«Non riesco a immaginare come» replicò lei. «Voglio dire, non può muoversi rapido e silenzioso con quella mole, giusto?»
«Rimarresti sorpresa, mia signora» disse Haman con una risata. «Mi piace prenderlo in giro, ma è davvero abile.»
«Ha mai avuto problemi disciplinari?» chiese Faile, cercando di scegliere le parole. «Risse? Rubare cose dalle tende degli altri?»
«Vanin?» Haman rise. «Prenderà in prestito la tua acquavite, se glielo permetterai, poi ti restituirà la fiasca quasi vuota. E, a dire la verità, può anche darsi che abbia rubacchiato qualcosa in passato, ma non ho mai sentito che abbia partecipato a una rissa. È un brav’uomo. Non devi preoccuparti di lui.»
Rubacchiato qualcosa in passato? Ma sembrava che Harnan non volesse parlarne oltre. «Grazie» disse Faile, ma rimase preoccupata.
Haman si portò ima mano alla testa in una specie di saluto, poi si allontanò. Ci vollero altre tre ore prima che una Aes Sedai giungesse a esaminarli. Berisha si avvicinò, vagliando la carovana con occhio critico. Aveva lineamenti duri e una figura snella. L’altra Aes Sedai che lavorava al terreno di Viaggio era già tornata a Tar Valon oramai, e il sole stava calando verso l’orizzonte.
«Carovana di generi alimentari e tela» disse Berisha, esaminando il registro di Faile. «Diretta al Campo di Merrilor. Abbiamo mandato loro già sette carovane oggi. Perché un’altra? Immagino che anche ai profughi di Caemlyn queste provviste possano tornare utili.»
«Presto il Campo di Merrilor sarà il luogo di una grande battaglia» disse Faile, tenendo a bada la collera con difficoltà. Alle Aes Sedai non piaceva essere prese a male parole. «Dubito che possiamo portare lì troppe provviste.»
Berisha tirò su col naso. «Io dico che è troppo.» La donna pareva affetta da insoddisfazione cronica, come irritata per essere stata lasciata lontano dal combattimento.
«L’Amyrlin non è d’accordo con te» replicò Faile. «Un passaggio, per favore. L’ora si fa tarda.» E se vuoi parlare di sprechi, perché non considerare come mi ha fatto marciare fino a fuori dalla città e aspettare, invece di mandarmi direttamente dai terreni della Torre Bianca?
Il Consiglio della Torre voleva ci fosse un unico terreno di Viaggio per truppe numerose o movimenti di provviste per mantenere un controllo migliore su chi andava e veniva da Tar Valon. Faile non poteva biasimarli per quella precauzione, anche se a volte era frustrante.
Non di nuovo, pensò Faile con un sospiro. Be’, di solito c’erano piccoli terremoti dopo...
Una serie di spuntoni aguzzi di cristallo nero divisero il terreno lì vicino, sbucando verso l’alto di dieci o quindici piedi. Uno infilzò il cavallo di una delle Braccia Rosse, schizzando sangue in aria mentre trapassava sia l’animale che l’uomo.
«Bolla di male!» urlò Haman lì vicino.
Altri spuntoni cristallini — alcuni sottili come una lancia, altri larghi quanto una persona — squarciarono il terreno. Faile cercò freneticamente di controllare i cavalli. Quelli balzellarono di lato, facendo ruotare il carretto, quasi rovesciandolo mentre tirava le redini.
Tutt’attorno regnava la follia. Gli spuntoni balzavano su attraverso il terreno a gruppi, ciascuno affilato come un rasoio. Un carro andò in frantumi quando i cristalli distrussero il lato sinistro. Le cibarie che portava si rovesciarono sull’erba morta. Alcuni cavalli si imbizzarrirono e altri carri si capovolsero. Gli spuntoni di cristallo continuarono a sollevarsi, comparendo per tutto il campo vuoto. Delle urla si levarono dal villaggio vicino, al termine del ponte per Tar Valon.
«Passaggio!» gridò Faile, ancora cercando di domare i cavalli. «Fallo!»
Berisha balzò all’indietro mentre gli spuntoni eruttavano dal terreno sotto i suoi piedi. Pallida in volto, Faile vi diede un’occhiata e solo allora si rese conto che c’era qualcosa che si muoveva dentro quei cristalli. Pareva fumo.
Uno spuntone di cristallo attraversò il piede di Berisha. Lei cacciò un urlo, inginocchiandosi proprio mentre una linea di luce separava l’aria. Grazie alla Luce, la donna mantenne il flusso e — con quella che parve una lentezza glaciale — la linea luminosa ruotò e aprì un foro grande abbastanza per un carro.
«Attraversate il passaggio!» gridò Faile, ma la sua voce si perse nel trambusto. Dei cristalli eruppero dal suolo alla sua sinistra, gettandole terra in faccia. I cavalli danzarono, poi iniziarono a galoppare. Piuttosto che rischiare una completa mancanza di controllo, Faile li fece sterzare verso il passaggio. Appena prima che lo attraversassero, però, strattonò le redini per farli fermare di colpo.
«Il passaggio!» gridò agli altri. Di nuovo la sua voce si perse. Per fortuna le Braccia Rosse risposero alla chiamata, procedendo lungo la linea disordinata, tenendo strette le redini dei cavalli e facendo sterzare i carri verso il passaggio. Altri uomini raccolsero quelli che erano stati gettati a terra.
Haman passò al galoppo, portando Olver. Fu seguito da Sandip con Setalle Anan, aggrappata a lui da dietro. La frequenza dei cristalli aumentò. Uno spuntò vicino a Faile e, con orrore, si rese conto che i movimenti fumosi all’interno avevano una forma. Figure di uomini e donne che urlavano, come intrappolati dentro.
Si ritrasse, inorridita. Lì vicino l’ultimo carro funzionante attraversò sbatacchiando il passaggio. Presto il campo sarebbe stato completamente pieno di cristalli. Alcuni membri della Banda aiutarono i feriti a salire sui cavalli, ma due caddero mentre i cristalli spuntavano in un cumulo che si estendeva ai lati. Era tempo di andare. Aravine passò lì accanto, afferrando le redini di Faile per tirarli in salvo.
«Berisha!» disse Faile. La Aes Sedai si inginocchiò accanto all’apertura, col sudore che le colava lungo il volto pallido. Faile balzò dal sedile sul carro, afferrandola per la spalla mentre Aravine tirava il carro attraverso il passaggio.
«Muoviamoci!» disse Faile a Berisha. «Ti porto io.»
La donna traballò, poi cadde da un lato tenendosi lo stomaco. Faile si rese conto con un sussulto che del sangue colava tra le dita della donna. Berisha fissò il cielo; la sua bocca si muoveva ma non ne uscì alcun suono.
«Mia signora!» Mandevwin arrivò al galoppo. «Non m’interessa dove porta! Dobbiamo attraversare!»
«Cosa...»
Si interruppe quando Mandevwin la afferrò per la vita e la tirò su, mentre vicino esplodevano i cristalli. Mandevwin attraversò il passaggio al galoppo, reggendola.
Il passaggio si richiuse un attimo dopo.
Faile aveva il fiatone quando Mandevwin la mise a terra. Fissò il punto dove si era trovato il passaggio.
Alla fine si rese conto delle parole dell’uomo. Non m’interessa dove porta... Lui aveva visto qualcosa che Faile, in preda al panico di portare in salvo tutti quanti, non aveva notato.
Il passaggio non li aveva condotti al Campo di Merrilor.
«Dove...» mormorò Faile, unendosi agli altri, che fissavano l’orrido paesaggio. Un calore soffocante, piante coperte di macchie scure, nell’aria un odore di qualcosa di tremendo.
Erano nella Macchia.
Aviendha masticava le sue razioni, croccante avena arrotolata con miele. Aveva un buon sapore. Stare vicino a Rand voleva dire che le loro riserve di cibo avevano smesso di guastarsi.
Allungò una mano verso la fiasca d’acqua, poi esitò. Beveva molta acqua di recente. Si fermava di rado a pensare al suo valore. Aveva già dimenticato le lezioni che aveva imparato durante il ritorno alla Triplice Terra per visitare il Rhuidean?
Luce, pensò, sollevandosi la fiasca alle labbra. A chi importa? È l’Ultima Battaglia!
Si sedette sul pavimento di una grossa tenda aiel nella valle di Thakan’dar. Lì vicino, Melaine masticava le proprie razioni. La donna era ormai al termine della gravidanza dei due gemelli, il ventre rigonfio sotto l’abito e lo scialle. Proprio come a una Fanciulla era proibito combattere mentre era incinta, a Melaine era proibita qualunque attività pericolosa. Era andata a lavorare volontariamente nella postazione di Guarigione di Berelain a Mayene, ma controllava regolarmente i progressi della battaglia. Molti gai’shain vi erano arrivati tramite passaggi per aiutare come potevano, anche se tutto ciò che potevano fare era portare acqua o terra per i cumuli che Ituralde aveva ordinato di erigere per fornire ai difensori qualche genere di protezione.