezza, era ben consapevole del proprio aspetto. I capelli potevano essere tinti all’ultima moda, ma i trent’anni passati in servizio si notavano eccome sul suo volto.
Si augurava soltanto che la tipica riservatezza inglese impedisse a Sheila Franklin di manifestare troppo apertamente il suo sconcerto.
«Vado a preparare il tè» disse la donna, facendola accomodare.
In cucina, mentre aspettavano che l’acqua bollisse, parlarono del tempo e del traffico. Solo quando furono sedute nel piccolo soggiorno, Sheila diede voce alla propria confusione.
«Mi scusi, ma credevo che avesse detto che il caso era stato riaperto…»
Carol non aveva detto nulla del genere. «Mi dispiace, temo che ci sia stato un malinteso. Io sto riesaminando il caso, che sarà riaperto solo se troveremo elementi validi per farlo.»
«Capisco.»
«Per quanto tempo lei e suo marito siete stati sposati?»
La vedova di Alan Franklin era una donna alta e magra che dimostrava solo qualche anno più di Carol, aveva i capelli tirati all’indietro e due occhi verdi che non si fissavano mai su nulla per più di qualche secondo. Disse di aver conosciuto Franklin nel 1983. Lui aveva dieci anni più di lei e, all’epoca, era prossimo alla cinquantina. Pochi anni prima aveva lasciato la moglie e un’attività a Colchester, trasferendosi ad Hastings per iniziare una nuova vita. Si erano conosciuti sul lavoro e si erano sposati nel giro di pochi mesi.
«Alan era uno che non perdeva tempo» disse ridendo. «Ma è anche vero che io non ho opposto molta resistenza.»
Come sempre, Carol aveva fatto le sue ricerche e conosceva i particolari. «Come reagirono i figli di Alan? All’epoca dovevano avere sedici o diciassette anni, giusto?»
Sheila fece un sorriso un po’ forzato. «Sì, più o meno, ma non ne sono sicura. In tutti gli anni del nostro matrimonio, credo di averli visti una volta sola. E soltanto uno di loro è venuto al funerale di Alan.»
Carol annuì, come se fosse una cosa perfettamente normale. «E cosa può dirmi della prima moglie?»
«Celia? Non l’ho mai conosciuta. Non abbiamo neppure mai parlato al telefono. E Alan non mi ha mai detto nulla di lei.»