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«Esatto. Cosa noti di peculiare nei loro volti?»

«Che ostentano espressioni ben distinte che sembrano mo­derne, o almeno leggibili per una mente moderna. Alcuni sono accigliati; altri stanno parlando; altri due sembrano immersi nel­le loro riflessioni. L’uomo dai capelli arruffati che rimane indie­tro sembra infelice. E una donna, la donna col seno enorme... sei sicuro che non possa vederci?»

«Non può. Sta solo guardando in questa direzione. Cosa la differenzia dagli uomini?»

«Be’,il seno, ovviamente, e il fatto che sia glabra. Gli uomini hanno la barba. I capelli di lei sono più lunghi, naturalmente, e be’,è carina; ha un’ossatura minuta e tratti femminei. Al contra­rio delle altre, non stringe a sé un bimbo di pochi mesi; dev’esse­re la più giovane oppure non ha ancora partorito.»

Lui annuì.

Sembrava che lei potesse vederci; stava strizzando gli occhi come facevo io. Il suo viso era allungato, ovale, quello che un ar­cheologo avrebbe definito cromagnoniano; non c’era niente di scimmiesco in lei o nella sua stirpe. Non aveva la carnagione chiara, la sua pelle era color oro scuro, simile a quella dei popoli semitici o arabi, simile alla pelle di Dio nell’alto dei cieli. I suoi capelli scuri fluttuavano in modo leggiadro nel vento, mentre si voltava e avanzava.

«Queste persone sono tutte nude», osservai.

Memnoch emise una breve risata.

Rientrammo nella foresta e il veldt svanì. L’aria era densa, umida e profumata.

Sopra di noi svettavano immense conifere e felci. Non avevo mai visto felci di quelle dimensioni, le enormi fronde nettamente più grandi delle foglie dei banani; quanto alle conifere, potevo paragonarle soltanto alle gigantesche, barbariche sequoie delle foreste della California occidentale, alberi che hanno sempre su­scitato in me un senso di solitudine e timore.

Lui continuò a guidarmi, dimentico di quella brulicante giun­gla tropicale che stavamo attraversando. Alcuni esseri ci sfreccia­vano accanto; si udivano ruggiti in lontananza. La terra era rico­perta di uno strato di vegetazione verde, vellutata, irregolare, e talvolta sembrava costellata di rocce vive!

All’improvviso, percepii una brezza piuttosto fredda e voltai la testa per guardarmi alle spalle. Il veldt e gli umani erano svani­ti da tempo. Le felci nell’ombra si levavano così folte dietro di noi che mi ci volle un istante per capire che la pioggia stava ca­dendo dal cielo, molto più su, colpendo il fogliame più in alto e toccandoci solo col suo rumore fioco, rilassante.

Gli esseri umani non erano mai stati in questa foresta, ne ero sicuro, ma che tipo di mostri vi abitavano, pronti a balzare fuori dalle ombre?

«Ora, permettimi di passare ai dettagli o a ciò che ho ordina­tamente suddiviso nelle Tredici Rivelazioni dell’evoluzione, così come gli angeli le hanno percepite e comprese dal disegno divi­no. Tieni presente che parleremo sempre e solo di questo mon­do; pianeti, stelle, altre galassie non hanno nulla a che vedere con la nostra conversazione», precisò Memnoch, scostando age­volmente col braccio destro il fitto fogliame mentre continuava­mo a camminare.

«Vuoi dire che siamo l’unica forma di vita presente nell’intero universo?»

«Voglio dire che il mio mondo, il mio paradiso e il mio Dio rappresentano tutto ciò che so.»

«Capisco.»

«Come ti ho già detto, assistemmo a complessi processi geo­logici; vedemmo sorgere le montagne, formarsi i mari, spostarsi i continenti. I nostri inni di lode e di meraviglia erano intermina­bili. Non puoi immaginare il canto in paradiso; ne hai avuto un semplice assaggio in un paradiso pieno di anime umane. All’epo­ca c’erano solo i nostri cori celesti, e ogni nuovo sviluppo susci­tava relativi salmi e cantici. Il suono era diverso. Non migliore, no, solo diverso. Nel frattempo, eravamo molto indaffarati, ca­landoci nell’atmosfera terrestre, ignari della sua composizione, e perdendoci nella contemplazione dei vari dettagli. Le minuzie della vita ci richiedevano un livello di concentrazione che non esisteva nel reame celeste.»

«Vuoi dire che lassù era tutto semplice e chiaro.»

«Illuminato accuratamente e completamente; l’amore di Dio non era affatto accentuato, ampliato o complicato da questioni legate a minuzie.»

Avevamo raggiunto una cascata impetuosa, che precipitava in uno specchio d’acqua gorgogliante. Mi fermai per un attimo, rin­frescato dal vapore acqueo che mi colpiva viso e mani. Memnoch parve apprezzarla quanto me.

Notai per la prima volta che era scalzo. Fece scivolare un pie­de nell’acqua, che guardò mulinare intorno alle dita. Le unghie del suo piede erano color avorio, perfettamente curate. Mentre fissava l’acqua gorgogliante, le sue ali divennero visibili, solle­vandosi sino a formare enormi picchi sopra di lui, e io vidi scin­tillare l’umidità che a poco a poco rivestiva le piume. Ci fu un improvviso trambusto; le ali parvero serrarsi, proprio come quel­le di un uccello, e ripiegarsi dietro di lui per poi scomparire.

«Adesso prova a immaginare le legioni di angeli, le moltitudi­ni di ogni rango — perché vi è una gerarchia celeste — che scendo­no su questa terra per innamorarsi di qualcosa di semplice come l’acqua spumeggiante che vediamo dinanzi a noi, o il colore can­giante della luce solare mentre penetra nei gas che circondano il pianeta», riprese.

«Era più interessante del paradiso?»

«Sì. Si è costretti a rispondere di sì. Certo, al rientro, ci si sen­te pienamente soddisfatti del paradiso, soprattutto quando Dio è contento; ma presto si riaffaccia il desiderio, l’innata curiosità, e i pensieri sembrano accumularsi nelle nostre menti. In questo mo­do acquistiamo la consapevolezza di avere una mente, ma lascia­mi arrivare alle Tredici Rivelazioni.

«La Prima Rivelazione fu la trasformazione delle molecole inorganiche in molecole organiche; il passaggio dalla roccia alla minuscola molecola vivente, per così dire. Dimentica questa fo­resta, all’epoca non esisteva. Osserva piuttosto lo specchio d’ac­qua. Fu in pozze come questa, intrappolate nelle mani della montagna, tiepide, agitate e piene di gas provenienti dalle forna­ci della terra, che nacquero queste cose... che apparvero le prime molecole organiche. Un clamore si levò verso il cielo. ‘Signore, guarda cos’ha fatto la materia.’ E l’Onnipotente fece il suo con­sueto, radioso sorriso di approvazione.

«‘Aspettate e osservate’,disse di nuovo e, mentre guardava­mo, giunse la Seconda Rivelazione; le molecole cominciarono a riunirsi in tre diverse forme di materia: cellule, enzimi e geni. In realtà, non appena comparve la forma unicellulare di queste particelle, cominciarono ad apparire anche le forme pluricellulari; e ciò che avevamo intuito grazie alle prime molecole organiche di­venne allora evidente: una scintilla di vita animava queste cose; avevano uno scopo, per quanto rudimentale, ed era come se po­tessimo distinguere quella scintilla di vita e riconoscerla come una minuscola prova dell’essenza di vita che noi già possedeva­mo in abbondanza! In breve, il mondo fu invaso da uno scompi­glio di tipo completamente nuovo; e mentre guardavamo questi minuscoli esseri pluricellulari che andavano alla deriva nell’ac­qua, si fondevano per formare le alghe più primitive o i funghi, riuscimmo a vedere verdi cose viventi aggrapparsi alla terra stes­sa! Dall’acqua affiorò la fanghiglia che si era abbarbicata per mi­lioni di anni alle sue sponde. E da questi esseri verdi e striscianti spuntarono le felci e le conifere che vedi tutt’intorno a noi, cre­scendo fino a raggiungere dimensioni ragguardevoli. Ora, gli an­geli hanno proprie dimensioni. Potemmo camminare sotto que­sti elementi nel mondo ricoperto di vegetazione. Se vuoi, riascol­ta, nella tua immaginazione, gli inni di lode che si levarono verso il cielo; se vuoi, ascolta la gioia di Dio, percependo tutto tramite il Suo intelletto e tramite i cori, i racconti e le preghiere dei suoi angeli! Gli angeli cominciarono a diffondersi su tutta la terra e a trarre diletto da determinati luoghi; alcuni preferivano le montagne, altri le profonde vallate; alcuni le acque, altri le foreste piene di ombre e verdi sfumature.»