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Perrin atterrò sulla spiaggia rocciosa accanto al ripido pendio di una collina, mezza erosa dal potere del mare. Cadde su mani e piedi, annaspando. L’acqua gli colava dalla barba. Sentiva la mente... intorpidita. Aveva problemi a pensare l’acqua via da sé per asciugarsi.

Cosa sta succedendo?, pensò, tremolando. Attorno a lui imperversava la tempesta, strappando la corteccia dai tronchi degli alberi, i cui rami erano già stati spezzati. Era così... stanco. Esausto. Quanto tempo era passato da quando aveva dormito? Settimane nel mondo reale, ma non potevano essere state settimane reali qui, vero? Era...

Il mare ribollì, agitato. Perrin si voltò. In qualche modo aveva tenuto il martello e lo sollevò per affrontare l’Assassino.

Le acque continuavano a muoversi, ma nulla venne da esse. All’improvviso, dietro di lui, la collina si spaccò a metà. Perrin avvertì qualcosa di pesante colpirlo alla spalla, come un pugno. Cadde in ginocchio, ruotando per vedere la collina spezzata in due e l’Assassino in piedi dall’altro lato, che incoccava un’altra freccia al suo arco.

Perrin traslò, disperato, il dolore che avvampava tardivamente su per il fianco e per tutto il corpo.

«Tutto ciò che sto dicendo è che ci sono delle battaglie in corso» disse Mandevwin «e noi non siamo lì.»

«Ci sono sempre delle battaglie in corso da qualche parte» replicò Vanin, appoggiandosi contro il muro esterno di un magazzino a Tar Valon. Faile li ascoltava con mezzo orecchio. «Ne abbiamo combattute un bel po’. Tutto quello che sto dicendo è che sono lieto di evitare questa in particolare.»

«La gente sta morendo» disse Mandevwin in tono di disapprovazione. «Questa non è semplicemente una battaglia, Vanin. È Tarmon Gai’don!»

«Il che vuol dire che nessuno ci sta pagando» disse Vanin.

Mandevwin farfugliò: «Pagarci... per combattere l’Ultima Battaglia... Canaglia! Questa battaglia è per la vita stessa.»

Faile sorrise mentre esaminava i registri delle provviste. Le due Braccia Rosse oziavano presso la porta mentre dei servitori che portavano la Fiamma di Tar Valon caricavano la carovana di Faile. Dietro di loro, la Torre Bianca si innalzava sopra la città.

Sulle prime quello scambio di battute l’aveva irritata, ma il modo in cui Vanin pungolava l’altro uomo le ricordava Gilber, uno dei furieri di suo padre nella Saldaea.

«Insomma, Mandevwin,» disse Vanin «dalle tue parole non sembri affatto un mercenario! E se Lord Mat ti sentisse?»

«Lord Mat combatterà» disse Mandevwin.

«Quando deve farlo» disse Vanin. «Noi non dobbiamo. Ascolta, queste provviste sono importanti, giusto? E qualcuno deve controllarle, giusto? Eccoci qua.»

«È solo che non capisco perché ci sia bisogno di noi per questo lavoro. Dovrei essere ad aiutare Talmanes a guidare la Banda, mentre tu dovresti proteggere Lord Mat...»

Faile poteva quasi sentire la fine di quella frase, ciò che tutti loro stavano pensando. Dovresti proteggere Lord Mat da quei Seanchan.

I soldati avevano accettato la scomparsa di Mat, poi la sua ricomparsa con i Seanchan. A quanto pareva, si aspettavano questo genere di comportamento da ‘Lord’ Matrim Cauthon. Faile aveva una squadra dei cinquanta uomini migliori della Banda, inclusi il capitano Mandevwin, il tenente Sandip e diverse Braccia Rosse altamente raccomandate da Talmanes. Nessuno di quelli conosceva il vero scopo di sorvegliare il Corno di Valere.

Lei avrebbe portato dieci volte tale numero, se avesse potuto. Allo stato attuale, cinquanta destavano già abbastanza sospetti. Quei cinquanta erano i migliori della Banda, alcuni presi da posizioni di comando. Sarebbero dovuti bastare.

Non stiamo andando lontano, pensò Faile, controllando la pagina successiva dei registri. Doveva sembrare preoccupata per le provviste. Perché sono tanto ansiosa?

Aveva solo bisogno di portare il Corno fino al Campo di Merrilor, ora che Cauthon era finalmente comparso. Aveva già condotto tre carovane da altre località usando le stesse guardie, perciò il suo compito attuale non sarebbe stato affatto sospetto.

Aveva scelto la Banda di proposito. Agli occhi dei più erano solo mercenari, pertanto le truppe meno importanti — e meno affidabili — dell’esercito. Comunque, nonostante tutte le sue lamentele su Mat — poteva non conoscerlo bene, ma il modo in cui Perrin parlava di lui era sufficiente — lui ispirava lealtà nei suoi uomini. Gli uomini che arrivavano da Cauthon erano come lui. Cercavano di sottrarsi al dovere e preferivano giocare d’azzardo e bere e non fare qualcosa di utile, ma in caso di necessità ognuno di loro combatteva per dieci.

A Merrilor, Cauthon avrebbe avuto un buon motivo per venire a controllare Mandevwin e i suoi uomini. A quel punto, Faile avrebbe potuto dargli il Corno. Naturalmente aveva con sé anche alcuni membri dei Cha Faile come guardie. Voleva alcune persone di cui sapeva per certo di potersi fidare.

Lì vicino, Laras — la robusta maestra delle cucine di Tar Valon — uscì dal magazzino, agitando un dito verso parecchie servitrici. La donna si diresse da Faile, seguita da un giovane allampanato che portava un forziere ammaccato.

«Qualcosa per te, mia signora.» Laras fece un gesto verso il baule. «L’Amyrlin stessa l’ha aggiunto alla spedizione come un ripensamento. Qualcosa su un suo amico, da casa?»

«È il tabacco di Matrim Cauthon» disse Faile con una smorfia. «Quando ha scoperto che all’Amyrlin rimaneva una scorta di foglie dei Fiumi Gemelli, ha insistito per acquistarla.»

«Tabacco, in un momento come questo.» Laras scosse il capo, pulendosi le dita sul grembiule. «Ricordo quel ragazzo. Ho conosciuto uno o due giovani come lui, ai miei tempi, che si aggiravano sempre per le cucine come un randagio in cerca di avanzi. Qualcuno dovrebbe trovargli qualcosa di utile da fare.»

«Ci stiamo lavorando» disse Faile mentre il servitore di Laras metteva il baule sul carro della stessa Faile. Lei sobbalzò quando il giovane lo lasciò andare con un tonfo per poi pulirsi le mani.

Laras annuì, tornando dentro il magazzino. Faile posò le dita sul baule. I filosofi affermavano che il Disegno non aveva il senso dell’umorismo. Il Disegno e la Ruota semplicemente erano; a loro non importava, non si schieravano. Però Faile non poteva fare a meno di pensare che, da qualche parte, il Creatore stesse ridacchiando di lei. Faile era andata via di casa con la testa piena di sogni arroganti, una ragazzina che si credeva imbarcata in una grandiosa avventura per trovare il Corno.

La vita le aveva tolto quelle illusioni facendola finire a gambe all’aria e lasciando che fosse lei a doversi rialzare. Era cresciuta, aveva iniziato a prestare attenzione alle cose davvero importanti. E ora... Ora il Disegno, con indifferenza quasi noncurante, le lasciava cadere in grembo il Corno di Valere.

Faile tolse la mano e si rifiutò di proposito di aprire il forziere. Aveva la chiave, che le era stata consegnata separatamente, e avrebbe controllato per assicurarsi che il Corno fosse davvero nel baule. Non ora. Non finché non fosse stata sola e ragionevolmente certa di essere al sicuro.

Salì sul carro e posò i piedi sul baule.

«Ancora non mi piace» stava dicendo Mandevwin accanto al magazzino.

«A te non piace nulla» disse Vanin. «Guarda, il lavoro che stiamo facendo è importante. I soldati devono mangiare.»

«Suppongo che sia vero» disse Mandevwin.

«Lo è!» aggiunse una nuova voce. Haman, un altro membro delle Braccia Rosse, si unì a loro. Faile notò che nemmeno uno dei tre balzò ad aiutare i servitori a caricare la carovana. «Mangiare è stupendo» disse Haman. «E se c’è un esperto in materia, Vanin, di sicuro sei tu.»