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Sbattei le palpebre, in preda alle vertigini, sul punto di sve­nire.

Memnoch mi sorresse. «Guarda ancora!» sussurrò, aiutan­domi a reggermi in piedi.

Tuttavia io mi coprii gli occhi, perché sapevo che se avessi ri­visto le varie connessioni sarei crollato! Sarei morto all’interno del mio senso di separatezza! Eppure ogni essere che vedevo era separato.

«Sono tutti se stessi!» gridai. Tenevo le mani sugli occhi e sentivo più intensamente i canti travolgenti e levantisi in alto; le straordinarie melodie e le cascate di voci. E al di sotto di tutto questo giunse una tale sequenza di ritmi fluttuanti, che si sovrap­ponevano l’uno all’altro, che cominciai a cantare.

Cantai insieme con tutti gli altri! Rimasi immobile, per un at­timo libero dalla stretta di Memnoch, aprii gli occhi e sentii la mia voce uscire da me e salire, come nell’universo stesso.

Cantai e cantai, ma il mio canto era colmo di desiderio e im­mensa curiosità e frustrazione, così come di celebrazione. E mi assalì, mi colpì violentemente la consapevolezza che da nessuna parte, intorno a me, c’era qualcuno che fosse insicuro o insoddi­sfatto; che non c’era nulla di simile alla stasi o al tedio, eppure il termine «frenesia» non si poteva assolutamente applicare al co­stante movimento e spostamento di visi e forme cui assistevo.

Il mio canto rappresentò l’unica nota triste nel paradiso, ep­pure la tristezza venne subito trasfigurata nell’armonia, in una forma di salmo o cantico, in un inno di lode, meraviglia e gratitudine.

Gridai. Molto probabilmente gridai una sola parola: «Dio». Non era una preghiera o un’ammissione o un appello, ma solo una potente esclamazione.

Eravamo fermi su una soglia. Oltre si stagliava un panorama dopo l’altro, e all’improvviso provai la vaga sensazione che al di là della balaustrata vicina, sotto di essa, ci fosse il mondo.

Il mondo come non l’avevo mai visto, in tutte le sue epoche, con tutti i segreti del passato finalmente svelati. Dovevo solo cor­rere verso il parapetto e avrei potuto osservare l’epoca dell’Eden o dell’antica Mesopotamia, o l’attimo in cui le legioni romane avevano marciato nei boschi della mia casa terrena. Avrei visto la grande eruzione del Vesuvio riversare la sua orrenda cenere leta­le sull’antica città di Pompei...

Era tutto lì, pronto per essere appreso e finalmente capito, tutti i dubbi risolti, il profumo di un’altra epoca, il suo gusto...

Mi lanciai verso la balaustrata, che appariva sempre più lonta­na. Corsi più forte, eppure la distanza continuava a sembrare incolmabile, e all’improvviso fui colto dall’intensa consapevolezza che quella visione della terra poteva essere mescolata a fumo e fuoco e sofferenza, e che avrebbe potuto cancellare la traboccan­te sensazione di gioia dentro di me. Ma dovevo vedere. Non ero morto. Non ero venuto lì per restare.

Memnoch allungò una mano per fermarmi, ma io correvo più forte di quanto potesse fare lui.

A un tratto si levò una luce immensa, una fonte diretta im­mensamente più calda e luminosa della splendida luce che cade­va già senza pregiudizi su qualunque cosa io vedessi. Questa grande luce sempre più intensa e magnetica continuò a dilatarsi fino a rendere bianco il mondo sottostante, l’immenso paesaggio confuso di fuoco e orrore e sofferenza, e a trasformarlo in un’a­strazione di se stesso, sull’orlo della combustione.

Memnoch mi tirò indietro, sollevando di scatto le braccia per coprirmi gli occhi. Lo imitai. Mi accorsi che aveva chinato il ca­po e stava riparando i suoi occhi dietro di me.

Lo sentii sospirare, oppure era un gemito? Non riuscii a stabi­lirlo. Per un attimo il suono riempì l’universo; tutte le urla e le ri­sate e i canti, e qualcosa di lugubre che giungeva dalle profondità della terra — tutti questi suoni —, vennero assorbiti nel sospiro di Memnoch.

Improvvisamente, sentii i muscoli delle sue possenti braccia rilasciarsi e lasciarmi andare. Alzai lo sguardo e, al centro dell’i­nondazione di luce, vidi di nuovo la balaustrata, contro la quale si stagliava una sagoma.

Era una figura alta, eretta e con le mani posate sul parapetto, intenta a guardare al di là, verso il basso. Sembrava un uomo. Si voltò, mi guardò e allungò una mano per darmi il benvenuto. I suoi capelli e i suoi occhi erano scuri, sul castano, il suo viso sim­metrico e privo di difetti, il suo sguardo intenso; e la stretta delle sue dita molto vigorosa.

Rimasi senza fiato. Percepii il mio corpo in tutta la sua concre­tezza e fragilità, mentre le sue dita serravano le mie. Ero in punto di morte. Avrei potuto smettere di respirare in quel preciso istan­te o smettere di muovermi per dedizione alla vita e morire!

L’essere mi attirò a sé, emanando una cascata di luce che si mescolò con la luce che brillava dietro e tutt’intorno a lui, tanto che il suo viso divenne luminoso eppure più distinto e dettaglia­to. Vidi i pori della sua pelle dorata sempre più scura, vidi le screpolature sulle sue labbra, l’ombra della barba rasata.

E poi mi parlò, in tono supplichevole, con voce disperata, una voce forte e mascolina, forse addirittura giovane.

«Non saresti mai mio nemico, vero? Non potresti, vero? Non tu, Lestat, no, non tu!»

Il mio Dio.

In preda allo strazio più intenso, venni strappato dalla sua stretta, dal suo centro e dal suo ambiente.

La tromba d’aria circondava di nuovo me e Memnoch. Sin­ghiozzai e picchiai sul petto del Diavolo. Il paradiso era sparito!

«Memnoch, lasciami andare! Dio, era Dio!»

Lui rafforzò la presa, cercando con tutte le sue energie di por­tarmi giù, di sottomettermi, di costringermi a iniziare la discesa.

Precipitammo in un’orrenda caduta, il che mi terrorizzò tanto che non riuscii a protestare o ad aggrapparmi a Memnoch o a fa­re qualunque altra cosa se non osservare le rapide correnti di ani­me tutt’intorno a noi che salivano, guardavano, scendevano, l’o­scurità che giungeva di nuovo, ogni cosa che si scuriva, finché improvvisamente non viaggiammo nell’aria umida, piena di pro­fumi familiari e naturali, e poi raggiungemmo una pausa dolce e silenziosa.

Era un altro giardino. Tranquillo e magnifico. Ma questa era la terra. Lo sapevo. La mia terra; e non rimasi deluso dalla sua complessità o dai suoi profumi o dalla sua sostanza. Anzi, mi la­sciai cadere sull’erba e affondai le dita nel terriccio. Lo sentii morbido e sabbioso sotto le unghie. Singhiozzai. Riuscii a distin­guere il gusto del fango.

Il sole splendeva su di noi, su entrambi. Memnoch era seduto e mi stava fissando, le sue ali immense che cominciavano a svani­re lentamente, finché non diventammo due figure simili a uomini: l’una, prona e piangente come un bambino; l’altra, un grande angelo, meditabondo e in attesa, i suoi capelli una criniera di lu­ce sempre più fioca.

«Hai sentito cosa mi ha detto!» urlai, mettendomi seduto. La mia voce avrebbe dovuto essere assordante, invece sembrava so­lo abbastanza chiara da poter essere udita perfettamente. «Ha detto: ‘Non saresti mai mio nemico, vero?’ Lo hai sentito! Mi ha chiamato per nome!»

Memnoch era imperturbabile e di gran lunga più seducente e ammaliante, in quella pallida forma angelica, di quanto non avrebbe mai potuto risultare come Uomo Comune. «Certo che ti ha chiamato per nome», convenne, sgranando gli occhi per dare maggiore enfasi alla frase. «Non vuole che tu mi aiuti. Te l’ho già detto. Sto vincendo.»

«Ma cosa ci facevamo là? Come abbiamo potuto entrare in paradiso pur essendo suoi nemici?»

«Vieni con me, Lestat, e sii il mio luogotenente; così potrai andare e venire da là a tuo piacimento.»

Lo fissai, ammutolito dallo stupore. «Dici sul serio? Andare e venire dal paradiso?»