«Che Gareth Bryne è un Amico delle Tenebre?» disse Egwene. Era davvero risibile. «Toma indietro e di’ a Mat di presentarci i suoi suggerimenti per la battaglia, se deve. Per ora, ho bisogno di trovare i miei comandanti e pianificare i nostri prossimi passi.»
Gareth Bryne, dove sei?
Una salva di frecce nere si levò quasi invisibile nell’aria, poi cadde come un’onda di piena. Colpirono l’esercito di Ituralde all’imboccatura del passo per la valle di Thakan’dar: alcune rimbalzarono dagli scudi, altre trovavano la carne. Una cadde a pochi pollici dal punto dove si trovava Ituralde, in piedi su un affioramento roccioso.
Ituralde non si scompose. Restò lì a schiena dritta, le mani serrate dietro di sé. Però borbottò: «Le stiamo lasciando avvicinare un po’ troppo, vero?»
Binde, l’Asha’man che si trovava accanto a lui nella notte, fece una smorfia. «Spiacente, Lord Ituralde.» Il suo compito era quello di tenere a bada le frecce. Si era comportato bene finora. A volte però assumeva un’espressione distante in viso e iniziava a borbottare sul fatto che ‘loro’ stessero cercando di ‘prendergli le mani’.
«Resta vigile» disse Ituralde.
La testa gli pulsava. Altri sogni poco prima, così reali. Aveva visto dei Trolloc mangiare vivi alcuni suoi familiari, e lui era stato troppo debole per salvarli. Aveva lottato e pianto mentre mangiavano Tamsin e i suoi bambini, ma allo stesso tempo era stato allettato dagli odori della carne che bolliva e cuoceva.
Alla fine del sogno, si era unito ai mostri nel loro banchetto.
Toglitelo dalla mente, pensò. Non era facile. I sogni erano stati così vividi. Era stato lieto di essere svegliato da un attacco di Trolloc.
Era pronto per questo. I suoi uomini accendevano falò alle barricate. Alla fine i Trolloc erano riusciti a superare le fortificazioni di spine, ma avevano pagato un prezzo enorme in termini di vite. Adesso gli uomini di Ituralde combattevano all’imboccatura del passo, per impedire che quella piena entrasse nella valle.
Avevano utilizzato bene il loro tempo durante i giorni in cui i Trolloc si erano fatti strada attraverso quelle barriere ostiche fino all’imboccatura del valico. L’entrata della valle adesso era fortificata con una serie di bastioni di terra alti fino al petto. Sarebbero stati una copertura eccellente per i balestrieri, se le formazioni di picche di Ituralde fossero state ricacciate troppo indietro.
Per ora, Ituralde aveva diviso il suo esercito in gruppi di circa tremila uomini ciascuno, poi li aveva organizzati in formazioni quadrate di picche, roncole e balestre. Usava balestrieri a cavallo come cacciatori davanti e sui fianchi, e aveva formato un’avanguardia — di circa sei file — di picchieri. Picche grosse, lunghe venti piedi. Aveva imparato da Maradon che era saggio tenere le distanze dai Trolloc.
Le picche funzionavano meravigliosamente. I quadrati di picche di Ituralde potevano ruotare e combattere in tutte le direzioni, nel caso in cui fossero stati circondati. I Trolloc potevano essere costretti a combattere in file, ma questi quadrati — utilizzati in modo opportuno — potevano rompere i loro schieramenti. Una volta mandati in frantumi, gli Aiel potevano ucciderli con trasporto.
Dietro file di picchieri posizionò fanti con roncole e alabarde. A volte i Trolloc si facevano strada combattendo tra le picche, scostando le armi o tirandole giù con il peso dei cadaveri. Allora gli uomini armati di roncole avanzavano — scivolando tra i picchieri — e recidevano i tendini dei Trolloc più avanti. Questo dava ai fanti di testa il tempo per ripiegare e raggrupparsi mentre l’ondata successiva di soldati — altri fanti armati di picche — veniva avanti per impegnare i Trolloc.
Stava funzionando. Aveva una dozzina di quadrati di truppe del genere che affrontavano i Trolloc nella notte. Combattevano in modo difensivo, facendo tutto il possibile per interrompere l’avanzata di quella marea. I Trolloc si avventavano sui picchieri, cercando di rompere la loro formazione, ma ogni quadrato agiva in maniera indipendente. Ituralde non si preoccupava dei Trolloc che riuscivano a passare per l’incollatura, perché di loro si sarebbero occupati gli Aiel.
Ituralde doveva tenere le mani serrate dietro la schiena per nascondere che stavano tremando. Nulla era stato lo stesso dopo Maradon. Aveva imparato, ma aveva pagato cara quella lezione.
Che siano folgorate queste emicranie, pensò. E che siano folgorati quei Trolloc.
Per tre volte aveva quasi dato l’ordine di mandare i suoi eserciti a un attacco diretto, abbandonando le formazioni a quadrato. Riusciva a immaginarli massacrare, uccidere. Niente più indugi. Voleva sangue.
Ogni volta si era fermato. Non erano qui per il sangue: erano qui per tenere la posizione. Per dare a quell’uomo il tempo di cui aveva bisogno nella caverna. Era ciò attorno a cui ruotava tutto... Giusto? Perché aveva così tanti problemi a ricordare, di recente?
Un’altra salva di frecce trolloc cadde sugli uomini di Ituralde. I Fade ne avevano posizionati alcuni sulle sommità dei pendii sopra il passo, in punti che poco tempo prima erano stati controllati dagli stessi arcieri di Ituralde. Farli arrivare lassù doveva essere stata una vera impresa: le pareti del passo erano molto ripide. Quanti dovevano essere precipitati e morti nel tentativo? A ogni modo, i Trolloc non erano bravi tiratori con gli archi, ma non ne avevano bisogno quando tiravano contro degli eserciti.
Gli alabardieri sollevarono gli scudi. Non potevano combattere mentre li reggevano, ma se li tenevano legati sulla schiena in caso di necessità. Le frecce che cadevano aumentarono, precipitando attraverso l’aria notturna ammantata da una leggera foschia. La tempesta rombava nel cielo, ma le Cercavento si occupavano ancora del loro compito, tenendola lontana. Affermavano che in diversi momenti l’esercito era andato molto vicino a una tempesta totale di distruzione. A un certo punto, della grandine delle dimensioni del pugno di un uomo era piovuta per un minuto prima che riuscissero a strappare di nuovo il controllo del clima.
Se era ciò che li aspettava se le Cercavento non avessero usato la loro Coppa, Ituralde era più che felice di lasciarle al loro compito. Al Tenebroso non sarebbe importato quanti Trolloc distruggeva con una bufera, un tornado o un uragano per uccidere gli umani che combattevano.
«Si stanno radunando per un’altra avanzata all’imboccatura del passo!» urlò qualcuno nell’aria notturna, seguito da altre grida che lo confermavano. Ituralde scrutò nella nebbia, aiutato dalla luce dei falò. Effettivamente i Trolloc si stavano raggruppando.
«Ritirate la settima e la nona squadra di fanteria» disse Ituralde. «Sono in campo da troppo tempo. Togliete la quarta e la quinta dalle riserve e mettetele in posizione sui fianchi.
Preparatevi per altre frecce. E...» Si interruppe, accigliandosi. Cosa stavano facendo quei Trolloc? Avevano ripiegato più di quanto si sarebbe aspettato, indietreggiando nell’oscurità del valico. Non era possibile che si stessero ritirando, giusto?
Un’ondata nera scivolò fuori dall’imboccatura del passo. Myrddraal. Centinaia e centinaia di Myrddraal. Mantelli neri che non si muovevano, una sfida aperta alla brezza. Facce senza occhi, labbra ghignanti, spade nere. Quelle creature si muovevano come anguille, sinuose e agili.
Non concessero tempo per ordini, per reazioni. Si insinuarono nei quadrati dei difensori, scivolando fra le picche, agitando spade letali.
«Aiel!» urlò Ituralde. «Fate venire gli Aiel! Tutti quanti, e gli incanalatori! Tutti tranne quelli a guardia del Pozzo del Destino! Muovetevi, muovetevi!»
I messaggeri si precipitarono via. Ituralde restò a guardare, terrorizzato. Un esercito di Myrddraal. Luce, era terribile quanto i suoi incubi!
La settima fanteria crollò davanti all’attacco e la formazione a quadrato andò in frantumi. Ituralde aprì la bocca per ordinare alle riserve primarie — quelle che difendevano la sua posizione — di fornire appoggio. Aveva bisogno che la cavalleria andasse ad alleviare la fanteria da quella pressione.