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Thorne sapeva quanto fosse difficile la situazione in molte zone. In quel periodo tutta l’attenzione della polizia era concentrata, giustamente, sulla criminalità di strada, quindi moltissimi agenti non avevano più il tempo di occuparsi di bazzecole come il furto con scasso negli appartamenti. E sapeva anche che, proprio perché lui era un collega, i ragazzi di Kentish Town stavano dedicando al suo caso il doppio del tempo e degli sforzi che riservavano di solito a quel tipo di problemi. Ma il doppio di niente era sempre niente.

«Sono passate tre settimane, Chris…»

«Ti abbiamo ritrovato la macchina.»

«E dalla macchina non siete risaliti a nessuno…»

«Era bruciata.»

«Soltanto dentro.»

La Mondeo era stata trovata in un campo dietro la stazione di Euston. L’interno era stato bruciato, le ruote rubate e sul tettuccio qualcuno aveva scritto con la vernice spray “Poliziotti mezze seghe”. Motivo di ilarità per la sala di pronto intervento di Becke House.

«E che mi dici dei ricettatori locali? Quei bastardi dovranno pur aver cercato di vendere il mio stereo…»

«Ma davvero? Non ci avevamo pensato.»

Thorne sospirò. Si tolse di bocca la gomma che stava masticando e la gettò fuori dalla finestra aperta. «Scusami, Chris. Avvertimi, se vieni a sapere qualcosa. Qualunque cosa.»

«Hai risolto tutto con l’assicurazione?» gli chiese Barratt.

«Sì, tutto a posto.» Stava ancora aspettando i soldi per l’auto, ma sarebbero arrivati presto e…

«Allora perché ti brucia tanto?»

Un sabato afoso, il sudore che colava goccia a goccia, una settimana di merda da cui Thorne desiderava solo uscire.

«Mi brucia e basta» rispose. «E dovrebbe bruciare anche a voi. E quando finalmente prenderete quel figlio di puttana che ha usato il mio letto come un cesso, a lui brucerà molto di più.»

Un cliente in giacca e cravatta si avviò in fretta verso l’ascensore. Fiona gli augurò il buongiorno e si appoggiò una mano guantata sulla bocca per soffocare uno sbadiglio. Spinse il carrello verso la stanza successiva, pensando a ciò che avrebbe fatto dopo.

Il turno del tardo pomeriggio era noioso, ma c’era la possibilità di flirtare un po’ con un cameriere che le piaceva, mentre puliva i tavoli del bar, oppure di spettegolare con le ragazze della reception, mentre passava l’aspirapolvere. A volte riusciva a terminare le sue mansioni prima del tempo e trascorreva il resto del turno nascosta in un angolo tranquillo, a leggere un libro.

Se quella sera non fosse stata troppo stanca, magari avrebbe fatto un salto al pub, per un paio di birre con gli amici. Forse poteva perfino riuscire a tagliare la corda qualche minuto prima della fine del turno…

La sera precedente non era stato possibile. C’era in giro un’epidemia di influenza e l’hotel era a corto di personale. Fiona aveva dovuto pulire da sola tutta la hall e, prima di riuscire a defilarsi, era stata trascinata in sala conferenze, dove aveva dato una mano a preparare il tavolo per la colazione di lavoro del giorno dopo.

Aveva spinto il carrello carico di posate e tovaglie nell’ascensore e aveva premuto il bottone per l’ultimo piano. Proprio mentre le porte si stavano chiudendo, era entrata una coppia. Lei era abbastanza carina, in gonna elegante e camicetta di seta. Lui era molto attraente e vestiva casual.

La donna era scesa al primo piano. Non erano una coppia, quindi. Appena l’ascensore era ripartito l’uomo si era voltato verso di lei, sorridendo. Sentendosi arrossire, Fiona aveva abbassato gli occhi e si era messa a contare forchette e coltelli.

Quando erano arrivati all’ultimo piano, lei aveva spinto fuori il carrello, avanzando di un paio di metri lungo il corridoio, poi si era voltata a guardare quell’uomo, un po’ stupita che non fosse uscito dall’ascensore anche lui.

Mentre le porte cominciavano a chiudersi, l’uomo aveva notato il suo sguardo e aveva scosso la testa. «Che stupido, ho sbagliato piano!»

C’erano momenti in cui le indagini sembravano avvolte nell’oscurità, come se la luce, indipendentemente dall’ora e dalla stagione, si fosse ritirata dalle stanze in cui si lavorava a un determinato caso. E coloro che procedevano a tentoni nel buio avevano sempre la sensazione irritante che sarebbe bastato puntare una torcia elettrica nella direzione giusta per vedere un particolare importante. Ma nessuno sapeva quale fosse la direzione giusta.

La giornata era partita al rallentatore, ma Brigstocke sembrava deciso a non usare la frusta. Per Thorne andava benissimo. Sentiva che altri dieci minuti di chiacchiere, prima di mettersi al lavoro, avrebbero fatto bene a tutti.

Erano seduti sopra e intorno a tre scrivanie, nella sala di pronto intervento, intenti a sorseggiare tè e caffè, a fissare nel vuoto e a sfogliare riviste e giornali.

«Qualcuno ha passato una serata decente, ieri?» chiese Thorne. Tutti bofonchiarono, nessuno rispose. Lui rise. «Cazzo, che squadra di festaioli!» Si voltò a guardare Stone. «Dài, Andy, tu sei giovane e single…»

Stone alzò lo sguardo solo per un secondo. «Ero troppo stanco.»

Holland rise. «Non mi dire.»

«Avrai poco da ridere, dopo la nascita del bambino» osservò Brigstocke.

«Già» convenne Yvonne Kitson, dirigendosi verso il distributore dell’acqua da poco installato. «Dovresti approfittare delle tue ultime serate libere, Dave. Presto i venerdì sera con gli amici saranno solo un ricordo…»

Holland grugnì e tornò a concentrarsi sulla pagina sportiva del «Daily Mirror». Thorne allungò il collo per leggere il titolo. Sembrava che gli Spur fossero sul punto di ingaggiare un famoso centravano, italiano.

«E che mi dite del resto del fine settimana?» chiese Thorne, senza rivolgersi a nessuno in particolare. «Qualche progetto?»

La risposta non fu molto più entusiastica della precedente. Thorne cominciava a pensare che la propria scarsa vita sociale fosse alquanto movimentata, rispetto a quella dei colleghi. E, del resto, ultimamente era migliorata parecchio.

«Le domeniche della famiglia Brigstocke sono sacre e immutabili» dichiarò l’ispettore capo, prendendo la cartella e avviandosi in direzione del suo ufficio. «Passeggiata con il cane e bucato, poi il massacro del pranzo con i parenti. Ah, un giro al centro per il giardinaggio, e magari una cena fuori, se la giornata è particolarmente fortunata…»

Thorne rise e si guardò in giro per condividere con gli altri quel momento di buonumore. Qualcosa in ciò che aveva detto Brigstocke gli fece venire in mente la sua telefonata a Yvonne. «Hai ricevuto il mio messaggio, domenica scorsa?» le chiese.

Lei si stava già allontanando, con in mano un bicchiere pieno di acqua fredda. Si voltò e lo fissò con uno sguardo vuoto.

«Ti ho telefonato. In tarda mattinata, mi pare.»

Yvonne vuotò il bicchiere e lo gettò in un cestino. «Per qualche motivo in particolare?»

«Be’, se ce n’era uno non me lo ricordo» rispose Thorne. Lei continuò a fissarlo, impassibile. «Non ho ricevuto il messaggio.»

Thorne si strinse nelle spalle. «Non importa.» Accennò con il mento verso il posto in cui fino a un minuto prima era seduto Brigstocke. «Credevo che fosse un buon momento per chiamare. Immaginavo che anche le tue domeniche si svolgessero secondo un copione familiare fisso.»

Yvonne raccolse la rivista che prima aveva sfogliato, la infilò nella borsa e fece un passo verso il bagno. Poi si voltò verso Thorne come se si fosse appena ricordata di qualcosa. «Ero in palestra.»

La sala di pronto intervento cominciava a riempirsi di rumore e movimento. Holland colse le ultime parole di Yvonne Kitson e disse: «Allora dovresti frequentare Stone. Lui è un fanatico di pesi e quant’altro. Sembra mingherlino, ma a torso nudo ha tutt’altro aspetto».