«Non per raccontarti la storia della tua stessa famiglia, ma Elayne non è imparentata con me.» Rand si voltò verso Egwene. «Posso vederli? I sigilli. Prima di andare a Shayol Ghul voglio guardarli un’ultima volta. Prometto di non fare nulla con essi.»
Con riluttanza, Egwene li tirò fuori dal borsello alla cintura dove li teneva spesso. Gawyn, ancora con aria sconcertata, si diresse alla finestra e la aprì, lasciando entrare la luce nella stanza. La Torre Bianca pareva immobile… silenziosa. I suoi eserciti erano partiti, le sorelle andate in guerra.
Egwene scartò il primo sigillo e lo porse a Rand. Non glieli avrebbe dati tutti allo stesso tempo. Per ogni evenienza. Si fidava della sua parola; dopotutto era Rand, ma… per ogni evenienza.
Rand tenne in alto il sigillo, fissandolo, come per cercare saggezza in quella linea sinuosa. «Sono stato io a costruirli» sussurrò. «Li ho fatti in modo che non si rompessero mai. Ma sapevo, mentre lo facevo, che prima o poi sarebbero venuti meno. Tutto prima o poi si dissolve quando lui lo tocca…»
Egwene prese in mano un altro dei sigilli, tenendolo con cautela. Non era il caso di romperlo accidentalmente. Li teneva avvolti, con il borsello imbottito di stoffa; si preoccupava di romperli mentre li portava in giro, ma Moiraine aveva indicato che sarebbe stata Egwene a spezzarli.
Lei lo riteneva sciocco, ma le parole che aveva letto, le cose che Moiraine aveva detto… Be’, se fosse giunto il momento di spezzarli, Egwene avrebbe dovuto averli a portata di mano. E così li portava con sé… portava con sé la morte potenziale del mondo stesso.
All’improvviso Rand divenne bianco come un cencio. «Egwene» disse. «Questo non mi inganna.»
«Cosa?»
Lui la guardò. «Questo è un falso. Per favore, è tutto a posto. Dimmi la verità. Ne hai fatto una copia e me l’hai data.»
«Non ho fatto nulla del genere» disse lei.
«Oh… Oh, Luce.» Rand sollevò di nuovo il sigillo. «È un falso.»
«Cosa!» Egwene glielo strappò di mano, tastandolo. Non percepì nulla di sbagliato. «Come puoi esserne certo?»
«Li ho fatti io» disse Rand. «Conosco la mia fattura. Quello non è uno dei sigilli. E… Luce, qualcuno li ha presi.»
«Li ho avuti con me in ogni momento da quando me li hai dati» disse Egwene.
«Allora è successo prima» mormorò Rand. «Non li ho esaminati attentamente dopo essere andato a prenderli. In qualche modo lui sapeva dove li avevo messi.» Prendendo l’altro da lei, scosse il capo. «Neanche questo è vero.» Prese il terzo. «E nemmeno questo.»
La guardò. «Li ha lui, Egwene. Li ha ripresi, in qualche modo. Il Tenebroso ha le chiavi della sua stessa prigione.»
Per buona parte della sua vita, Mat aveva desiderato che le persone non lo guardassero così tanto. Gli scoccavano occhiatacce per i problemi che aveva apparentemente causato — problemi che non erano davvero colpa sua — e sguardi di disapprovazione quando se ne andava in giro, completamente innocente, cercando di fare del suo meglio per essere cortese. Ogni ragazzo sgraffignava una torta ogni tanto. Non c’era nulla di male. Era praticamente quello che ci si aspettava.
Per Mat la vita normale era stata più dura che per gli altri ragazzi. Senza alcuna buona ragione, tutti lo osservavano con estrema cautela. Perrin avrebbe potuto rubare torte tutto il giorno e la gente non avrebbe fatto altro che sorridergli e forse arruffargli i capelli. Da Mat andavano con la scopa.
Quando lui entrava in un posto per giocare a dadi, attirava gli sguardi. La gente lo osservava come avrebbe fatto con un baro — anche se lui non lo era mai stato — oppure con invidia negli occhi. Sì, Mat aveva sempre immaginato che non essere osservato sarebbe stato qualcosa di grandioso. Un motivo per celebrare davvero.
Ora ce l’aveva, e gli dava la nausea.
«Puoi guardarmi» protestò Mat. «Davvero. Che tu sia folgorata, è tutto a posto!»
«I miei occhi sarebbero abbassati» disse la servitrice mentre impilava dei tessuti sul tavolino contro il muro.
«I tuoi occhi sono già abbassati! Stanno guardando il dannato pavimento, giusto? Voglio che li alzi.»
La Seanchan continuò il suo lavoro. Aveva la pelle chiara, con lentiggini sotto gli occhi, e non era affatto male da guardare, anche se Mat di questi tempi preferiva le tonalità più scure. Comunque non gli sarebbe dispiaciuto se questa ragazza gli avesse mostrato un sorriso. Come poteva parlare a una donna se non poteva provare a farla sorridere?
Entrò qualche altro servitore, gli occhi bassi, portando altri rotoli di stoffa. Mat si trovava in quelle che, apparentemente, erano le ‘sue’ stanze a palazzo. Erano più numerose di quelle che gli sarebbero mai servite. Forse Talmanes e alcuni della Banda potevano trasferirsi lì con lui per impedire che quel posto sembrasse così vuoto.
Mat si diresse verso la finestra. Sotto, nella Mol Hara, si stava organizzando un esercito. Ci stava volendo più tempo di quanto lui desiderasse. Galgan — Mat lo aveva incontrato solo brevemente e non si fidava di quel tipo, a prescindere da quello che diceva Tuon sul fatto che i suoi assassini non fossero inviati con l’intento di riuscire — stava radunando le forze dei Seanchan dai confini, ma troppo lentamente. Temeva di perdere la Piana di Almoth con la ritirata.
Be’, avrebbe fatto meglio a sentire ragione. Mat aveva già pochi motivi per apprezzare quell’uomo, ma se avesse ritardato in questo…
«O Venerato?» chiese la servitrice.
Mat si voltò, sollevando un sopracciglio. Diversi da’covale erano entrati col resto della stoffa, e Mat si ritrovò ad arrossire. Loro quasi non indossavano vestiti, e quei pochi erano trasparenti. Lui poteva guardare, però, vero? Non avrebbero indossato abiti del genere se un uomo non avesse potuto guardare. Cosa avrebbe pensato Tuon?
Lei non mi possiede, pensò Mat con determinazione. Non farò il maritino modello.
La servitrice lentigginosa — era so’jhin, con metà della testa rasata — fece un gesto verso una persona che era entrata dietro i da’covale, una donna di mezz’età con i capelli raccolti in una crocchia, senza nessuna parte della testa rasata. Era tarchiata, col corpo a forma di campana e l’aspetto di una norma.
La nuova arrivata lo ispezionò. Finalmente qualcuno che lo guardava! Se solo la donna non avesse avuto l’aria di esaminare dei cavalli al mercato.
«Nero per il suo nuovo rango» disse la donna, battendo le mani una volta. «Verde per il suo retaggio. Un color foresta intenso, con moderazione. Qualcuno mi porti una selezione di bende per l’occhio e qualcun altro bruci quel cappello.»
«Cosa?» esclamò Mat. I servitori sciamarono attorno a lui, pizzicandogli i vestiti. «Ehi, aspettate. Cos’è questo?»
«Il tuo nuovo abbigliamento, o Venerato» disse la donna. «Sono Nata, e sarò la tua sarta personale.»
«Non brucerai il mio cappello» disse Mat. «Provaci e vedremo dannatamente se riesci a volare da quattro piani di altezza. Mi hai capito?»
La donna esitò. «Sì, o Venerato. Non bruciare i vestiti. Tenerli al sicuro, in caso servissero.» Pareva dubitare che potesse mai succedere.
Mat aprì la bocca per lamentarsi ancora, poi uno dei da’covale aprì una scatola. All’interno brillavano delle gemme. Rubini, smeraldi, gocce di fuoco. A Mat si mozzò il fiato in gola. Lì dentro c’era una fortuna.
Era così stupefatto che quasi non notò che i servitori lo stavano svestendo. Gli tirarono la camicia, e Mat li lasciò fare. Anche se tenne stretta la sciarpa, non provava vergogna. Quel rossore sulle sue guance non aveva nulla a che fare con i pantaloni che gli venivano tolti. Era solo sorpreso per quelle gemme.
Poi uno dei giovani da’covale allungò una mano verso le sue mutande.
«Saresti davvero buffo senza dita» bofonchiò Mat.
Il da’covale alzò lo sguardo, sgranando gli occhi e impallidendo. Riabbassò immediatamente lo sguardo, inchinandosi e indietreggiando. Mat non era un tipo pudico, ma le mutande proprio no.