A est, oltre il Mora, si trovavano le Alture Polov, un altopiano di quaranta piedi, con un pendio ripido a est e altri pendii più graduali dagli altri lati. Tra la base del declivio sudoccidentale e gli acquitrini c’era un corridoio largo all’incirca duecento passi, consumato da viaggiatori che usavano il guado per passare da Arafel a Shienar. Mat poteva usare queste caratteristiche a suo vantaggio. Poteva usarle tutte quante. Sarebbe stato sufficiente? Poteva sentire qualcosa che lo tirava, strattonandolo verso nord. Presto Rand avrebbe avuto bisogno di lui.
Si voltò, pronto a scattare, quando notò qualcuno avvicinarsi per la sommità del Bozzo, ma non erano i Sorveglianti della Morte. Era solo il volto coriaceo di Jur Grady.
«Sono andato a prenderti quei soldati» disse Grady, indicando. Mat poteva vedere una piccola truppa uscire da un passaggio per il terreno di Viaggio vicino alla palizzata. Un centinaio di uomini della Banda, guidati da Delarn, che sventolavano una bandiera rosso sangue. Le Braccia Rosse erano accompagnate da circa cinquecento persone in abiti lisi.
«Qual è lo scopo di questo?» chiese Grady. «Immagino che tu abbia mandato quei cento in un villaggio del Sud per reclutare, giusto?»
Quello e altro. Ti ho salvato la vita, amico, pensò Mat, cercando di distinguere Delarn nel gruppo. E poi tu ti sei offerto volontario. Dannato sciocco. Delarn si comportava come se fosse il suo destino.
«Portateli a monte del fiume» disse Mat. «Le mappe mostrano che c’è solo un buon posto per sbarrare il Mora, uno stretto canalone poche leghe a nordest di qui.»
«D’accordo» disse Grady. «Verranno coinvolti anche degli incanalatori.»
«Dovrai occuparti tu di loro» disse Mat. «Più che altro, però, voglio che lasci che quei seicento uomini e donne difendano il fiume. Non correre troppi rischi. Lascia che siano Delarn e i suoi a fare il lavoro.»
«Perdonami,» disse Grady «ma non sembra una truppa molto numerosa. Molti di loro non sono nemmeno soldati addestrati.»
«So cosa sto facendo» disse Mat. Spero.
Grady annuì con riluttanza e si allontanò.
Egwene osservò Mat con occhi curiosi.
«Non possiamo ripiegare da questo scontro» disse Mat piano. «Non ci ritiriamo. Non c’è nessun posto dove andare. Resteremo qui oppure perderemo tutto.»
«C’è sempre una via per la ritirata» disse Egwene.
«No» replicò Mat. «Non più.» Appoggiò l’ashandarei sulla spalla, protendendo l’altra mano con il palmo in avanti. Esaminò il paesaggio, ricordi che comparivano come da luce e polvere davanti a lui. Rion a Colle Hune. Naath e i San d’ma Shadar. La Caduta di Pipkin. Centinaia e centinaia di campi di battaglia, centinaia di vittorie.
Migliaia di morti.
Mat osservò frammenti di ricordi guizzare per il campo. «Hai parlato con i furieri? Siamo senza cibo, Egwene. Non possiamo vincere una guerra prolungata, combattere e ripiegare. Il nemico ci annienterà se lo facciamo. Proprio come Eyal nelle Paludi di Maighande. Per quanto spezzati, siamo al nostro massimo di forze. Se ripieghiamo, ci rassegneremo alla fame mentre i Trolloc ci distruggono.»
«Rand» disse Egwene. «Dobbiamo semplicemente resistere finché non sarà vittorioso.»
«Questo è vero, in un certo senso» disse Mat, voltandosi verso le Alture. Nella mente vedeva l’esito, le possibilità. Immaginava cavalieri sulle Alture, come ombre. Avrebbe perso se avesse cercato di tenerle, ma forse... «Se Rand dovesse perdere, non avrà importanza. La Ruota è dannatamente rotta e noi tutti diventeremo nulla, se siamo fortunati. Ebbene, non possiamo fare nient’altro al riguardo. Ma ecco la situazione. Se lui fa quello che dovrebbe fare, potremmo comunque perdere... E perderemo, se non fermiamo gli eserciti dell’Ombra.»
Mat sbatté le palpebre vedendo l’intero campo di battaglia che si estendeva davanti a lui. Scontri al guado. Frecce dalla palizzata. «Non possiamo semplicemente sconfiggerli, Egwene» disse Mat. «Non possiamo semplicemente tenere terreno e difendere. Dobbiamo distruggerli, respingerli, poi dar loro la caccia fino all’ultimo Trolloc. Non possiamo sopravvivere e basta... Dobbiamo vincere.»
«Come potremo farlo?» chiese Egwene. «Mat, quello che dici non ha senso. Ieri non parlavi di quanto saremo in inferiorità numerica?»
Mat guardò verso l’acquitrino, immaginando ombre che cercavano di trascinarsi attraverso di esso. Ombre di polvere e memoria. «Devo cambiare tutto quanto» disse. Non poteva fare quello che si aspettavano. Non poteva fare quello che le spie potevano riferire stesse pianificando. «Sangue e dannate ceneri... Un ultimo lancio di dadi. Tutto ciò che abbiamo, accumulato in un mucchio...»
Un gruppo di uomini in armatura scura giunse attraverso un passaggio sulla cima del Bozzo, col fiatone, come se avessero dovuto inseguire una damane per farsi portare lassù. Le loro corazze erano verniciate di un rosso intenso, ma questo gruppo non aveva bisogno di mostrarsi spaventoso per impaurire. Sembravano già abbastanza furiosi da strapazzare delle uova con un’occhiata.
«Tu,» disse il Sorvegliante della Morte al comando, un uomo di nome Gelen, indicando Mat «sei richiesto al...»
Mat sollevò una mano per interromperlo.
«Non me lo negherai di nuovo!» disse Gelen. «Ho ordini da...»
Mat scoccò un’occhiataccia all’uomo e quello si fermò di colpo. Mat si voltò di nuovo verso nord. Un vento freddo e in qualche modo familiare gli soffiò contro, increspandogli il lungo mantello e agitandogli il cappello. Strinse l’occhio. Rand lo stava strattonando.
I dadi gli sbatacchiavano ancora nella testa.
«Sono qui» disse Mat.
«Cos’hai detto?» chiese Egwene.
«Sono qui.»
«Gli esploratori...»
«Gli esploratori si sbagliano» disse Mat. Alzò lo sguardo e notò un paio di raken che tornavano rapidi verso l’accampamento. L’avevano visto. I Trolloc dovevano aver marciato tutta la notte.
Gli Sharani arriveranno per primi, pensò Mat, per dare un po’ di respiro ai Trolloc. Saranno giunti tramite passaggi.
«Mandate dei messaggeri» disse Mat, indicando i Sorveglianti della Morte «e fate mettere uomini e donne in postazione. E avvisate Elayne che cambierò piano di battaglia.»
«Cosa?» disse Egwene.
«Sono qui!» disse Mat, voltandosi verso i Sorveglianti. «Perché non state dannatamente correndo? Andate, andate!» Nel cielo i raken stridevano. Gelen gli rivolse il saluto, cosa che gli fece onore, poi corse — con tonfi martellanti in quell’armatura massiccia — assieme ai suoi compagni.
«Ci siamo, Egwene» disse Mat. «Prendi un respiro profondo, un’ultima sorsata di acquavite oppure una boccata del tuo ultimo pizzico di tabacco. Da’ una bella occhiata al terreno davanti a te, poiché presto sarà ricoperto di sangue. Entro un’ora saremo nel mezzo. La Luce vegli su tutti noi.»
Perrin vagava nell’oscurità. Si sentiva così stanco.
L’Assassino è ancora vivo, pensò un pezzo di lui. Graendal sta corrompendo i gran capitani. La fine è vicina. Non puoi scivolare via ora! Reggiti forte.
Reggersi forte a cosa? Cercò di aprire gli occhi, ma era esausto. Avrebbe dovuto... avrebbe dovuto uscire prima dal sogno del lupo. Si sentiva l’intero corpo intorpidito, tranne...
Tranne il fianco. Muovendo dita che sembravano mattoni, toccò il calore. Il martello. Era rovente. Quel calore parve muoversi su per le dita e Perrin prese un respiro profondo.
Doveva svegliarsi. Aleggiava ai margini della consapevolezza, come quando era vicino al sonno ma ancora parzialmente cosciente. In quello stato, si sentiva come se fosse di fronte a un bivio. Un sentiero conduceva più in profondità nel buio. E un altro conduceva... Non poteva vederlo, ma sapeva cosa significava... Significava svegliarsi.