«Capisco…»
Sheila si chinò in avanti, appoggiando tazza e piattino sul tavolino. «So che può sembrare strano, ma è la verità. Per Alan, Celia era il passato…»
Carol cercava di non giudicare, ma era difficile. Lei e Jack si erano sposati abbastanza tardi e i rapporti con l’ex moglie di lui erano sempre stati un po’ tesi, ma civili. Inoltre la figlia di Jack aveva sempre avuto una parte importante nella loro vita.
«Ho fatto qualche tentativo, con i ragazzi» disse Sheila. «All’inizio dicevo ad Alan che doveva vederli, che dovevamo cercare di costruire un ponte… Ma lui è sempre stato un po’ strano al riguardo.»
«Forse pensava che Celia glieli avesse messi contro.»
«Può darsi, ma non l’ha mai detto. I ragazzi comunque erano già quasi adulti. Abbiamo anche fatto qualche tentativo di avere dei figli nostri, per un certo periodo.» Sheila rimise tazze e teiera sul vassoio con il quale le aveva portate nel soggiorno, poi si alzò in piedi. «Ma io avevo già quarant’anni e non ce l’abbiamo fatta.»
Carol la seguì in cucina. «Alan ha mai parlato del motivo del suo divorzio?»
«No. Credo che sia stato piuttosto spiacevole.»
Da quello che Carol sapeva, “spiacevole” era un eufemismo. «Ma doveva comunque pagare gli alimenti alla moglie, no? Dovevano comunicare in qualche modo, se non altro attraverso i rispettivi avvocati…»
«Negli ultimi anni non sapevamo neppure dove abitassero. Il figlio che è venuto al funerale ha saputo della morte di Alan dal telegiornale.»
«Ah.»
Sheila si era messa a lavare tazze e piattini. Quando si voltò, probabilmente lesse sul volto di Carol quel giudizio che lei aveva cercato di non lasciar trapelare, perché disse: «Senta, esistevamo solo Alan e io. Tutto quello che c’era stato prima non importava. Non frequentavamo quasi neppure la mia famiglia. Bastavamo a noi stessi.» Fece un passo verso Carol, che era rimasta sulla soglia della cucina. «Alan diceva sempre che io ero la sua vita. La vita di prima non aveva funzionato e quindi non voleva pensarci più. Stava cercando di allontanarsene…»
Carol annuì. «Posso usare il bagno?»
Si appoggiò al lavandino, lasciando scorrere l’acqua.
Non si era mai molto affidata all’istinto nel lavoro, ma in trent’anni aveva imparato a lasciare comunque un po’ di spazio alle intuizioni. Nel 1996, l’omicidio di Alan Franklin era rimasto insoluto. In gran parte perché sembrava che mancasse un movente.
Annusò il sapone e cominciò a lavarsi le mani.
Era possibile che la vita da cui Alan Franklin aveva cercato di scappare, cambiando città, moglie e lavoro, lo avesse raggiunto in quel parcheggio deserto…
Sheila Franklin l’aspettava ai piedi delle scale.
«Ha conservato le cose di Alan?» chiese Carol.
«Ci sono un paio di scatole in soffitta. Carte e poco altro, credo. È stato Alan a metterle lì, quando abbiamo traslocato in questa casa.»
«Le dispiacerebbe lasciarmele esaminare?»
«No, anzi. Mi faccia un favore, se le porti via.» Sheila lanciò un’occhiata in direzione delle scale e un’ombra passò nei suoi occhi. «È tempo di fare un po’ d’ordine…»
Non era un identikit perfetto, ma era già qualcosa.
Thorne aveva tirato fuori il disegno dalla borsa mentre il treno usciva dalla stazione di King’s Cross, lo aveva appoggiato sul tavolino davanti a sé e lo fissava da dieci minuti buoni.
Il cameriere della caffetteria di fronte allo studio di Dodd aveva rilasciato la sua deposizione il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Dodd. Aveva visto un uomo in moto aggirarsi in zona alcuni giorni prima. Era vestito di pelle nera e indossava un casco scuro. No, non lo aveva visto salire da Dodd, ma era un pomeriggio caldo e lui era occupato a servire ai tavoli.
Era accaduto un mercoledì, cinque giorni prima che il cadavere di Dodd fosse ritrovato. Da quel giorno erano passate quasi due settimane.
Quindi Charles Dodd non aveva mentito su tutto. L’uomo a cui aveva noleggiato lo studio indossava davvero un casco. La menzogna probabilmente era che non se lo fosse mai tolto. Una menzogna che Dodd aveva pagato cara.
Udendo il rumore del carrello del servizio ristorazione che avanzava lungo la carrozza, Thorne alzò gli occhi. La colazione che le ferrovie proponevano non era il massimo, ma lui aveva fame. Si tastò le tasche alla ricerca di spiccioli.
Dodd probabilmente non aveva sospettato nulla quando l’uomo in tuta di pelle era salito nel suo studio, quel pomeriggio. Anzi, probabilmente credeva di essere lui a controllare la situazione e si apprestava a spremere al pollo tutto il denaro possibile. Non sapeva con chi aveva a che fare.
I testimoni interrogati per gli omicidi di Welch e Remfry non avevano mai parlato di un uomo in tuta da motociclista, ma bisognava controllare. Ogni giorno a Soho giravano decine di fattorini in moto e in bici, a consegnare sceneggiature, video, sandwich e sushi. Ci erano voluti due giorni per rintracciarli tutti ed eliminarli uno alla volta. Due interi giorni per confermare ciò che Thorne sapeva dal momento in cui il cameriere del bar aveva rilasciato la sua deposizione: la faccia sotto quel casco era quella dell’assassino e lo zainetto nero che aveva in spalla conteneva una corda da bucato blu.
«Desidera qualcosa?»
Il carrello era arrivato accanto a lui. Thorne scelse un tè e un Kit-Kat. Prese il bicchiere di carta, asciugò con il tovagliolo le gocce che erano cadute sul tavolino e mise la bustina a mollo nell’acqua calda.
Fissò di nuovo il disegno che stava tracciando da alcuni giorni. Un uomo in casco da moto era un’immagine troppo generica per giustificare l’intervento di un disegnatore ufficiale, perciò Thorne si era messo a tracciare schizzi su un foglio di carta mentre era seduto alla sua scrivania o sulla metropolitana. Il suo talento per il disegno era più o meno pari a quello che poteva avere come ballerino di danze medievali, e tuttavia lui riusciva a vedere qualcosa nei suoi scarabocchi. I tratti di penna che si incrociavano fittamente suggerivano un’oscurità dietro la visiera. Più nera e più fitta di quella prodotta dalla plastica polarizzata.
Alzò lo sguardo a fissare il paesaggio. La campagna diventava più verde e le case più grandi, a mano a mano che il treno avanzava nello Hertfordshire.
Bevve il tè e mangiò la cioccolata, mentre il tizio seduto davanti a lui era ancora indeciso su cosa ordinare. Una delle due donne addette al carrello alzò gli occhi al cielo e un adolescente in tuta, bloccato nel corridoio, si mise a sbuffare, impaziente di poter tornare al proprio posto.
Zia Eileen aveva chiamato da Brighton un paio di sere prima. La donna che si occupava del padre di Thorne era malata, lei aveva chiesto a una vicina di portare qualcosa da mangiare a Jim il venerdì e stava cercando una sostituita temporanea, ma fino a lunedì non aveva trovato nessuno e sicuramente il vecchio, lasciato a se stesso, non avrebbe mangiato nulla…
Thorne si era sentito in colpa perché lei glielo aveva chiesto come un favore. E ora, a pochi chilometri da St Albans, con in tasca un pacchetto delle mentine preferite dal padre, si sentiva ancora più in colpa perché avrebbe desiderato essere altrove. Per esempio, con Eve, in un pub lungo il fiume.
La porta automatica della carrozza si aprì e le due donne del carrello passarono accanto all’adolescente in tuta, che ora stava beatamente fumando una sigaretta rollata a mano accanto alla porta del bagno.
A Thorne venne in mente Yvonne Kitson che fumava fuori da Becke House. Yvonne non era esattamente un’amica, non si erano mai frequentati fuori dal lavoro, eppure in quell’incontro c’era stato qualcosa che adesso lo preoccupava. Senza pensarci troppo, Thorne prese nella borsa l’agenda, cercò il numero di casa di Yvonne e la chiamò. Di sicuro l’avrebbe trovata intenta a preparare il pranzo domenicale per la famiglia.