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«‘Sì, Signore, è vero. Ma le anime dei defunti hanno fornito agli umani molta ispirazione e incoraggiamento; e quelle anime si trovano al di fuori della natura, come abbiamo visto, e diventa­no di giorno in giorno più forti. Se esiste una specie di energia, Signore, naturale e troppo complessa per la mia capacità di com­prensione, allora sono colto del tutto alla sprovvista, perché sem­bra che siano fatti della nostra stessa sostanza, l’invisibile, e ognuno di loro è un individuo e possiede una sua volontà.’

«Di nuovo silenzio. Poi il Signore parlò: ‘Benissimo. Ho ascoltato la tua arringa. Adesso ho una domanda da porti. In cambio di tutto quello che le hai donato, Memnoch, cosa ti ha dato l’umanità, di preciso?’

«La domanda mi sbalordì.

«‘E adesso non parlarmi di amore, Memnoch’,aggiunse. ‘Della loro capacità di amarsi l’un l’altro. In proposito la corte celeste è ben informata e perfettamente concorde. Che cosa ti hanno dato gli umani, Memnoch? Che cosa hai ottenuto in cam­bio dei rischi che hai corso entrando nel loro regno?’

«‘La conferma alla mia teoria, Signore’,risposi in fretta, pro­tendendomi verso la più profonda verità senza esitazione. ‘Han­no riconosciuto un angelo, quando ne hanno visto uno. Proprio come mi aspettavo che facessero.’

«‘Ah!’ Un tonante scroscio di risate calò dal trono celeste e ancora una volta si diffuse rapidamente nel paradiso, così frago­roso che raggiunse sicuramente le deboli orecchie in lotta di Sheol. L’intero paradiso venne scosso da risate e canti. All’inizio non osai parlare o fare alcunché, ma poi, all’improvviso, forse con rabbia oppure, dovrei dire, con caparbietà, alzai la mano. ‘Ma dico sul serio, Signore! Non ero un essere che andava al di là dei loro sogni più sfrenati! Signore, è per questo che hai piantato il seme quando hai creato l’universo, affinchè questi esseri levas­sero le loro voci fino a te? Vuoi dirmelo? In un caso o nell’altro, posso saperlo?’

«All’inizio, gli angeli si zittirono a gruppi, poi la risata si affie­volì, e qualcos’altro la sostituì, un sommesso canto di lode a Dio per la sua indulgenza, un sommesso riconoscimento della sua pazienza nei miei confronti. Non mi unii al canto. Guardai le ampie propaggini esterne dei raggi della luce emanata da Dio e in un certo senso il mistero della mia ostinazione, della mia rab­bia e della mia curiosità mi domò, senza però gettarmi nella di­sperazione nemmeno per un istante.

«‘Confido in te, Signore. Sai quello che fai. Devi per forza sa­perlo. Altrimenti noi siamo... perduti.’ M’interruppi, sbalordito da quanto avevo appena detto. Superava di gran lunga la sfida che avevo lanciato a Dio fino a quel momento, superava di gran lunga qualunque proposta io avessi mai fatto. E, orripilato, fissai la luce, pensando all’eventualità che Lui non sapesse cosa stava facendo e che non l’avesse mai saputo. Mi coprii il viso con le mani per impedire alle mie labbra di dire qualcosa di avventato e quindi ordinai al mio cervello di inibire quei pensieri imprudenti e blasfemi. Conoscevo Dio! Lui era lì e io gli stavo dinanzi. Co­me osavo pensare una cosa del genere? Eppure Lui aveva dichia­rato: ‘Non ti fidi di me’,e diceva sul serio.

«La luce di Dio parve diventare immensamente più brillante, si espanse; le sagome dei serafini e dei cherubini divennero pic­cole e trasparenti, e la luce riempì me e i recessi di tutti gli angeli. In comunione con loro sentii che tutti noi eravamo amati da Dio in modo così totale che non avremmo mai potuto desiderare o immaginare niente di più. Poi il Signore parlò, le sue parole completamente diverse perché gareggiavano con questo fulgore d’a­more che sopraffaceva la mente pensante. Tuttavia le udii, e mi penetrarono nel cuore. E anche tutti gli altri le udirono.

«‘Memnoch, vai a Sheol e trova soltanto dieci anime che, tra tutti quei milioni, siano degne di unirsi a noi in paradiso. Di’ loro quello che vuoi quando le esamini, ma trovane dieci che a tuo parere siano degne di vivere con noi. Poi conducile da me, e ri­partiremo da quello’,sentenziò.

«Rimasi estasiato. ‘Signore, posso riuscirci, lo so!’ gridai. E improvvisamente vidi i volti di Michele, Raffaele e Uriel, prima quasi oscurati dalla luce di Dio, che adesso si stava ritraendo en­tro confini più sopportabili. Michele dava l’impressione di aver paura per me e Raffaele stava piangendo. Sembrava che Uriel stesse solo osservando, senza emozione, senza stare dalla mia parte né solidarizzare con me o con le anime o con chicchessia. Il suo era il viso che gli angeli avevano prima che iniziasse il tempo.

«‘Ora posso andare? E quando devo tornare?’ chiesi.

«‘Quando vuoi, e quando puoi’,rispose il Signore.

«Ah, se capii. Se non avessi trovato quelle dieci anime, non sarei più tornato. Annuii, una logica ineccepibile. La capii e la accettai.

«‘Sulla terra passano anni mentre noi parliamo, Memnoch. Il tuo insediamento e quelli visitati da altri si sono trasformati in città; il mondo ruota nella luce del paradiso. Cosa posso dirti, mio caro, se non che adesso dovresti andare a Sheol e tornare il prima possibile con quelle dieci anime?’

«Stavo per parlare, per chiedere cosa ne sarebbe stato degli osservatori, di questa piccola legione di mansueti angeli educati alla carne e riuniti dietro di me, quando il Signore rispose: ‘Aspetteranno il tuo ritorno nella debita zona del paradiso. Non conosceranno la mia decisione, né il loro destino, finché tu non mi porti queste anime, Memnoch, anime che io giudicherò de­gne di risiedere nella mia casa celeste’.

«‘Capisco, Signore, me ne vado col tuo benestare!’ E senza chiedere altro, né accennare una domanda su restrizioni o limiti, io, Memnoch, l’arcangelo e l’accusatore di Dio, lasciai subito il paradiso e scesi tra le grandi e ariose nebbie di Sheol.»

15

«Ma, Memnoch», lo interruppi io. «Dio non ti fornì nessun cri­terio di giudizio! Come avresti dovuto valutare queste anime? Come potevi fare?»

Memnoch sorrise. «Sì, Lestat, è proprio così che si comportò, e, credimi, me ne resi conto; infatti, non appena entrai a Sheol, il problema dei criteri per l’ingresso in paradiso divenne il fulcro delle mie riflessioni e la mia disperata ossessione. È esattamente così che agisce Dio, no?»

«Io glielo avrei chiesto», reagii.

«No, no. Non avevo nessuna intenzione di farlo. Mi misi su­bito al lavoro! Come ho appena detto, questo era il metodo di Dio e io sapevo che la mia unica speranza era escogitare autono­mamente un criterio e trovare il modo di dimostrarne la validità, non capisci?»

«Credo di sì.»

«Io ne sono sicuro», dichiarò. «D’accordo. Cerca d’immagi­nare la situazione di allora. La popolazione mondiale era ormai costituita da vari milioni di persone ed erano sorte alcune città, benché non in molti luoghi differenti ma prevalentemente nella stessa vallata in cui ero disceso e avevo lasciato le mie tracce sulle pareti delle caverne. L’umanità si era spinta a nord e a sud: c’era­no insediamenti, villaggi e forti in varie fasi di sviluppo. Adesso, se non sbaglio, la terra delle città è chiamata Mesopotamia... op­pure Sumer o Ur? I tuoi studiosi fanno nuove scoperte ogni gior­no. Le sfrenate fantasie dell’uomo sull’immortalità e il desiderio di riunirsi coi defunti avevano dato origine ovunque alla religio­ne. Nella valle del Nilo si era sviluppata una civiltà straordinaria­mente stabile, mentre la guerra infuriava di continuo nella terra che definite Santa. Così arrivai a Sheol, che prima avevo osserva­to solo dall’esterno e che era diventata enorme. Tuttora ospita al­cune delle prime anime che abbiano mai crepitato di vita dure­vole, e già allora conteneva milioni di anime le cui credenze e la cui brama di eternità le avevano condotte in questo luogo con grande ostinazione e talvolta ferocia. Folli aspettative avevano gettato innumerevoli anime nella confusione più totale. Alcune erano divenute talmente forti da esercitare una sorta di dominio sulle altre. E altre, sottraendosi all’influenza di altre anime invisi­bili, avevano persino imparato a scendere sulla terra col fine di avvicinarsi alla carne che ancora avrebbero voluto possedere, in­fluenzare, danneggiare o amare, a seconda dei casi. Il mondo era popolato dagli spiriti! Alcuni dei quali, non serbando più nessun ricordo di essere stati umani, erano diventati ciò che uomini e donne chiameranno eternamente demoni, spostandosi furtivi, avidi di possesso, ansiosi di seminare distruzione o zizzania nei limiti consentiti dal loro sviluppo.»