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«E uno di loro si introdusse nella madre e nel padre vampireschi della nostra razza», dissi.

«Già. Fu Amel a produrre quella mutazione, ma non fu il so­lo. Sulla terra ci sono altri mostri che vivono nella zona interme­dia tra il visibile e l’invisibile, ma la grande spinta del mondo era ed è sempre stata il destino dei suoi milioni di esseri umani.»

«Le mutazioni non hanno mai influenzato la storia.»

«Be’,sì e no. Un’anima folle che urla per bocca di un profeta di carne e sangue non rappresenta un’influenza, se le parole di questo profeta vengono scritte in cinque diverse lingue e messe in vendita, oggigiorno, sugli scaffali dei negozi di New York? Di­ciamo che il processo che avevo osservato e descritto a Dio era continuato; alcune anime morirono; altre si rafforzarono; altre ancora riuscirono a tornare in nuovi corpi, benché all’epoca non sapessi in che modo.»

«Adesso lo sai?»

«La reincarnazione non è affatto comune, non pensarlo nem­meno. E ottiene ben poco per le anime coinvolte. Puoi certo im­maginare le situazioni che la rendono possibile. Quando si verifi­ca, comporta invariabilmente l’estinzione di un’anima appena nata, cioè comporta invariabilmente una sostituzione nel nuovo corpo? Questo varia di caso in caso. Coloro che si reincarnano costantemente rappresentano certo qualcosa che non si può ignorare. Ma questo, come l’evoluzione dei vampiri e di altri im­mortali legati alla terra, rientra in un regno limitato. Ripeto, adesso stiamo parlando del destino dell’umanità nel suo com­plesso. Stiamo parlando dell’intero genere umano.»

«Sì, capisco perfettamente, forse più di quanto tu creda.»

«D’accordo. Pur non disponendo di criteri, andai a Sheol e vi trovai un’enorme, estesa replica della terra! Le anime avevano immaginato e proiettato nella loro esistenza invisibile ogni gene­re di edifici, creature e mostri; era un caos d’immaginazione pri­vo di guida celeste e, come sospettavo, c’era ancora una stragran­de maggioranza di anime che non sapevano di essere morte. Ora, m’immersi nel bel mezzo di tutto ciò, cercando di rendermi il più possibile invisibile, di concepire me stesso come del tutto privo di qualunque forma percepibile, ma non era facile. Perché quello è un reame dell’invisibile; lì tutto è invisibile. E così co­minciai ad aggirarmi per le tetre strade nella semioscurità, tra es­seri deformi, semiformati, informi, gemebondi e morenti, men­tre io avevo la mia forma angelica. Eppure, queste anime confuse non badavano troppo a me! Era come se parecchie di loro non riuscissero affatto a vedere chiaramente. Ora, sai bene che que­sta condizione è stata descritta da sciamani, da santi, da coloro che sono arrivati vicini alla morte, l’hanno attraversata e poi so­no stati rianimati e hanno continuato a vivere.»

«Sì.»

«Be’,ciò che le anime umane vedono di questo regno è solo un frammento. Io vidi tutto; vagai a lungo, impavido e senza cu­rarmi del tempo — o al di fuori di esso, benché il tempo continui a trascorrere, com’è naturale —, e andai dovunque volessi.»

«Un manicomio di anime.»

«Quasi, ma all’interno di questo enorme manicomio c’erano molti, moltissimi palazzi, per usare le parole delle Scritture. Le anime che credevano in simili fedi si erano riunite per dispera­zione e ognuna di esse cercava di rafforzare le credenze e anche i timori altrui. Ma la luce della terra era troppo fioca per scaldare qualcuno, in quel luogo! E la luce del paradiso non vi penetrava. Quindi, sì, hai ragione, era una sorta di manicomio, la valle del­l’ombra della morte, il terribile fiume di mostri che le anime han­no paura di attraversare per raggiungere il paradiso. E, natural­mente, nessuna si era mai spinta fin là. La prima cosa che feci fu ascoltare: ascoltai il canto di qualsiasi anima fosse disposta a can­tare per me, cioè a parlare, nel mio linguaggio; captai ogni di­chiarazione, domanda o supposizione coerente che raggiungesse le mie orecchie. Cosa sapevano queste anime? Cos’erano diven­tate? Dopo breve tempo scoprii che questo orribile luogo colmo di tristezza era diviso in strati, creati dalla volontà delle anime di trovare loro simili. Ormai il luogo era stratificato, in modo al­quanto approssimativo e lugubre, ma vi regnava un ordine scatu­rito dal livello di consapevolezza, accettazione, confusione o ira di ciascuna anima. Le più vicine alla terra erano le più dannate, quelle che continuavano a lottare per mangiare, bere o possede­re le altre, o quelle che non riuscivano ad accettare l’accaduto o non lo capivano. Subito dopo di loro c’era uno strato di anime che non facevano altro che combattere fra loro, urlare, strepitare, spingere, premere, cercare strenuamente di danneggiare, so­praffare, invadere o fuggire, immerse in una disperata confusio­ne. Queste anime non riuscirono nemmeno a vedermi. Ma, an­cora una volta, i tuoi umani hanno visto tutto ciò e lo hanno de­scritto in molti, moltissimi manoscritti nel corso dei secoli. Sono sicuro che niente di quanto sto dicendo ti sorprende. Poi, a mag­giore distanza da questa lotta, più vicino alla quiete del paradiso — anche se non sto parlando di direzioni reali —, c’erano le anime arrivate a capire di aver lasciato la natura e di trovarsi altrove. E queste anime, alcune delle quali risiedevano lì sin dall’inizio, era­no divenute pazienti nel loro atteggiamento, pazienti nella loro osservazione della terra e anche con le anime circostanti, che cer­cavano di aiutare, per amore, ad accettare la morte.»

«Avevi trovato le anime che amavano.»

«Oh, tutte amano», rispose Memnoch. «Tutte. Non ce n’è nemmeno una che non ami nulla. Lui o lei ama sempre qualcosa, persino se questo qualcosa esiste solo nella memoria o sotto for­ma di ideale. Ma, sì, avevo trovato anime che esprimevano in modo armonioso e sereno immense quantità di amore per le altre e per i viventi sottostanti. Ne trovai alcune che avevano lo sguar­do totalmente rivolto verso la terra e la cui unica aspirazione era rispondere alle preghiere che si levavano dai disperati, dai biso­gnosi e dagli infermi. E a quel punto la terra, come ben sai, aveva assistito a guerre inenarrabili e alla distruzione di intere civiltà a causa di un terribile cataclisma. La varietà e le possibilità di sof­ferenza aumentavano costantemente, e non solo in proporzione all’apprendimento o allo sviluppo culturale. Quando guardavo la terra, non cercavo nemmeno di capire cosa dominasse le pas­sioni di coloro che vivevano in una giungla e si opponevano ai gruppi residenti in un’altra, o perché mai una popolazione impi­lasse pietre per generazioni. Naturalmente, conoscevo più o me­no tutto, ma al momento non ero impegnato in una missione le­gata alla terra. I defunti erano diventati il mio regno. Mi avvicinai alle anime che guardavano in basso con misericordia e compas­sione, nel tentativo d’influenzare positivamente gli altri col pen­siero. Dieci, venti, trenta, ne vidi migliaia. Migliaia, ti dico, in cui qualunque speranza di rinascita o di generosa ricompensa era ormai svanita; anime caratterizzate da una totale accettazione del fatto che quella fosse la morte, l’eternità; anime innamorate della carne e del sangue che riuscivano a vedere, proprio come noi an­geli eravamo stati innamorati e lo eravamo tuttora. Mi sedetti in mezzo a loro e cominciai a parlargli, ogni volta che riuscivo ad attirarne l’attenzione, e ben presto divenne evidente che la mia forma li lasciava piuttosto indifferenti perché presumevano che io l’avessi scelta così come loro avevano scelto la propria; alcune anime assomigliavano a uomini e donne, mentre altre non si cu­ravano affatto dell’aspetto. Quindi sospetto che mi considerasse­ro appena arrivato a Sheol, visto che avevo bisogno di fare pla­teali esibizioni di braccia, gambe e ali. Tuttavia, avvicinandole molto educatamente, riuscivo a distoglierle dalla concentrazione sulla terra; cominciai quindi a interrogarle, rammentando a me stesso di cercare unicamente la verità, senza però mai dimostrar­mi sgarbato. Devo aver parlato con milioni di anime. Vagai in lungo e in largo per Sheol, discutendo con loro. E, ogni volta, il compito più arduo era distogliere dalla terra o da un fantasma di esistenza perduta l’attenzione dell’individuo prescelto, oppure scuoterlo da uno stato di eterea contemplazione in cui la sua ca­pacità di concentrarsi era ormai così estranea e richiedeva un tale sforzo da non poter essere indotta. Le anime più sagge, più amo­revoli, non volevano badare alle mie domande; solo poco per volta si rendevano conto che non ero un uomo mortale, bensì fatto di una sostanza assai diversa, e che le mie domande rac­chiudevano un significato legato a un luogo al di là della terra. Sai, era questo il dilemma. Loro si trovavano a Sheol da così tan­to tempo che non formulavano più ipotesi sullo scopo della vita o della creazione; non maledicevano più un Dio che non cono­scevano, né cercavano un Dio che si nascondeva a loro. E quan­do cominciai a interrogarle, pensarono che io mi trovassi laggiù insieme con le nuove anime, sognando di castighi e ricompense che non sarebbero mai giunti. Queste anime sagge contemplava­no la loro vita passata come in un lungo sogno privo di ansie e cercavano di esaudire le preghiere che arrivavano dal basso, co­me ho già detto. Si prendevano cura dei familiari, dei membri del loro clan, delle loro nazioni; si prendevano cura di quanti at­tiravano la loro attenzione con esperte e spettacolari dimostra­zioni di religiosità; osservavano tristemente le sofferenze degli umani, provavano il desiderio di aiutarli e, ove possibile, cerca­vano di farlo attraverso il pensiero. Quasi nessuna di queste ani­me tanto forti e pazienti cercava di nuovo la carne. Alcune però lo avevano fatto, in passato; erano scese, erano rinate e avevano scoperto, in ultima analisi, di non poter conservare il ricordo di una vita carnale quando passavano alla successiva, avevano sco­perto che in realtà non c’era motivo di continuare a nascere! Me­glio indugiare lì, nell’eternità che conoscevano, e ammirare la bellezza del creato, che a loro appariva davvero splendido come era parso a noi. Be’,fu da queste domande, da queste incessanti e ponderate conversazioni coi defunti che scaturirono i miei criteri di giudizio. Prima di tutto, per essere degna del paradiso — per avere una minima opportunità al cospetto di Dio —, l’anima doveva capire la vita e la morte nell’accezione più semplice. Ne trovai parecchie che ci riuscivano. Poi doveva esserci, in questa loro comprensione, la consapevolezza della bellezza dell’opera di Dio, dell’armonia del creato dal punto di vista di Dio, una vi­sione della natura avviluppata in cicli infiniti e sovrapposti di so­pravvivenza, riproduzione, evoluzione e sviluppo. Parecchie ani­me erano giunte a capire tutto ciò, parecchie; ma molte tra quelle che giudicavano bellissima la vita sentivano che la morte era triste, interminabile e terribile e, se avessero avuto la possibilità di scegliere, avrebbero preferito non essere mai nate! Non sapevo come reagire a quella convinzione, che era pure molto diffusa. ‘Perché ci ha creato, chiunque Lui sia, se dobbiamo restare qui così per sempre, fuori dal mondo e mai più parte di esso, a meno che non vogliamo calarci giù e patire di nuovo tutto quel tor­mento solo per qualche istante di gloria, che la prossima volta non apprezzeremo più di quanto abbiamo fatto l’ultima volta, vi­sto che, se rinasciamo, non possiamo portare con noi la cono­scenza?’ Era a questo punto che molte anime avevano cessato di evolversi o mutare. Provavano una preoccupazione e una com­passione profonde per quanti erano vivi, conoscevano la tristez­za, mentre la gioia era qualcosa che ormai non riuscivano nem­meno a immaginare. Avanzavano verso la pace; e la pace sembra­va quasi la condizione più sublime cui potessero aspirare. La pa­ce, interrotta dallo sforzo di rispondere alle preghiere, risultava particolarmente ardua, ma per me, come angelo, assai attraente. E rimasi in compagnia di queste anime per molto, moltissimo tempo. Se soltanto potessi dirglielo, pensavo, se soltanto potessi cominciare a istruirle, forse riuscirei a portarle con me, a prepa­rarle, a far sì che siano pronte per il paradiso, ma in questo stato non sono pronte e non so neppure se crederanno alle mie parole. E se anche ci credono e vengono colmate dal desiderio del para­diso, ma poi Dio non le lascia entrare? No, dovevo stare molto attento. Non potevo proclamare la conoscenza dalla cima di un masso come avevo fatto durante il mio breve soggiorno sulla ter­ra. Se proprio dovevo intromettermi nel progresso di una di que­ste anime morte, dovevano esserci ottime probabilità che essa mi seguisse fino al trono di Dio. Capire la vita e la morte? Non ba­stava. Accettare la morte? Non bastava. E sicuramente nemme­no l’indifferenza nei confronti della vita e della morte era suffi­ciente. Una serena confusione e un quieto andare alla deriva. No. Quel tipo di anima aveva perso il suo carattere; era distante da un angelo tanto quanto la pioggia che cadeva sulla terra. Alla fine, raggiunsi una regione più piccola delle altre e popolata sol­tanto da poche anime. Ovviamente sto parlando in termini rela­tivi, ricorda che sono il Diavolo e trascorro parecchio tempo in paradiso e all’inferno. Perciò, quando dico ‘poche’ è per evocare un’immagine che la tua mente possa comprendere. Per il bene del racconto diciamo qualche migliaio o poco più, ma parlo co­munque di grosse cifre, non dubitarne.»