Dannazione! Le serviva saidar! Non era colpa di Rand. Lui non poteva darle alcun Potere mentre guidava il circolo.
Nynaeve premette la mano contro la ferita di Alanna, sentendosi inerme. Osava urlare a Rand di lasciarla andare dal circolo? Se l’avesse fatto, Moridin si sarebbe sicuramente rivoltato contro di lei e avrebbe attaccato Alanna.
Cosa fare? Se questa donna fosse morta, Rand avrebbe perso il controllo. Quella, probabilmente, sarebbe stata la sua fine... E la fine dell’Ultima Battaglia.
Mat colpiva ripetutamente il legno con la sua ascia per affilarlo. «Vedete,» disse «non dev’essere un oggetto decorativo. Risparmiate le vostre capacità da falegname per far colpo sulla figlia del sindaco.»
Gli astanti annuirono con cupa determinazione. Erano contadini, paesani e artigiani, gente che lui aveva conosciuto nei Fiumi Gemelli. Mat ne aveva a migliaia sotto il suo comando. Non avrebbe mai sospettato che ce ne sarebbero stati così tanti. La brava gente della terra era venuta a combattere.
Mat immaginava che fossero pazzi, tutti, fino all’ultimo. Se avesse potuto scappare, si sarebbe nascosto in uno scantinato da qualche parte. Che fosse folgorato, sì che ci avrebbe provato.
Quei dadi gli sbatacchiavano nella testa, proprio come avevano fatto fin da quando Egwene gli aveva dato il controllo di tutti gli eserciti della Luce. Essere un dannato ta’veren non valeva due fagioli.
Continuò a colpire, modellando il palo per il recinto. Un tizio, un vecchio contadino con la pelle così coriacea che le spade dei Trolloc probabilmente gli sarebbero rimbalzate addosso, osservava con particolare attenzione. A Mat pareva familiare per qualche motivo.
Che siano folgorati, pensò Mat. Senza dubbio questo tipo gli rammentava qualcuno da quei vecchi ricordi che gli erano stati dati. Sì, gli pareva proprio così. Non riusciva a ricordare del tutto. Un... carretto? Un Fade?
«Andiamo, Renald» disse il tipo a uno dei suoi compagni, un altro contadino, dall’aspetto un uomo delle Marche di Confine. «Procediamo lungo la linea e vediamo se possiamo aiutare gli altri ragazzi a fare più in fretta.»
I due si avviarono mentre Mat terminava il suo palo, poi si asciugò la fronte. Allungò una mano verso un altro pezzo di legno — sarebbe stato meglio dare a questi pastori un’altra dimostrazione — quando una figura coperta da un cadin’sor corse lungo la palizzata quasi terminata.
Urien aveva capelli rosso vivo, tenuti corti tranne per la coda. Sollevò una mano verso Mat mentre passava. «Sono agitati, Matrim Cauthon» disse Urien senza fermarsi. «Credo che stiano venendo da questa parte.»
«Grazie» gli gridò dietro Mat. «Ti sono debitore.»
L’Aiel si voltò mentre correva, procedendo all’indietro per un secondo e guardando verso Mat. «Vinci questa battaglia e basta! Ho scommesso un otre di oosquai sul nostro successo.»
Mat sbuffò. L’unica cosa più fastidiosa di un Aiel stoico era uno sorridente. Scommettere? Sull’esito di questa battaglia? Che genere di scommessa era quella? Se avessero perso, nessuno sarebbe vissuto abbastanza da riscuotere...
Mat si accigliò. In effetti, era un’ottima scommessa. «Chi hai trovato che abbia accettato la scommessa?» chiamò Mat. «Urien?» Ma l’uomo era già troppo lontano per sentire.
Mat borbottò, ma passò la sua ascia a una delle persone lì vicino, una snella Tairenese. «Tienili in riga, Cynd.»
«Sì, Lord Cauthon.»
«Non sono un dannato Lord» disse Mat per abitudine mentre raccoglieva la sua ashandarei. Si allontanò, poi si girò per guardare la palizzata che veniva eretta e notò una manciata di Sorveglianti della Morte che procedevano lungo le file di persone al lavoro. Come lupi tra le pecore. Mat affrettò il passo.
Ai suoi eserciti non restava molto tempo per prepararsi. Usare passaggi aveva dato loro un vantaggio sui Trolloc, ma non erano fuggiti. Luce, non c’era via di fuga. A Mat era stato possibile scegliere il campo di battaglia, però, e Merrilor avrebbe funzionato meglio di altri.
Come scegliere l’appezzamento per la tua stessa tomba, pensò Mat. Certo, preferirei non doverlo scegliere affatto.
La palizzata era di fronte ai boschi a est del campo. Mat non aveva tempo di delimitare o recintare l’intera area con una palizzata, e farlo non avrebbe avuto comunque molto senso. Con quegli incanalatori sharani, l’Ombra avrebbe potuto devastare quelle difese come una spada attraverso la seta. Ma alcune palizzate, con in cima dei camminamenti, avrebbero dato ai suoi arcieri un punto elevato da cui bersagliare i Trolloc.
Mat aveva due fiumi con cui lavorare qui. Il fiume Mora scorreva in direzione sudovest, tra le Alture Polov e il Bozzo di Dashar. La sua sponda sudorientale era a Shienar, quella settentrionale ad Arafel. Confluiva nell’Erinin, che scorreva dritto a ovest al margine meridionale del campo.
Quei fiumi avrebbero funzionato meglio di qualunque muro, in particolare adesso che aveva le risorse per difenderli a dovere. Be’, sempre che si potesse chiamarle risorse. Metà dei suoi soldati erano nuovi come erba primaverile mentre i restanti avevano combattuto quasi fino alla morte la settimana prima. Gli uomini delle Marche di Confine avevano perso due soldati su tre... Luce, due su tre. Un esercito meno numeroso si sarebbe dissolto.
Contando tutti quelli che aveva, Mat sarebbe stato in inferiorità di quattro a uno quando quei Trolloc fossero arrivati, almeno stando ai rapporti dai Pugni del Cielo. Sarebbe stato un caos.
Mat tirò più giù il cappello, poi si grattò a lato della nuova benda che Tuon gli aveva dato. Cuoio rosso. Gli piaceva.
«Ehi voi» disse, passando accanto ad alcune delle nuove reclute della Guardia della Torre. Si stavano esercitando con bastoni da guerra: sulle estremità sarebbero andate delle punte di lancia che stavano forgiando proprio in quel momento. Pareva più probabile che quegli uomini facessero male a sé stessi che non al nemico.
Mat porse la sua ashandarei a un uomo, poi prese un bastone da guerra da un altro mentre il primo gli rivolgeva frettolosamente il saluto. Molti di questi uomini non erano abbastanza grandi da doversi radere più di una volta al mese. Se il ragazzo a cui aveva preso il bastone aveva più di quindici anni, Mat si sarebbe mangiato gli stivali. Non li avrebbe nemmeno bolliti prima!
«Non puoi rabbrividire ogni volta che il bastone colpisce qualcosa!» disse Mat. «Se chiudi gli occhi sul campo di battaglia, sei morto. Nessuno di voi ha prestato attenzione l’ultima volta?»
Mat tenne alto il bastone, mostrando loro dove reggerlo, poi li fece esercitare nelle parate, come suo padre gli aveva mostrato quando era stato tanto giovane da pensare che combattere potesse essere davvero divertente. Li fece sgobbare, colpendo ciascuna delle nuove reclute a turno, costringendo ciascuno a parare.
«Che io sia folgorato, b capirete» disse Mat a gran voce a tutti loro. «Non m’importerebbe così tanto, dato che voialtri sembrate avere il cervello di un ceppo, ma se vi fate ammazzare, le vostre madri si aspetteranno che io mandi loro la notizia. Non lo farò, badate bene. Ma potrei sentirmi un po’ in colpa tra una partita a dadi e l’altra, e odio sentirmi in colpa, perciò prestate attenzione!»
«Lord Cauthon?» disse il ragazzo che gli aveva dato il bastone.
«Non sono...» Si interruppe. «Be’, sì, che c’è?»
«Non possiamo imparare la spada?»
«Luce!» esclamò Mat. «Come ti chiami?»
«Sigmont, signore.»
«Bene, Sigmont, quanto tempo pensi che abbiamo? Forse potresti andare là fuori, parlare con i Signori del Terrore e la Progenie dell’Ombra e chiedere loro di darmi qualche mese in più, cosicché possa addestrarvi tutti quanti a dovere.»