Non aveva molta cavalleria: aveva convenuto che buona parte dei cavalieri sarebbero stati necessari su altri fronti. Ma ne aveva alcuni. Sarebbero stati essenziali qui.
Tranne che...
Strinse forte gli occhi. Luce, era esausto. Aveva problemi a pensare.
Ripiega prima dell’attacco, pareva dirgli una voce. Ripiega dagli Aiel, poi tieni terreno lì.
«Ripiegate...» sussurrò. «Ripiega...»
Qualcosa pareva molto, molto sbagliato in questo. Perché la sua mente insisteva?
Capitano Tihera, cercò di sussurrare Ituralde. Hai il comando. Non voleva uscire. Qualcosa di fisico pareva tenergli la bocca chiusa.
Poteva sentire uomini urlare. Cosa stava succedendo? Dozzine di uomini potevano morire combattendo un unico Myrddraal. A Maradon aveva perso un’intera compagnia di arcieri — cento uomini — a causa di due Fade che si erano intrufolati nella città di notte. Le sue squadre di difesa erano fatte per scontrarsi con i Trolloc, per recidere loro i tendini, per farli cadere a terra.
I Fade avrebbero spezzato quei quadrati di picche come fossero uova. Nessuno stava facendo ciò che andava fatto.
«Mio Signore Ituralde?» disse il capitano Tihera. «Mio Signore, cos’è che hai detto?»
Se si fossero ritirati, i Trolloc li avrebbero circondati. Dovevano restare saldi.
Le labbra di Ituralde si aprirono per ordinare la ritirata. «Prendi le...»
Lupi.
Lupi apparvero nella nebbia come ombre. Balzarono addosso ai Myrddraal, ringhiando. Ituralde sobbalzò, ruotando mentre un uomo vestito di pelliccia si issava sulla sommità dall’affioramento roccioso.
Tihera barcollò all’indietro, chiamando la scorta. Il nuovo arrivato balzò su Ituralde e lo spintonò giù dalle rocce.
Ituralde non controbatte. Chiunque fosse quest’uomo, Ituralde gli era grato, sperimentando un momento di vittoria. Non aveva dato l’ordine di ritirarsi.
Colpì il suolo non molto più in basso e questo gli tolse il fiato dai polmoni. I lupi gli presero gentilmente le braccia tra le fauci e lo trascinarono via nell’oscurità mentre perdeva conoscenza.
Egwene sedeva nell’accampamento mentre la battaglia per il confine di Kandor continuava.
Il suo esercito teneva indietro i Trolloc.
I Seanchan combattevano al fianco delle sue truppe appena al di là del fiume.
Egwene teneva in mano una tazzina di tè.
Luce, era irritante. Lei era l’Amyrlin. Ma era prosciugata di ogni energia.
Ancora non aveva trovato Gareth Bryne, ma non era insolito. Lui girava. Silviana lo stava cercando e presto avrebbe dovuto avere notizie.
Erano state mandate delle Aes Sedai a portare i feriti a Mayene. Il sole pendeva basso nel cielo, come una palpebra che rifiutava di stare aperta. Le mani di Egwene tremavano mentre reggeva la tazza. Poteva ancora sentire la battaglia. Pareva che i Trolloc avrebbero combattuto durante la notte, schiacciando le armate umane contro il fiume.
Urla distanti si levavano come le voci di una folla inferocita, ma le esplosioni da parte degli incanalatori erano rallentate.
Si voltò verso Gawyn. Lui non pareva affatto stanco, anche se era stranamente pallido. Egwene sorseggiò il tè e lo maledisse in silenzio. Era ingiusto, ma in questo momento non si preoccupava della giustizia. Poteva lamentarsi del suo Custode. Era a quello che servivano, giusto?
Una brezza spirò per l’accampamento. Lei si trovava poche centinaia di passi a est del guado ma sentiva odore di sangue nell’aria. Lì vicino una squadra di arcieri tese gli archi all’ordine del comandante, lanciando una salva di frecce. Un paio di Draghkar dalle ali nere precipitarono pochi istanti dopo, colpendo il terreno con tonfi sordi appena oltre il campo. Ne sarebbero venuti altri, dato che si era fatto buio e per loro era più facile nascondersi contro il cielo.
Mat. Egwene provò una strana nausea pensando a lui. Era un gradasso. Un beone che rivolgeva occhiate lascive a ogni donna graziosa che incontrava. Trattandola come un oggetto e non una persona. Lui... Lui...
Lui era Mat. Una volta, quando Egwene aveva più o meno tredici anni, lui era saltato nel fiume per salvare Kiem Lewin che stava affogando. Naturalmente lei non stava affogando. Era stata semplicemente messa con la testa sott’acqua da un amico, e Mat era arrivato di corsa, gettandosi nell’acqua per aiutare. Gli uomini di Emond’s Field lo avevano preso in giro per mesi.
La primavera successiva, Mat aveva tirato fuori Jer al’Hune dallo stesso fiume, salvando la vita del ragazzo. La gente allora aveva smesso di prendere in giro Mat per un po’.
Mat era così. Aveva bofonchiato e borbottato per tutto l’inverno su come le persone si prendevano gioco di lui, insistendo che la volta successiva non li avrebbe aiutati. Poi, nel momento in cui aveva visto qualcuno in pericolo, si era tuffato all’istante. Egwene poteva ricordare l’allampanato Mat giungere barcollante dal fiume, col piccolo Jer avvinghiato a lui e annaspante, un’espressione di puro terrore negli occhi.
Jer era affondato senza emettere suono. Egwene non si era mai resa conto che potesse accadere una cosa del genere. La gente che iniziava ad affogare non urlava, sputacchiava o chiamava aiuto. Scivolava solo sott’acqua, quando tutto sembrava bello e pacifico. A meno che Mat fosse lì a controllare.
È venuto a salvarmi nella Pietra di Tear, pensò. Naturalmente aveva anche cercato di salvarla dalle Aes Sedai, incapace di credere che fosse Amyrlin.
Questa situazione qual era? Lei stava affogando o no?
Quanto ti fidi di Matrim Cauthon?, aveva chiesto Min. Luce, pensò. Mi fido di lui. Sciocca che sono, mi fido. Mat poteva sbagliare. Sbagliava spesso.
Ma quando aveva ragione, salvava vite.
Egwene si costrinse ad alzarsi in piedi. Barcollò e Gawyn venne al suo fianco. Lei gli diede una pacca sul braccio, poi si staccò da lui. Non avrebbe permesso che l’esercito vedesse la sua Amyrlin così debole da doversi appoggiare a qualcuno. «Che rapporti abbiamo dagli altri fronti?»
«Non molto, oggi» disse Gawyn. Si accigliò. «In effetti, tutto è piuttosto silenzioso.»
«Elayne avrebbe dovuto combattere a Cairhien» disse Egwene. «Era una battaglia importante.»
«Forse è stata troppo occupata per mandare notizie.»
«Voglio che invii un messaggero tramite passaggio. Mi occorre sapere come sta andando quella battaglia.»
Gawyn annuì, allontanandosi in tutta fretta. Dopo che se ne fu andato, Egwene procedette a passo regolare fino a trovare Silviana, che stava parlando con un paio di sorelle Azzurre.
«Bryne?» chiese Egwene.
«Nella tenda della mensa» disse Silviana. «Ho ricevuto la notizia solo ora. Ho mandato un messaggero a dirgli di rimanere lì fino al tuo arrivo.»
«Vieni.»
Si diresse alla tenda, di gran lunga il riparo più grande nell’accampamento, e lo individuò appena entrata. Non stava mangiando, ma era in piedi accanto al tavolo da viaggio del cuoco con le mappe spiegate. Il tavolo odorava di cipolle, che probabilmente erano state tagliate numerose volte. Yukiri teneva un passaggio aperto sul pavimento per guardare giù sul campo di battaglia. Lo chiuse quando Egwene arrivò. Non lo lasciavano aperto a lungo, non con gli Sharani che li cercavano e preparavano flussi da mandarvi attraverso.
Egwene sussurrò piano a Silviana: «Raduna il Consiglio della Torre. Porta tutte le Adunanti che riesci a trovare. Radunale tutte qui, in questa tenda, prima che puoi.»
Silviana annuì; il suo volto non tradiva alcun accenno della confusione che probabilmente provava. Si affrettò ad allontanarsi ed Egwene si sedette nella tenda.
Siuan non era lì: probabilmente stava di nuovo aiutando con la Guarigione. Quello era un bene. Egwene non avrebbe voluto tentare questo con Siuan che la guardava torvo. Già così era preoccupata per Gawyn. Lui amava Bryne come un padre e la sua apprensione fluiva già attraverso il loro legame.