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Egwene si avvicinò, sorvegliata dai propri soldati e buona parte del Consiglio della Torre. All’inizio Fortuona aveva provato a insistere che Egwene venisse a farle visita nel suo accampamento. Naturalmente Egwene aveva rifiutato. C’erano volute ore per raggiungere un accordo. Entrambe sarebbero venute in questo luogo ad Arafel, ed entrambe sarebbero state in piedi invece di sedersi, affinché nessuna delle due potesse dare l’impressione di essere al di sopra dell’altra. Tuttavia, Egwene fu irritata nello scoprire che la donna l’attendeva. Aveva voluto sincronizzare questo incontro in modo che arrivassero entrambe allo stesso momento.

Fortuona si voltò dai preparativi della battaglia e guardò Egwene. Pareva che molti dei rapporti di Siuan fossero falsi. Sì, Fortuona era abbastanza simile a una bambina, con quella corporatura esile e le fattezze delicate. Quelle somiglianze erano minime. Nessun bambino aveva mai avuto occhi così acuti, così calcolatori. Egwene rivide le sue aspettative. Si era immaginata Fortuona come un’adolescente viziata, il prodotto di una vita molle.

«Ho riflettuto» disse Fortuona «se sarebbe stato appropriato parlarti di persona, con la mia stessa voce.»

Lì vicino, diversi membri del Sangue seanchan — con le loro unghie dipinte e le teste rasate parzialmente — rimasero senza fiato. Egwene li ignorò. Si trovavano vicino a diverse coppie di sul’dam e damane. Se avesse lasciato che quelle coppie attirassero la sua attenzione, la sua collera avrebbe potuto avere la meglio su di lei.

«Io stessa ho considerato» disse Egwene «se sarebbe stato appropriato parlare a una persona come te, che ha commesso atrocità tanto terribili.»

«Ho deciso che ti parlerò» continuò Fortuona, ignorando il commento di Egwene. «Penso che, per il momento, sarebbe meglio se ti vedessi non come una marath’damane, bensì come una Regina tra la gente di questa terra.»

«No» disse Egwene. «Tu mi vedrai per quello che sono, donna. Lo pretendo.»

Fortuona increspò le labbra. «Molto bene» disse infine. «Ho parlato con delle damane in precedenza; addestrarle è stato un mio passatempo. Vederti come tale non viola il protocollo, poiché l’imperatrice può parlare con i suoi animaletti.»

«Allora anch’io ti parlerò in modo diretto» disse Egwene, mantenendo il volto impassibile. «Poiché l’Amyrlin è giudice di molti processi, deve poter parlare con assassini e stupratori, per poter emettere la sua sentenza su di loro. Penso che ti sentiresti a casa in loro compagnia, anche se sospetto che loro ti troverebbero nauseabonda.»

«Riesco a vedere che questa sarà un’alleanza difficile.»

«Ti aspettavi diversamente?» chiese Egwene. «Tieni prigioniere alcune mie sorelle. Ciò che hai fatto loro è peggio dell’omicidio. Le hai torturate, hai spezzato la loro volontà. Per la Luce, vorrei che le avessi semplicemente uccise.»

«Non mi sarei aspettata che tu capissi ciò che va fatto» disse Fortuona, tornando a guardare verso il campo di battaglia. «Tu sei marath’damane. È…. naturale che cerchi il tuo stesso bene, come lo consideri tu.»

«Naturale davvero» disse Egwene piano. «Ecco perché insisto che tu mi veda come sono, poiché rappresento la prova definitiva che la tua società e il tuo impero sono costruiti su falsità. Eccomi qui, una donna a cui tu insisti che dovrebbe essere messo il collare per il bene comune. Eppure io non mostro nessuna delle tendenze folli o pericolose che, stando a ciò che affermi, dovrei avere. Finché sono libera dai vostri collari, dimostro a ogni uomo e donna viventi che sei una bugiarda.»

Gli altri Seanchan mormorarono. Fortuona stessa mantenne un’espressione fredda.

«Saresti molto più felice con noi» disse Fortuona.

«Ah, ma davvero?» disse Egwene.

«Sì. Dici di odiare il collare, ma se lo indossassi e vedessi, troveresti che è una vita più pacifica. Noi non torturiamo le nostre damane. Badiamo a loro, permettendo che vivano una vita di privilegi.»

«Non lo sai, vero?» chiese Egwene.

«Io sono l’imperatrice» disse Fortuona. «Il mio dominio si estende oltre i mari, e gli ambiti della mia protezione comprendono tutto quello che l’umanità conosce e pensa. Se ci sono cose che io non conosco, sono conosciute da quelli nel mio impero, poiché io sono l’impero.»

«Incantevole» disse Egwene. «E il tuo impero si rende conto che io ho indossato uno dei vostri collari? Che una volta sono stata addestrata dalle vostre sul’dam

Fortuona si irrigidì, poi scoccò a Egwene un’occhiata sorpresa, anche se la nascose immediatamente.

«Ero a Falme» disse Egwene. «Come damane, addestrata da Renna. Sì, ho indossato il vostro collare, donna. Non vi ho trovato pace. Ho trovato dolore, umiliazione e terrore.»

«Perché non sapevo di questo?» chiese Fortuona a gran voce, voltandosi. «Perché non me l’hai detto?»

Egwene guardò la nobiltà seanchan lì riunita. Pareva che Fortuona si stesse rivolgendo a un uomo in particolare, un uomo in ricchi abiti color nero e oro, decorati con merletto bianco. Aveva una benda su un occhio, nera per abbinarsi ai vestiti, e le unghie di entrambe le mani erano laccate con un colore scuro…

«Mat?» farfugliò Egwene.

Lui le fece una specie di mezzo saluto con la mano, con aria imbarazzata.

Oh, Luce, pensò lei. In cosa si era cacciato? Egwene passò rapidamente in rassegna vari piani nella sua mente. Mat stava impersonando un nobile seanchan. Di sicuro non sapevano chi era in realtà. Poteva scambiare qualcosa per salvarlo?

«Avvicinati» disse Fortuona.

«Quest’uomo non…» iniziò Egwene, ma Fortuona le parlò sopra.

«Knotai,» disse «sapevi che questa donna era una damane fuggita? La conoscevi fin dall’infanzia, ritengo.»

«Sai chi è?» chiese Egwene.

«Ma certo» rispose Fortuona. «Si chiama Knotai, ma una volta era chiamato Matrim Cauthon. Non pensare che servirà te, marath’damane, anche se siete cresciuti assieme. Lui è il Principe dei Corvi ora, una posizione che ha guadagnato tramite il suo matrimonio con me. Serve i Seanchan, il Trono di Cristallo e l’imperatrice.»

«Che possa vivere per sempre» chiosò Mat. «Salve, Egwene. Sono lieto di sentire che sei sfuggita a quegli Sharani. Come va la Torre Bianca? È ancora… bianca, immagino?»

Egwene spostò lo sguardo da Mat all’imperatrice dei Seanchan, poi di nuovo su di lui. Infine, incapace di fare altro, scoppiò a ridere. «Tu hai sposato Matrim Cauthon?»

«I presagi l’hanno annunciato» disse Fortuona.

«Ti sei lasciata attirare troppo vicino a un ta’veren» disse Egwene «e così il Disegno ti ha legato a lui!»

«Sciocche superstizioni» disse Fortuona.

Egwene lanciò un’occhiata a Mat.

«Essere ta’veren non mi è mai stato di molta utilità» disse Mat con amarezza. «Suppongo che dovrei essere grato che il Disegno non mi abbia scaraventato per gli stivali sopra Shayol Ghul. Almeno quello.»

«Non hai risposto alla mia domanda, Knotai» disse Fortuona. «Sapevi che questa donna era una damane fuggita? E se sì, perché non me l’hai detto?»

«Non pensavo fosse importante» rispose Mat. «Non lo è stata molto a lungo, Tuon.»

«Parleremo di questo in un’altra occasione» disse Fortuona piano. «Non sarà piacevole.» Tornò a rivolgersi a Egwene. «Conversare con una ex damane non è lo stesso che parlare a una catturata di recente o una che è sempre stata libera. Le notizie di questo avvenimento si diffonderanno. Mi hai causato… disturbo.»

Egwene squadrò la donna, sconcertata. Luce! Questa gente era completamente folle. «Qual era il tuo scopo nell’insistere per questo incontro? Il Drago Rinato dice che aiuterai la nostra lotta. Aiutaci, dunque.»