Aviendha si trascinò in avanti, non facendo alcun rumore malgrado le collane che indossava. Non spuntavano piante su queste rocce, nemmeno muschi o licheni. Erano in profondità all’interno delle Terre Inaridite, ora. Quasi il punto più avanzato dove si potesse arrivare.
Rhuarc raggiunse il crinale per primo e lei lo vide farsi teso. Aviendha giunse dopo di lui, sbirciando oltre il lato della roccia, tenendosi bassa per non farsi vedere. Il fiato le si mozzò in gola.
Aveva sentito storie di questo posto. Dell’enorme fucina vicino alla base del pendio, con un unico torrente nero che vi scorreva accanto. Quell’acqua era stata avvelenata a un punto tale da uccidere chiunque la toccasse. Dei focolari punteggiavano la valle come ferite aperte, arrossando la nebbia attorno a essi. Quando era stata una giovane Fanciulla, Aviendha aveva ascoltato con occhi sgranati un’anziana padrona di casa narrare delle creature che lavoravano alle fucine dell’Ombra, creature che non erano né morte né vive. Silenziosi e orribili, quegli esseri brutali si muovevano con passi in cui non c’era vita, come le lancette ticchettanti di un orologio.
I fabbri prestavano poca attenzione alle gabbie piene di umani il cui sangue sarebbe stato versato per temprare lame appena forgiate. Era come se i prigionieri fossero semplici pezzi di ferro. Anche se Aviendha era troppo lontana per sentire i piagnucolii di quegli uomini, li avvertiva. Le sue dita sulle rocce si fecero tese.
Shayol Ghul stessa dominava la valle, i suoi pendii neri che si levavano come un coltello seghettato nel cielo. I lati erano lacerati da tagli, come la pelle di un uomo che fosse stato frustato cento volte, ciascuna incisione che lasciava uno squarcio che sputava calore. Forse quel calore creava la nebbia che era sospesa sopra la valle. Quella caligine ribolliva e si sollevava, come se la valle fosse una coppa che conteneva del liquido.
«Un posto tanto orribile» sussurrò Amys.
Aviendha non aveva mai sentito un tale terrore nella voce della donna. Quello la raggelò quasi quanto il vento aspro che le increspava gli abiti. Dei tintinnii distinti spezzavano l’aria: i fabbri al lavoro. Una colonna nera di fumo si levava dalla forgia più vicina e non si dissipava. Si innalzava come un cordone ombelicale fino alle nuvole lì sopra, da cui piombavano fulmini con terrificante frequenza.
Sì, Aviendha aveva udito storie di questo posto. Quelle storie non erano riuscite a trasmettere l’intera verità. Non si poteva descrivere questo posto. Bisognava vederlo con i propri occhi.
Q fu un rumore raschiante da dietro e, in pochi istanti, Rodel Ituralde strisciò fin lì accanto a Rhuarc. Si muoveva silenzioso, per un abitante delle terre bagnate.
«Eri così impaziente da non poter aspettare il nostro rapporto?» chiese Rhuarc piano.
«Nessun rapporto può trasmettere quello che un uomo vede con i propri occhi» disse Ituralde. «Non ho promesso di rimanere indietro. Vi ho detto di andare avanti. E voi l’avete fatto.» Sollevò il suo cannocchiale, schermando il davanti con la mano, anche se probabilmente non era necessario con quelle nuvole.
Rhuarc si accigliò. Lui e gli altri Aiel venuti a nord avevano acconsentito a seguire un generale delle terre bagnate, ma non era qualcosa di adatto a loro. Né doveva esserlo. Avrebbero fatto questo senza diventare molli. La mollezza era la grande assassina degli uomini.
Che sia abbastanza, pensò Aviendha, voltandosi per guardare la valle. Abbastanza per il mio popolo. Abbastanza per Rand e il compito che deve portare a termine.
Vedere la fine del suo popolo l’aveva nauseata e terrorizzata, ma l’aveva anche risvegliata. Se la fine degli Aiel era il sacrificio necessario perché Rand vincesse, lei l’avrebbe compiuto. Avrebbe urlato e maledetto lo stesso nome del Creatore, ma avrebbe pagato quel prezzo. Qualunque guerriero l’avrebbe fatto. Meglio che finisse un popolo piuttosto che il mondo cadesse completamente sotto l’Ombra.
Se la Luce l’avesse voluto, non si sarebbe arrivati a ciò. Se la Luce l’avesse voluto, le sue azioni con la Pace del Drago sarebbero servite per proteggere e dare rifugio agli Aiel. Aviendha non avrebbe permesso alla possibilità di fallire di fermarla. Avrebbero combattuto. Svegliarsi dal sogno era sempre una possibilità quando le lance venivano danzate.
«Interessante» disse Ituralde piano, ancora guardando attraverso il suo cannocchiale. «Voi che ne pensate, Aiel?»
«Dobbiamo creare una distrazione» disse Rhuarc. «Possiamo scendere giù per il pendio appena a est della forgia, liberare quei prigionieri e fare a pezzi il posto. Questo impedirà ai Myrddraal di ricevere nuove armi e manterrà gli occhi del Tenebroso su di noi e non sul Car’a’carn.»
«Quanto ci metterà il Drago?» chiese Ituralde. «Cosa pensate, Aiel? Quanto tempo gli diamo per salvare il mondo?»
«Lui combatterà» disse Amys. «Entrerà nella montagna e duellerà con l’Accecatore. Ci vorrà il tempo che richiede uno scontro. Qualche ora, forse? Non ho mai visto un duello durare più a lungo di così, perfino tra due uomini di grande abilità.»
«Supponiamo» disse Ituralde con un sorriso «che sarà qualcosa di più di un duello.»
«Non sono una sciocca, Rodel Ituralde» disse Amys in tono freddo. «Dubito che il combattimento del Car’a’carn sarà fatto con lance e scudi. Comunque, quando ha ripulito la Fonte, quello non è forse accaduto nello spazio di un singolo giorno? Forse questo sarà simile.»
«Forse» disse Ituralde. «Forse no.» Abbassò il cannocchiale e guardò gli Aiel. «Per quale possibilità preferireste pianificare?»
«Per la peggiore» disse Aviendha.
«Perciò pianifichiamo di resistere per tutto il tempo che servirà al Drago» disse Ituralde. «Giorni, settimane, mesi… anni? Per tutto il tempo che ci vuole.»
Rhuarc annuì piano. «Cosa proponi?»
«Il passo nella valle è stretto» disse Ituralde. «I rapporti degli esploratori situano la maggior parte della Progenie dell’Ombra rimasta nella Macchia al di là di quel valico. Perfino loro passano il minor tempo possibile in questo posto abbandonato. Se riusciamo a ostruire il passo e occupare la valle — distruggere quei fabbri e quei pochi Fade laggiù — potremmo tenere questo posto per anni. Voi Aiel siete bravi nelle tattiche mordi e fuggi. Che io sia folgorato, lo so per esperienza personale. Voi attaccate quella forgia e noi ci occuperemo di chiudere il passo.»
Rhuarc annuì. «È un buon piano.»
I quattro si allontanarono dal crinale fino al punto dove attendeva Rand, vestito di rosso e oro, le braccia dietro la schiena, accompagnato da una truppa di venti Fanciulle e sei Asha’man, più Nynaeve e Moiraine. Pareva molto turbato da qualcosa — lei poteva percepire la sua ansia — anche se avrebbe dovuto essere contento. Aveva convinto i Seanchan a combattere. Cos’era che l’aveva turbato a tal punto nel suo incontro con Egwene al’Vere?
Rand si voltò e guardò verso l’alto, verso il picco di Shayol Ghul. Fissandolo, le sue emozioni cambiarono. Pareva un uomo che guardasse una fontana nella Triplice Terra e assaporasse l’idea di acqua fresca. Aviendha poteva percepire la sua pregustazione. C’era anche paura in lui, naturalmente. Nessun guerriero si sbarazzava mai del tutto della paura. Lui la controllava, la schiacciava con la sete di combattere, di mettersi alla prova.
Gli uomini e le donne non potevano conoscere sé stessi, non realmente, finché non si sforzavano fino al loro limite estremo. Finché non danzavano le lance con la morte, sentivano il loro sangue gocciolare fuori a macchiare il terreno e conficcavano l’arma nel cuore pulsante di un nemico. Rand al’Thor voleva ciò, e per questo lei lo comprendeva. Strano rendersi conto, dopo tutto questo tempo, di quanto erano simili.
Aviendha gli si avvicinò e lui si mosse in modo da mettersi proprio accanto a lei, le loro spalle che si toccavano. Non la cinse col braccio, e lei non gli prese la mano. Lui non la possedeva, e lei non possedeva lui. L’atto del movimento di Rand affinché guardassero nella stessa direzione per lei significava molto più di qualunque altro gesto.