«Dai ragazzi della Baxters, maggio 1976.
Bentornato.
Uno per festeggiare e molti di più per dimenticare!»
Lì per lì Carol pensò di chiamare Sheila, ma poi sentì istintivamente che non ne avrebbe ricavato molto. Franklin non aveva condiviso con lei quasi nulla del suo passato. Forse di tanto in tanto andava in soffitta e guardava quel boccale. Oppure aveva cercato davvero di dimenticare tutto. Comunque fosse, Carol era abbastanza sicura di doverlo scoprire da sola. A cominciare dall’indomani mattina. Non era poi così difficile: avrebbe solo dovuto convincere quel pigro bastardo di McKee a fare qualche telefonata.
Si alzò dal pavimento, dove era inginocchiata, con una smorfia di dolore. Aveva appoggiato un cuscino sul cemento, ma muscoli e giunture le dolevano ugualmente. Spense la luce del garage e prima di entrare in casa rimase qualche secondo immobile al buio, chiedendosi che cosa aveva festeggiato Alan Franklin nel 1976. E che cosa aveva voluto dimenticare.
Durante i venticinque minuti del viaggio in treno che lo riportava a casa, Thorne ebbe tutto lo scompartimento per sé.
Tirò fuori il suo lettore portatile e vi inserì il CD di un gruppo che si chiamava Lambchop. Si trattava di un regalo di compleanno di Phil Hendricks e per alcuni giorni, dopo il furto in casa, era stato il suo unico disco finché non si era deciso a ricomprare buona parte della collezione. Hendricks gli aveva detto che si trattava di musica “alt country”. Evidentemente, Thorne doveva aggiornarsi un po’.
Premette il tasto “Play” e si immerse nelle sonorità di quelle canzoni, pensando al modo curioso in cui lui e il padre si erano salutati.
Mezz’ora dopo che Victor se n’era andato, Thorne e il vecchio Jim si erano trovati sulla soglia, ciascuno cercando le cose giuste da dire.
A Jim Thorne non erano mai piaciute le dimostrazioni fisiche di affetto, ma stavolta non gli aveva concesso neppure una stretta di mano. Invece, si era chinato verso di lui e con un lampo negli occhi, come se gli stesse elargendo una perla di saggezza, gli aveva detto che Three steps to heaven di Eddy Cochrane era al primo posto nella hit-parade il giorno in cui Thorne era nato.
Thorne si tolse le scarpe e appoggiò i piedi sul sedile di fronte. Le cose che gli aveva detto il padre, i suoi ricordi, erano commoventi, in un certo senso.
La musica che gli arrivava nelle cuffie era lenta, ricca e strana. Il testo delle canzoni sembrava non avere né capo, né coda. Si sentivano anche i corni. Non trombe messicane stile King of fire, ma veri e propri corni da orchestra, come in un disco soul.
Thorne tolse il CD dal lettore e lo rimise nella custodia. Un altro giorno, magari… Mise Train a Comin, di Steve Earle e chiuse gli occhi.
Il soul era una bella cosa, ma c’erano momenti in cui una musica viscerale faceva più piacere.
Era stato facilissimo. Non cessava di stupirsi di come fossero patetici quegli animali. Di come fosse semplice menarli per il naso. Per quel naso che avevano tra le gambe…
Era passata meno di una settimana da quando aveva parlato per la prima volta con Southern ed era già arrivato il momento di pensare a dove e quando avrebbe avuto luogo l’omicidio. Era stato così semplice da fargli quasi rimpiangere tutte le energie sprecate con gli altri. I mesi di preparativi le lettere… Avrebbe potuto aspettare che uscissero di prigione e poi agganciarli in un bar.
Con i tipi come Southern non c’era bisogno di sottigliezze. Non le capivano, non le riconoscevano. Usavano solo il cazzo per pensare…
Ci aveva messo pochissimo a guadagnarsi la fiducia di Southern e ora tutto il resto sarebbe venuto da solo. Tempi e luoghi. Accordi.
Era tutta una questione di fiducia e lui era bravo a guadagnarsi quella degli altri. Gliela concedevano tutti, senza che avesse bisogno di chiederla. Come un dono.
Lui, viceversa, non si fidava mai di nessuno. Non più. Sapeva perfettamente che cosa poteva accadere alle persone che si fidavano.
CAPITOLO 15
Carol sollevò il ricevitore e compose lentamente il numero, controllandone ogni cifra sul suo taccuino. Quando il telefono dall’altra parte iniziò a squillare, allungò una mano per raddrizzare un quadro sulla parete.
Aveva resistito un po’, osservando McKee che perdeva tempo, poi aveva preso in mano la situazione. Due giorni e mezzo passati al telefono, cercando dati, irritandosi perché non li trovava, ricordando che quello era perlopiù un lavoro di merda.
«Nessuno ti ha costretta ad accettare» le aveva detto Jack. «E nessuno potrà dirti nulla, se rinunci.»
Nessuno, a parte lei stessa.
Rintracciare la Baxters, la ditta di Colchester dove Franklin aveva lavorato più di trent’anni prima, si era rivelato molto frustrante. Carol aveva scoperto che si trattava di grossisti di cancelleria, ma, a parte quello, nient’altro. L’azienda si era trasferita e aveva cambiato nome nei primi anni Ottanta e lei aveva passato ore al telefono parlando con tutte le ditte di cancelleria dell’Inghilterra meridionale, senza arrivare da nessuna parte. Poi, quando Jack cominciava già a parlare di divorzio, aveva avuto fortuna. Il direttore del personale di una ditta di Northampton conosceva tutti nel settore della cancelleria, giocava a golf con molti di loro ed era stato felice di indicarle esattamente dove trovare la persona con cui doveva parlare…
«Buongiorno, qui è la Bowyer-Shotton. In cosa posso aiutarla?»
«Vorrei parlare con Paul Baxter» rispose Carol.
«Glielo passo subito.»
Seduto alla scrivania, Andy Stone sudava nella camicia bianca, mentre solo una piccola parte della sua mente era concentrata sul rapporto che stava scrivendo.
Pensava soprattutto alla donna al cui fianco si era svegliato. Ricordava l’espressione che aveva la sera prima e lo sguardo che gli aveva lanciato quella mattina, scendendo dal letto senza una parola…
Assisteva a un noioso convegno al Greenwood Hotel, il giorno in cui era stato ucciso Welch. Stone l’aveva interrogata e le aveva lasciato il suo numero, nel caso in cui le fosse venuto in mente qualcos’altro. E a lei era venuto in mente che lui le piaceva, così lo aveva chiamato, invitandolo fuori a bere qualcosa.
Probabilmente la eccitava il fatto che lui fosse un poliziotto. Molte donne sembravano trovarlo eccitante. Il potere, le manette, le storie cruente. Qualunque fosse il motivo, comunque, a un certo punto la novità finiva e le donne perdevano rapidamente interesse.
Nel frattempo, però, in genere le scopate non erano affatto male.
Andy preferiva avere il controllo della situazione, a letto. Gli piaceva stare sopra, la donna con le braccia sopra la testa, lui che le stringeva i polsi, tenendosi sollevato mentre la penetrava. Aveva lavorato molto con i pesi ed era in grado di mantenere quella posizione per tutto il tempo necessario.
La notte prima era iniziata bene. Lei lo aveva fissato con gli occhi spalancati, dicendo le cose giuste, proprio quelle che accendevano la fantasia di Andy. Gli aveva detto che ce l’aveva troppo grosso, che le avrebbe fatto male. Lui aveva gettato indietro la testa e aveva spinto forte…
Poi lei aveva rovinato tutto. Aveva cominciato a gemere, ad afferrargli le spalle, dicendo che le piaceva così. E alla fine, ansimando, gli aveva sussurrato che voleva che le facesse male.
In pochi secondi Andy si era ammosciato, si era voltato su un fianco e la donna aveva fatto lo stesso dall’altra parte del letto, con un sospiro.
Un collega lo salutò passando accanto alla scrivania. Andy gli rivolse un sorriso e continuò a battere sui tasti, ricordando la sensazione calda della propria mano sui genitali e il fruscio del corpo di lei che si allontanava dal suo…