Rispose un uomo, probabilmente il marito.
«Buongiorno, potrei parlare con Yvonne, per favore?»
«Non è in casa.»
Thorne rimase in attesa di altre informazioni, ma non ne arrivarono. «Non è una cosa importante» disse. «Quando torna può dirle soltanto che ha chiamato Tom Thorne? Magari riprovo più tardi.»
«Provi pure, ma non so quando tornerà. Ha detto che sarebbe stata via solo un paio d’ore…»
Thorne stava pensando ancora a quella conversazione cinque minuti dopo, quando uscì dalla stazione di St Albans e si mise in cerca di un taxi. Forse il marito di Yvonne Kitson era un tipo scontroso per natura. Forse non aveva gradito che la moglie l’avesse lasciato solo con i bambini di domenica mattina. O forse il problema era completamente diverso. Comunque, qualunque fosse il motivo del suo fastidio, non si era fatto problemi a lasciarlo trasparire con un estraneo.
“Ha detto che sarebbe stata via solo un paio d’ore…”
Thorne vide una coppia salire sull’unico taxi disponibile. Pensò ancora a Eve, alle cose che avrebbe potuto fare insieme a lei. Se non altro, comunque, aveva evitato di dover passare la domenica in giro per l’Ikea.
Quando Thorne aveva suggerito di cucinare qualcosa, il padre era diventato rosso di collera e lo aveva chiamato “stupido, piccolo bastardo”. Mezz’ora dopo, al pub, aveva completamente cambiato umore. Era incredibile l’effetto che una pinta di birra e un piatto di salsicce con patate potevano avere sulla chimica alterata del suo cervello.
«Questa è la regola numero tre della mia lista» disse suo padre.
Erano seduti a un tavolo d’angolo: Thorne, il padre e un amico del padre di nome Victor. In passato erano un bel gruppo e si ritrovavano in quel pub due o tre sere alla settimana. Ma dopo che a Jim Thorne era stato diagnosticato l’Alzheimer, dei vecchi amici era rimasto solo Victor, l’unico che evidentemente non temeva il contagio…
«Quale lista?» chiese Thorne.
Suo padre sollevò il bicchiere, dicendo soddisfatto: «Questa: “niente birra”, che viene dopo “non andare in cucina” e “non uscire da solo”. La lista di stupide regole che mi hanno imposto i medici, hai presente?».
Thorne annuì.
«Niente alcolici» disse Jim Thorne, con un’enfasi da deejay. «Al terzo posto nella hit-parade dell’Alzheimer.» Thorne e Victor risero, ma a un tratto Jim smise di colpo di canticchiare la sigla dei “successi della settimana” e fissò Victor, con il viso contorto in una smorfia di panico. «Chi sono i tre primi in classifica di tutti i tempi? In termini di settimane passate tra i primi dieci, intendo.»
Victor si chinò verso di lui. «Elvis, Cliff Richard…»
«Sì, certo» disse Jim, nervoso. «Ma è il terzo che non mi viene in mente. Cristo, eppure lo so…»
«I Beades?» buttò lì Thorne, cercando di collaborare.
Con un tempismo da commedia musicale, Victor e Jim si voltarono verso di lui e dissero all’unisono: «No».
Jim Thorne cominciò a sudare e a respirare con affanno. «Lo vedo, vedo la sua faccia» disse, alzando la voce. «È un tizio a cui piacciono gli uomini… e suona… quella cosa con i tasti…»
«Il pianoforte» suggerì Thorne. Suo padre ricorreva spesso a quelle perifrasi, quando non gli veniva la parola giusta. “La cosa che ti metti in bocca per lavarti i denti”; bacon e… “quelle cose che escono dai polli”.
Victor picchiò trionfante il pugno sul tavolo. «Elton John!» esclamò.
«Lo sapevo» disse Jim. «Lo sapevo, cazzo.» Cominciò a infilzare le patate, con l’espressione di chi è prossimo alle lacrime.
«Vado a prendere un’altra birra» si affrettò a dire Thorne. «Visto che hai deciso di violare una delle tue regole, tanto vale infrangerla fino in fondo.»
Victor scolò la sua pinta e tese a Thorne il bicchiere vuoto. «Naturalmente, potrebbe anche darsi che tuo padre non abbia affatto l’Alzheimer…»
Thorne lo guardò storto. Discussioni come quella erano inutili, anche se, da un punto di vista strettamente medico, Victor aveva ragione. L’Alzheimer non poteva mai essere confermato. Ma i medici erano sicuri al novanta per cento e questo poteva bastare.
«Un’altra uguale, Victor?»
«Hai sentito, Jim?» disse Victor. «Non puoi essere sicuro di avere l’Alzheimer.»
Thorne gli appoggiò una mano sul braccio. «Victor…»
Stavolta fu Victor a rivolgergli un’occhiataccia. All’improvviso Thorne capì che l’amico stava solo offrendo a suo padre il pretesto per una delle sue battute preferite e si sentì avvampare di vergogna.
Jim Thorne mise giù le posate e colse l’occasione al volo: «Esatto, Vic. Il medico mi ha detto che l’unico modo per esserne sicuri è quello di effettuare un’autopsia e io ho risposto: “No, grazie, è un tipo di esame per cui non mi sento ancora pronto!”».
Victor e Jim stavano ancora ridendo, mentre Thorne aspettava di essere servito al bancone.
La condizione del padre gli era stata descritta come “lo stadio intermedio della demenza”. Era una definizione un po’ vaga, ma Thorne immaginava che perlomeno ci sarebbe voluto ancora qualche tempo, prima di arrivare allo stadio finale. Finché erano più le battute sceme che i momenti di paura e disperazione, non c’era da preoccuparsi troppo.
Per un paio di minuti, Carol si era chiesta che cosa stesse facendo. Era una donna di mezza età, Cristo, e avrebbe dovuto trovarsi in casa con Jack, seduta sul divano a guardare Heartbeat, invece di rovistare tra sudicie scatole di cartone nel garage gelato.
Ma quella perplessità era durata poco. Appena aveva cominciato a immergersi nel passato di Alan Franklin, il suo primo passato, non aveva più sentito il freddo. Aveva riscoperto quella strana ed eccitante sensazione di cercare accanitamente qualcosa, senza sapere bene che cosa.
In quel momento, nei soggiorni e nelle cucine delle case vicine, donne della sua età facevano cruciverba, leggevano un romanzo rosa o preparavano la tavola per la colazione del mattino dopo. Mentre estraeva da una scatola una pila di documenti impolverati, Carol pensò che per nulla al mondo avrebbe voluto trovarsi al posto di quelle donne.
In entrambe le scatole c’erano un sacco di carte ingiallite, oltre a buste, etichette autoadesive e scatole di punti metallici arrugginiti. Franklin aveva conosciuto Sheila mentre lavorava per una compagnia di assicurazioni ad Hastings, ma aveva voluto conservare qualcosa anche della sua attività precedente.
Per quanto riguardava gli altri oggetti, non c’era niente che avrebbe fatto gola a un antiquario. Un paio di agende Letts nuove, anni 1975 e 1976. Un mazzo di chiavi con un portachiavi Ford, piatti e tazze da tè avvolte in vecchi giornali. Un paio di Polaroid in una busta gialla (due bambini piccoli, di cui uno un po’ più grande dell’altro, e poi gli stessi bambini trasformati in goffi adolescenti).
Carol distese sul pavimento il foglio di giornale che avvolgeva un grosso boccale d’argento e ne stirò le pieghe con la mano. Era un quotidiano locale e presumibilmente la data riportata era quella del giorno in cui Franklin aveva lasciato la moglie, o era stato lasciato da lei. Non sembrava che fosse avvenuto niente di interessante a Colchester, quel giorno. Una piccola protesta riguardante la costruzione di una tangenziale, un centro di fitness che riapriva dopo una ristrutturazione, un furto commesso in una gioielleria su High Street dopo averne infranto la vetrina…
Carol sorrise leggendo quel resoconto. Non erano passati più di vent’anni da quell’evento e anche i crimini sembravano in qualche modo più innocenti.
Sollevò il boccale, esaminandolo da vicino. In realtà era argento placcato. Era un po’ annerito, ma l’iscrizione si leggeva ancora bene: