«Prenderò a cuore il suo ultimo ordine, però» disse Androl. «Non sarò semplicemente un’arma. La corruzione è stata ripulita. Non combattiamo per morire, ma per vivere. Abbiamo una ragione per vivere. Diffondete la notizia tra gli altri uomini e lasciate che giuriamo di sostenere Logain come nostro capo. E poi, all’Ultima Battaglia. Non come tirapiedi del Drago Rinato, non come pedine dell’Amyrlin Seat, ma come la Torre Nera. Uomini indipendenti.»
«Uomini indipendenti» sussurrarono gli altri tre, annuendo.
22
Il Wyld
Egwene si svegliò di soprassalto quando Gawyn le serrò la mano sopra la bocca. Si tese, i ricordi che le tornavano in mente come la luce di un’alba. Erano ancora nascosti sotto il carretto rotto; l’aria odorava ancora di legna bruciata. Il terreno circostante era scuro come carbone. Era scesa la notte.
Guardò Gawyn e annuì. Si era davvero appisolata? Non l’avrebbe ritenuto possibile, in quelle circostanze.
«Proverò a sgattaiolare via» sussurrò Gawyn «e a creare un diversivo.»
«Vengo con te.»
«Io posso essere più silenzioso.»
«È evidente che non hai mai cercato di avvicinarti di soppiatto a qualcuno dei Fiumi Gemelli, Gawyn Trakand» disse lei. «Scommetto cento marchi di Tar Valon che tra noi sono io la più silenziosa.»
«Sì,» mormorò Gawyn «ma se ti avvicini entro una dozzina di passi da una delle loro incanalatrici verrai notata, per quanto tu possa essere silenziosa. Ci sono ronde che girano per tutto il campo, in particolare ai margini.»
Lei si accigliò. Come faceva Gawyn a saperlo? «Sei uscito in esplorazione.»
«Un poco» sussurrò lui. «Non mi hanno visto. Stanno passando in rassegna le tende, prendendo prigioniero chiunque trovano. Non potremo nasconderci qui ancora per molto.»
Non sarebbe dovuto andar fuori senza chiederglielo. «Possiamo…»
Gawyn si irrigidì ed Egwene si interruppe, in ascolto. Un rumore di passi. I due si tirarono indietro, osservando dieci o dodici prigionieri che venivano condotti in uno spazio aperto vicino al punto dove si era trovata la tenda di comando. Gli Sharani misero delle torce su aste attorno ai prigionieri esausti. Pochi di quelli erano soldati, picchiati a tal punto che riuscivano a malapena a camminare. Cerano anche cuochi e operai. Erano stati frustati, i loro pantaloni a brandelli. Tutte le loro camicie erano state rimosse.
Sulla schiena alcuni avevano tatuato un simbolo che Egwene non riconobbe. Almeno pensava che fossero tatuaggi. Forse quei simboli erano stati marchiati a fuoco.
Mentre i prigionieri venivano radunati, qualcuno nei paraggi urlò. Poco tempo dopo una guardia sharana dalla carnagione scura arrivò, trascinando un giovane messaggero che a quanto pareva aveva trovato nascosto nell’accampamento. Strappò via la camicia del ragazzo e lo gettò a terra, piangente. Gli Sharani, stranamente, indossavano abiti che avevano una grossa forma a diamante tagliata sulla parte posteriore. Egwene poteva vedere che la guardia aveva un marchio sulla schiena, un tatuaggio che riusciva a malapena a distinguere contro la sua pelle scura. I suoi abiti erano molto formali, con una grossa veste rigida che gli arrivava quasi alle ginocchia. Non aveva maniche, ma sotto indossava una camicia a maniche lunghe, sempre con un diamante tagliato via.
Un altro Sharano giunse dalle tenebre, e quest’uomo era quasi completamente nudo. Portava pantaloni stracciati, ma niente camicia. Invece di un tatuaggio sulla schiena, ne aveva su tutte le spalle. Gli strisciavano su per il collo, come rampicanti intrecciati, prima di arrivare ad avvolgergli mascella e guance. Parevano simili a cento mani contorte, con lunghe dita artigliate che gli tenevano la testa da sotto.
Quest’uomo si diresse dal giovane messaggero inginocchiato. Le altre guardie parvero agitate: non erano a loro agio con questo tipo, chiunque fosse. Lui protese una mano, sogghignando.
La schiena del ragazzo bruciò all’improvviso con un tatuaggio come quello degli altri prigionieri. Si levò del fumo e il giovane urlò dal dolore. Gawyn espirò piano dallo sconcerto. Quell’uomo con i tatuaggi che gli arrivavano su fino alla faccia… quell’uomo poteva incanalare.
Diverse delle guardie borbottarono. Lei poteva quasi capire le parole, ma avevano un accento marcato. L’incanalatore faceva schioccare la bocca come un cane selvatico. Le guardie indietreggiarono e l’incanalatore si allontanò, scomparendo nelle ombre.
Luce!, pensò Egwene.
Un fruscio nell’oscurità si rivelò causato da due donne in ampi abiti di seta. Una aveva la pelle più chiara e, mentre Egwene si guardava in giro, scoprì che ce l’avevano anche alcuni dei soldati. Non tutti gli Sharani erano scuri come quelli che aveva visto finora.
I volti delle donne erano bellissimi. Delicati. Egwene si rannicchiò indietro. Da quello che aveva visto prima, probabilmente queste due dovevano essere incanalatrici. Se si fossero avvicinate troppo a Egwene, avrebbero potuto percepirla.
Le due dorme esaminarono i prigionieri. Dalla luce delle loro lanterne, Egwene distinse dei tatuaggi anche sulle loro facce, anche se non erano inquietanti come quelli degli uomini. Questi erano come foglie, tatuati dalla nuca in avanti, estendendosi sotto le orecchie e diffondendosi come boccioli sulle gote. Le due donne sussurrarono tra loro, e di nuovo Egwene ebbe la sensazione di poterle quasi comprendere. Se solo avesse potuto tessere un filamento per ascoltare…
Idiota, pensò. Incanalare qui l’avrebbe fatta ammazzare.
Altri si radunarono attorno ai prigionieri. Egwene trattenne il fiato. Si avvicinarono cento persone, poi duecento, poi altre ancora. Non parlavano molto: parevano un popolo calmo e solenne, questi Sharani. Molti di quelli arrivati avevano gli abiti aperti sulla schiena, a mostrare i loro tatuaggi. Erano forse simboli di rango?
Egwene aveva presunto che, più una persona era importante, più intricati erano i tatuaggi. Però gli ufficiali — doveva presumere che questo fossero quelli con gli elmi piumati, le eleganti giacche di seta e armature dorate fatte come di monete cucite assieme attraverso i buchi al centro — avevano piccole aperture, che rivelavano minuscoli tatuaggi alla base delle spalle.
Hanno tolto pezzi di armatura per mettere in mostra i tatuaggi, pensò. Di certo non combattevano con la pelle esposta. Questo era qualcosa che veniva fatto durante momenti più formali.
Le ultime persone a unirsi alla folla — fatte passare fin davanti — erano le più strane di tutte. Due uomini e una donna in sella a degli asinelli, tutti e tre che indossavano stupende gonne di seta, i loro animali drappeggiati di catene d’oro e argento. Piume di colori sgargianti si estendevano a ventaglio da intricati copricapi sulle loro teste. Erano nudi dalla vita in su, inclusa la donna, tranne per i gioielli e le collane che coprivano buona parte dei loro petti. Avevano la schiena scoperta e la testa rasata solo sulla parte posteriore per mostrare il collo. Non c’erano tatuaggi.
Perciò… erano nobili di qualche tipo? Tranne che tutti e tre avevano espressioni vuote e tormentate. Si afflosciarono in avanti, gli occhi bassi, i volti smorti. Le loro braccia parevano magre, quasi scheletriche. Così fragili. Cos’avevano fatto a queste persone?
Per lei non aveva senso. Senza dubbio gli Sharani erano un popolo sconcertante quanto gli Aiel, probabilmente di più. Ma perché venire ora?, pensò Egwene. Perché, dopo secoli e secoli di isolamento, hanno finalmente deciso di invadere?
Non esistevano coincidenze, non di questa portata. Erano giunti per tendere un’imboscata al popolo di Egwene, e avevano collaborato con i Trolloc. Si impose di capire quello. Qualunque cosa avesse appreso lì sarebbe stata di importanza vitale. In quel momento non poteva aiutare il suo esercito — volesse la Luce che almeno alcuni dei suoi membri fossero riusciti a fuggire — perciò doveva apprendere quello che poteva.
Gawyn la pungolò piano. Egwene lo guardò e percepì la sua preoccupazione per lei.