Aveva udito frammenti di cosa stava accadendo in altre parti del campo di battaglia. Gli eserciti di Elayne avevano schiacciato l’armata a nord dei Trolloc, eliminandoli, e mentre gli Ogier combattevano, sorvegliando i Draghi che sparavano dalla collina sopra di loro, sempre più soldati venivano a unirsi al nuovo fronte. Giungevano coperti di sangue, esausti e indeboliti.
Questo nuovo esercito di Trolloc li avrebbe annientati.
Gli Ogier cantavano un motivo luttuoso. Era il lamento che intonavano per le foreste che dovevano essere rase al suolo o per grandi alberi morti in una tempesta. Era una canzone di perdita, di rimpianto, di ineluttabilità. Si unì al ritornello finale.
Abbatté un Trolloc ringhiante, ma un altro gli affondò i denti nella gamba. Loial cacciò un urlo, interrompendo la canzone mentre afferrava il Trolloc per il collo. Non si era mai considerato forte, non per i canoni degli Ogier, ma sollevò il Trolloc e lo scaraventò tra i suoi simili dietro di lui.
Tutt’attorno ai suoi piedi c’erano uomini — uomini fragili — morti. La perdita della vita lo addolorava. A ciascuno era stato dato un tempo così breve da vivere. Alcuni, ancora vivi, seguitavano a combattere. Loial sapeva che si ritenevano più grossi di quanto erano in realtà, ma qui sul campo di battaglia — con Ogier e Trolloc — parevano dei bambini che correvano tra i loro piedi.
No. Non li avrebbe considerati a quel modo. Gli uomini e le donne combattevano con coraggio e passione. Non bambini, ma eroi. Tuttavia, vederli spezzati gli faceva abbassare le orecchie. Ricominciò a cantare, più forte, e stavolta non era una melodia luttuosa. Era una canzone che non aveva intonato prima, un canto di crescita, ma non uno di quelli degli alberi a lui così familiari.
La cantò forte e arrabbiato, menando fendenti con la sua ascia. Ovunque l’erba diventava verde, filamenti e strisce di vita germogliavano. Le impugnature delle lance dei Trolloc si ricoprivano di foglie; molte delle creature ringhiarono e lasciarono cadere le armi, scioccate.
Loial continuò a combattere. Questo non era un canto di vittoria. Era un canto di vita. Loial non aveva intenzione di morire qui, sul fianco di questa collina.
Per la Luce, aveva un libro da finire, prima!
Mat si trovava nell’edificio di comando dei Seanchan, circondato da generali scettici. Min era appena tornata, dopo essere stata portata via e vestita con eleganti abiti seanchan. Anche Tuon se n’era andata, per occuparsi di qualche compito da Imperatrice.
Tornando a guardare le mappe, Mat ebbe l’impulso di imprecare di nuovo. Mappe, mappe e ancora mappe. Pezzi di carta. Molte di esse erano state disegnate dai funzionari di Tuon alla luce morente della sera prima. Come poteva sapere se erano accurate? Mat una volta aveva visto un artista di strada disegnare una donna graziosa di notte a Caemlyn, e il ritratto risultante sarebbe potuto essere venduto per oro come una perfetta rappresentazione di Cenn Buie in abito lungo.
Era sempre più convinto che le mappe di battaglia fossero utili quanto un cappotto pesante a Tear. Gli serviva poter vedere la battaglia, non come qualcun altro pensava che apparisse. La mappa era troppo semplice.
«Vado fuori a guardare il campo di battaglia» dichiarò Mat.
«Tu cosa?» domandò Courtani. Il Generale di Stendardo seanchan era graziosa quanto un fascio di bastoncini con l’armatura imbullonata sopra. Mat immaginava che dovesse aver mangiato qualcosa di molto amaro una volta e — dopo aver scoperto che la smorfia risultante era utile per spaventare gli uccelli — avesse deciso di adottarla in modo permanente.
«Vado fuori a guardare il campo di battaglia» ripeté Mat. Mise da una parte il suo cappello, poi allungò una mano sopra la testa e afferrò il dietro delle sue ricche e voluminose vesti seanchan. Tirò l’abito, spallacci ingombranti e tutto, sopra la testa con un fruscio di seta e merletto, poi lo gettò da parte.
Questo lo fece rimanere con indosso solo la sua sciarpa da collo, il medaglione e le strane brache che i Seanchan gli avevano dato, nere e piuttosto rigide. Min sollevò un sopracciglio al vederlo a torso nudo, cosa che lo fece arrossire. Ma che importanza aveva? Lei stava con Rand, perciò questo la rendeva praticamente sua sorella. C’era anche Courtani, ma Mat non era convinto che fosse una donna. Non era nemmeno convinto che fosse umana.
Mat frugò per un momento sotto il tavolo e tirò fuori un involto che aveva riposto lì prima, poi si raddrizzò. Min incrociò le braccia. Il suo nuovo abbigliamento le stava davvero bene, un vestito ricco quasi quanto quelli indossati da Tuon. Quello di Min era di seta lucente verde scuro, con ricami neri e ampie maniche aperte che erano lunghe almeno quanto bastava per ficcarci dentro la testa. Le avevano anche acconciato i capelli, infilandoci dei pezzi di metallo, argento con gocce di fuoco incastonate. Ce n’erano a centinaia. Se tutta questa storia degli Occhi del Fato non avesse funzionato per lei, forse poteva trovare lavoro come candelabro. Era piuttosto attraente in quel completo, in effetti. Strano. Mat aveva sempre considerato Min simile a un ragazzo, ma ora la trovava seducente. Non che guardasse.
Seanchan nella stanza parvero stupefatti che Mat si fosse improvvisamente denudato fino in vita. Lui non capiva perché. Avevano servitori che indossavano molto meno. Luce, era proprio così.
«Sono tentata di fare come te» borbottò Min, afferrando il davanti del suo abito.
Mat si immobilizzo, poi sputacchiò. Doveva aver inghiottito una mosca o qualcosa del genere. «Che io sia folgorato» disse, gettandosi addosso la camicia che aveva tirato fuori dal fagotto. «Ti darò cento marchi di Tar Valon se lo fai, solo per poter raccontare la storia.»
Quello gli fruttò un’occhiataccia, anche se lui non sapeva perché. Era stata lei a parlare di andarsene in giro come una dannata Fanciulla aiel diretta alla tenda della sauna.
Min non lo fece e lui quasi si intristì. Quasi. Doveva stare attento con Min. Era certo che un sorriso al momento sbagliato gli avrebbe procurato una coltellata, non solo da lei, ma da Tuon, e Mat era molto più felice con solo un coltello alla volta conficcato dentro di lui.
Il medaglione a testa di volpe era appoggiato comodamente contro la sua pelle — Tuon li aveva restituiti tutti e si era rifiutata di tenerne una copia — mentre si metteva la giacca, anch’essa recuperata dall’involto.
«Come hai fatto a tenere quelli?» chiese il Capitano Generale Galgan. «Avevo l’impressione che i tuoi vestiti fossero stati bruciati, Principe Corvo.»
Galgan pareva davvero sciocco con quell’unica striscia di capelli bianchi sulla testa, ma Mat non lo fece notare. Era l’usanza seanchan. La gente poteva essere stramba, ma lui non aveva dubbi che Galgan sapesse come cavarsela in battaglia, a prescindere dal suo aspetto.
«Questi?» disse Mat, facendo un gesto verso giacca e camicia. «Non ne ho proprio idea. Erano semplicemente lì. Sono del tutto confuso.» Era stato molto lieto di apprendere che le guardie seanchan — nonostante tutte le loro espressioni stoiche e le schiene troppo dritte — potessero essere corrotte come chiunque altro.
Tutte tranne quei Sorveglianti della Morte. Mat aveva imparato a non provarci con loro; l’occhiataccia che gli avevano scoccato lo aveva indotto a pensare che, se ci avesse provato ancora, sarebbe finito con la faccia nel fango. Forse sarebbe stato meglio non parlare nemmeno più con un Sorvegliante della Morte, dato che era evidente che tutti, fino all’ultimo, avevano scambiato il loro senso dell’umorismo per un mento troppo grosso.
All’occorrenza, però, sapeva esattamente a chi avrebbe affidato la sicurezza di Tuon.