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Foley scosse la testa. «Non posso aiutarvi. E comunque, anche se potessi, sarebbe contro i miei principi.»

Thorne guardò Holland. Era ora di andare.

«Prima di quella storia, Jane e Den erano una coppia normale» disse Foley. «Lavoro, casa, macchina e due bambini. E stavano bene insieme. Sono certo che alla fine sarebbero riusciti a lasciarsi alle spalle ciò che quel bastardo aveva fatto a Jane. Ma quello che è accaduto dopo, in tribunale e anche per strada, è qualcosa che lascia il segno. Ed è stata tutta colpa vostra.»

Foley parlava di un fatto avvenuto molto tempo prima, di errori cui non era più possibile rimediare e di poliziotti ormai in pensione.

Ma con il dito indicava Thorne.

CAPITOLO 18

A Thorne piaceva bere vino costoso, ma, soprattutto, birra economica. Come quella che aveva attirato la sua attenzione in una rivendita di alcolici: la stessa che aveva visto in mano a Peter Foley…

Un altro sabato in cui era rincasato dopo le dieci di sera. Eve probabilmente era ancora sveglia e lui avrebbe potuto chiamarla, ma aveva preferito non farlo. Nelle ultime due settimane si erano visti solo una volta. E, anche se si sentivano spesso al telefono, Thorne aveva notato che tra loro cominciava a insinuarsi un po’ di tensione, per il fatto che lui si trincerava spesso dietro la scusa del superlavoro.

Nei rapporti con le donne Thorne era molto pigro. Era sempre stato così, fin dai tempi della scuola. Gli piaceva seguire uno schema collaudato e diffidava dei cambiamenti. Alla fine, Jan aveva provveduto da sola a dare una svolta alla propria vita, con il suo professore di scrittura creativa…

Era successo perché lui amava l’inerzia e adesso con Eve stava accadendo la stessa cosa.

Tanto per cominciare, c’era la questione del letto. Sdraiato sul divano su cui avrebbe dormito anche quella notte, Thorne pensò a com’era assurdo che non fosse ancora riuscito a comprare un materasso nuovo. L’appuntamento che aveva con Eve la settimana prima era stato annullato, per ovvie ragioni. Thorne aveva scherzato al telefono, dicendo che scassinatori e assassini sembravano far di tutto per ostacolarli, ma in realtà riteneva quelle dilazioni… opportune.

Una parte di lui, una parte odiosa che lui accettava con riluttanza, si chiedeva quanto sarebbe durato il suo interesse per Eve una volta che l’avesse portata a letto. Ma non era quello il vero problema. Alla fin fine, c’era solo la sua maledetta pigrizia…

Dalle casse dello stereo nuovo si diffondeva la voce triste di Johnny Cash che interpretava Highway Patrolman di Springsteen. Thorne pensò che se c’era una voce in grado di esprimere l’amore e la sofferenza, l’odio e la gioia dei legami familiari, quella era proprio la voce di Cash.

Elvis miagolò per attirare la sua attenzione. Thorne si chinò, appoggiando la birra sulla moquette, e prese in grembo la gatta.

Spesso tutto si riconduceva alla famiglia…

Pensò a Sarah e Mark Foley, la cui famiglia all’improvviso era andata in pezzi, lasciandoli soli. A una generazione di distanza, quei due erano diventati introvabili. Poteva essere solo perché erano stati loro a volerlo.

Mark Foley, ora un uomo sulla trentina, era stato un bambino traumatizzato, bisognoso di assistenza psicologica. L’orrore che aveva vissuto poteva essersi trasformato in odio, dentro di lui, una volta diventato adulto? Poteva aver aspettato vent’anni per uccidere l’uomo che aveva violentato sua madre, l’uomo che lui riteneva responsabile di ciò che era accaduto ai suoi genitori? In quel momento Mark Foley era il loro principale sospettato, ma che cos’era successo tra il 1996, anno dell’omicidio di Franklin, e l’attuale ondata di delitti? Qual era la scintilla che aveva provocato l’incendio?

Thorne era sempre stato convinto che la chiave del caso fosse lo stupro. Non aveva, forse, cercato di spiegarlo anche a Hendricks? L’elemento della violenza negli omicidi di Remfry, Welch e Southern gli era sempre sembrato significativo. Ancor più significativo dell’omicidio stesso. E ora sapeva perché, anche se non aveva ancora ricostruito tutti i nessi.

E poi l’atteggiamento di tutti coloro che erano coinvolti nell’indagine era così ambiguo… Le vittime erano uomini di cui quasi nessuno avrebbe sentito la mancanza.

Secondo me chi ha ucciso Remfry ha fatto un favore alla società…

Saranno in molti a chiedersi se non dovremmo ringraziarlo…

In fondo non fa a pezzi vecchiette indifese, no?

Thorne avvertiva anche in se stesso un’ambiguità latente, che gli impediva di essere del tutto in disaccordo con simili opinioni. Eppure, doveva continuare a credere che l’omicidio fosse di per sé una cosa sbagliata.

C’erano casi in cui la scelta era facile. Odiare l’assassino, amare la vittima. Thorne non avrebbe mai dimenticato i mesi passati a dare la caccia a un uomo che uccideva le donne cercando di farle andare in coma, di trasformarle in cadaveri viventi. O il caso dei due assassini che uccidevano in coppia: l’uno perché era psicopatico e l’altro perché aveva ricevuto l’ordine di farlo.

Ma c’erano anche casi in cui una scelta tanto netta non era possibile. La moglie esasperata che uccideva il marito violento. Il rapinatore ucciso per aver tradito i compagni. Lo spacciatore accoltellato da un rivale…

E poi c’era quell’ultimo caso…

Quando Thorne si alzò in piedi, Elvis saltò a terra e si avviò verso la cucina, facendo le fusa. Thorne le andò dietro, buttò nella spazzatura le lattine vuote e rimase a fissare l’interno del frigorifero per mezzo minuto.

Quindi, andò in camera da letto e prese coperta e cuscino dall’armadio.

Detestava gli stupratori e detestava gli assassini. E cercare di decidere quale delle due categorie disprezzava di più era uno sforzo inutile.

Le risate di Eve e Denise si erano fatte più rumorose e il loro linguaggio più colorito, dopo che avevano finito la pizza e stappato la seconda bottiglia di vino rosso.

«Mandalo a farsi fottere, se non è interessato» suggerì Denise.

Eve fissò il bicchiere pieno. «Il fatto è che io gli piaccio. Lo so.»

«Ne sei proprio sicura?»

Eve finì il suo vino, poi si alzò e cominciò a raccogliere i cartoni della pizza. «Quello di cui non sono sicura è che cos’ha in mente. Penso che non lo sappia neppure lui.»

Denise afferrò un pezzo di crosta di pizza prima che Eve sparecchiasse del tutto la tavola. «Forse è uno schizofrenico, come quei matti a cui dà la caccia.»

«Già.»

«Parla del suo lavoro con te? Del caso a cui sta lavorando?»

Eve stava comprimendo i cartoni per farli entrare nel bidone della spazzatura. «No, non mi dice nulla.»

«Oh, andiamo, qualcosa dovrà pur dirti…»

«Una volta, un paio di settimane fa, abbiamo parlato un po’ di questo serial killer che sta cercando di catturare. Abbiamo quasi litigato e da allora ha evitato qualunque riferimento al suo lavoro.»

«Tranne quando gli serve come scusa…»

«Forse sono io a essere un po’ paranoica…»

Denise si versò nel bicchiere ciò che restava del vino e sollevò la bottiglia vuota con aria trionfante. Il campanello suonò.

«Dev’essere Ben» disse Denise. «Oggi ha dovuto lavorare fino a tardi, per finire un montaggio.» Ingollò una lunga sorsata di vino e uscì di corsa dalla cucina.

Eve sentì il rumore dei suoi piedi sulle scale, il cigolio del portone, i gemiti soffocati quando i due si abbracciarono sulla soglia…