Una volta a poca distanza da lei, si infilò uno degli anelli dei Coltelli del Sangue. L’aveva attivato con il suo sangue, come Leilwin gli aveva detto che era necessario.
Aveva detto anche che avrebbe potuto ucciderlo.
Sei uno sciocco, Gawyn Trakand, pensò mentre un pizzicore si diffondeva per il suo corpo. Anche se aveva usato il ter’angreal una sola volta prima, sapeva che la sua figura era diventata oscurata e indistinta. Se la gente avesse guardato nella sua direzione, i loro occhi sarebbero scivolati via da lui. Funzionava particolarmente bene nelle ombre. Per una volta, era lieto che quelle nuvole bloccassero qualsiasi luce di luna o stelle.
Procedette a passi misurati. Prima, nel corso della notte, quando aveva messo alla prova l’anello mentre Egwene dormiva, era riuscito a passare solo a pochi passi da sentinelle con in mano delle lanterne. Una di esse aveva guardato dritto verso Gawyn, ma non l’aveva visto. Adesso, in un’oscurità così fitta, era come se fosse invisibile.
Il ter’angreal gli permetteva anche di muoversi rapidamente. Il cambiamento era lieve, ma percepibile. Non vedeva l’ora di provare quell’abilità in un duello. Quanti Sharani poteva affrontare da solo mentre indossava uno di questi anelli? Una dozzina? Due?
Questo durerebbe fino a che una di quelle incanalatrici non ti cucinasse, si disse Gawyn. Raccolse dei ciottoli da terra, da tirare verso Egwene se avesse notato una di quelle incanalatrici.
Fece un giro largo attorno alla tenda della mensa, seguendo il sentiero che aveva esplorato prima. Era importante che continuasse a ricordare a sé stesso di stare attento; prima il potere del ter’angreal lo aveva reso troppo audace. Dava alla testa sapere quanto si poteva muovere facilmente.
Si era detto che non avrebbe usato gli anelli, ma quello era stato durante la battaglia, quando era stato tentato di provare a farsi un nome. Questo era diverso. Qui si trattava di proteggere Egwene. Per questo poteva fare un’eccezione.
Nel momento in cui ebbe contato fino a venti, Egwene si mosse nell’oscurità. Non era brava a muoversi furtiva come Nynaeve e Perrin, ma proveniva dai Fiumi Gemelli. Ogni bambino a Emond’s Field imparava come muoversi nei boschi senza spaventare la selvaggina.
Spostò l’attenzione al sentiero davanti a lei, saggiandolo con le dita dei piedi — si era tolta le scarpe — per evitare foglie secche o erbacce. Muoversi a questo modo per lei era come una seconda natura; purtroppo però lasciava la sua mente libera.
Gli Sharani erano guidati da uno dei Reietti. Egwene poteva solo ipotizzare dalle sue parole che la loro intera nazione lo seguisse. Era qualcosa di spinoso come i Seanchan. Peggio.
I Seanchan catturavano e usavano le Aes Sedai, ma non trucidavano la gente comune con tale noncuranza.
Egwene doveva sopravvivere per scappare. Era necessario che portasse queste informazioni alla Torre Bianca. Le Aes Sedai avrebbero dovuto affrontare Demandred. Volesse la Luce che un numero sufficiente di loro fosse sfuggito alla battaglia di prima per farlo.
Perché Demandred aveva chiesto che Rand andasse da lui? Tutti sapevano dove trovare il Drago Rinato.
Egwene raggiunse la tenda della mensa, poi vi sgattaiolò attorno. A poca distanza le guardie chiacchieravano. Quell’accento sharano era stranamente monotono, come se quelle persone non provassero affatto emozioni. Era come se… le loro parole fossero prive di qualunque musicalità. Una musicalità che Egwene non si era resa conto che esistesse solitamente.
Quelli che parlavano erano uomini, perciò probabilmente non aveva bisogno di preoccuparsi che percepissero la sua capacità di incanalare. Tuttavia, Demandred l’aveva fatto con Leane; forse disponeva di un ter’angreal per quello scopo. Cose del genere esistevano.
Fece comunque un giro largo attorno agli uomini e continuò nell’oscurità di quello che una volta era stato il suo accampamento. Passò accanto a tende cadute, con l’odore di fuochi ardenti ancora sospeso nell’aria, e attraversò un sentiero che aveva percorso parecchie sere quando andava a raccogliere i rapporti delle truppe. Era inquietante la rapidità con cui una persona poteva passare da una posizione di potere al muoversi furtivamente per il campo come un ratto. Essere improvvisamente incapace di incanalare cambiava così tante cose.
La mia autorità non deriva dalla mia capacità di incanalare, si disse. La mia forza risiede nel controllo, nella comprensione e nella responsabilità. Io fuggirò da questo campo e continuerò a combattere.
Ripeté quelle parole, ricacciando indietro uno strisciante senso di impotenza: il senso di disperazione per così tanti morti, il pizzicore tra le scapole come se qualcuno la stesse osservando al buio. Luce, povera Leane.
Qualcosa colpì la terra spoglia vicino a lei. Fu seguito da altri due ciottoli che caddero al suolo. A quanto pareva, Gawyn non si fidava a tirarne solo uno. Si mosse rapida verso i resti di una tenda vicina, semibruciata, con l’altra metà del telo che pendeva dalle aste.
Si accucciò. In quel momento si rese conto che un corpo mezzo bruciato era steso a terra a solo pochi pollici da lei. Era uno Shienarese, vide durante il lampo di un fulmine dalle nuvole borbottanti, anche se indossava il simbolo della Torre Bianca sulla camicia. Giaceva con un occhio rivolto al cielo, silenzioso, l’altro lato della testa arso fino al cranio.
Una luce apparve dalla parte in cui lei era diretta. Aspettò, tesa, mentre due guardie sharane si avvicinavano, portando una lanterna. Non parlavano. Mentre giravano per dirigersi a sud lungo il loro percorso, Egwene poté vedere che la loro armatura aveva simboli incisi sul retro che imitavano i tatuaggi che aveva visto prima sugli uomini. Questi marchi erano molto stravaganti, e così — secondo la sua migliore ipotesi — quegli uomini in effetti erano di basso rango.
Quel sistema la turbava. Potevi sempre aggiungere un tatuaggio a una persona, ma lei non conosceva alcun modo per rimuoverlo. Il fatto che i tatuaggi diventassero più intricati quanto più una persona si trovava in basso nella società implicava qualcosa: la gente poteva cadere in disgrazia, ma non poteva rialzarsi una volta caduta — o nata — in una posizione umile.
Percepì l’incanalatrice dietro di lei solo pochi momenti prima che uno scudo si frapponesse tra lei e la Fonte.
Egwene reagì immediatamente. Non diede tempo al terrore di attecchire; afferrò il coltello che aveva alla cintura e ruotò verso la donna che poteva avvertire avvicinarlesi da dietro. Egwene le si avventò contro, ma un flusso di Aria le ghermì il braccio e lo tenne stretto; un altro le riempì la bocca, imbavagliandola.
Egwene si dibatté, ma altri flussi la afferrarono e la trascinarono in aria. Tra gli spasmi, le sue dita lasciarono cadere il coltello.
Un globo di luce apparve nelle vicinanze, una soffusa aura azzurra, molto più fioca di quella di una lanterna. Era stato creato da una donna con la pelle scura e fattezze molto raffinate. Delicate. Un naso piccolo, corporatura snella. Si alzò dalla sua posizione accucciata ed Egwene scoprì che era molto alta, quasi quanto un uomo.
«Sei un coniglietto pericoloso» disse la donna, con il suo accento marcato e atonale che le rendeva difficile capire. Enfatizzava le parole nei punti sbagliati e pronunciava molti suoni in modo un po’ diverso. Aveva i tatuaggi sulla faccia, come rami delicati che si estendevano dalla nuca verso le sue guance. Indossava anche uno di quegli abiti dalla forma di un campanaccio da mucca, nero, con lacci bianchi legati a una spanna sotto il collo.
La donna si toccò il braccio, dove il coltello di Egwene l’aveva quasi colpita. «Sì,» disse «molto pericolosa. Pochi Ayyad afferrerebbero un pugnale così rapidamente, piuttosto che la Fonte. Sei stata addestrata bene.»