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Urlò ordini, approntando la picca mettendosi vicino alla sommità del pendio, con l’estremità inferiore del manico sollevata. Una mano stringeva l’impugnatura di fronte a lui per guidare e rafforzare l’affondo; l’altra mano, col palmo all’ingiù, stretta a un braccio di distanza dall’estremità, avrebbe portato a termine l’affondo quando i Trolloc fossero arrivati entro la sua portata. Diverse file di picchieri dietro Uno erano pronte ad avanzare seguendo l’impatto iniziale.

«Saldi con le picche, folgorati pastori!» tuonò Uno. «Saldi!»

I Trolloc si precipitarono su per la collina, schiantandosi contro la fila di picche. Le bestie nell’avanguardia cercarono di sbattere via le picche con le loro armi, ma gli uomini di Uno vennero avanti e li impalarono, spesso due picche per ogni bestia. Uno grugnì, rimettendo in linea la picca per trapassare un Trolloc alla gola.

«Prima fila, indietro!» gridò Uno, strattonando via la propria picca per liberarla dal Trolloc che aveva ucciso. I compagni fecero lo stesso, tirando via le armi e lasciando che i cadaveri rotolassero giù per il pendio.

I picchieri nella prima fila indietreggiarono mentre quelli nella seconda venivano avanti tra loro, conficcando le picche in Trolloc ringhianti. Ciascuna fila fece a turno sul davanti in successione finché, pochi minuti dopo, l’intero gruppo di Trolloc fu ucciso. «Buon lavoro» disse Uno, sollevando la picca in posizione eretta, con uno sgocciolio di sangue trolloc che colava giù per il manico dalla punta. «Buon lavoro.»

Lanciò un’occhiata verso i dragonieri, che stavano riempiendo quei tubi con altre uova. Si affrettò a tirar fuori la cera dalla tasca. Sì, potevano tenere questa folgorata posizione. Potevano tenerla bene. Avevano solo bisogno di…

Un urlo dall’alto lo fece fermare mentre si metteva la cera nelle orecchie. Qualcosa atterrò con un tonfo sul terreno accanto a Uno. Una palla di piombo con dei pennacchi cadde dall’alto. «Folgorata capra seanchan!» gridò Uno, alzando lo sguardo e scuotendo il pugno. «Mi ha quasi preso sulla zucca, mangiavermi marci.»

Il raken volò via, probabilmente senza che il suo cavaliere sentisse una parola di quello che Uno aveva urlato. Dannati Seanchan. Si chinò, togliendo la lettera dalla palla.

Ritiratevi giù per il pendio sudovest delle Alture.

«Mi stai dannatamente prendendo a calci» borbottò Uno. «Prendendo a calci in testa mentre dormo. Allin, dannato idiota, puoi leggere questo?»

Allin, un Andorano dai capelli scuri, portava una mezza barba rasata ai lati. Uno aveva sempre pensato che fosse maledettamente ridicolo.

«Ritirarci?» disse Allin. «Ora?»

«Hanno dannatamente perso la testa» disse Uno.

Lì vicino, Talmanes e la donna tarabonese stavano ricevendo un messaggero… E, a giudicare dal ripiglio della Tarabonese, stava riferendo gli stessi ordini. Ritirata.

«Sarà dannatamente meglio che Cauthon sappia cosa sta facendo» disse Uno, scuotendo la testa. Ancora non capiva perché qualcuno aveva messo Cauthon al comando di qualcosa. Si ricordava di quel ragazzo, che apostrofava sempre la gente, gli occhi infossati nella testa. Mezzo morto e mezzo viziato. Uno scosse il capo.

Ma l’avrebbe fatto. Si era votato alla dannata Torre Bianca. Perdo l’avrebbe fatto. «Trasmetti l’ordine» disse ad Allin, ficcandosi la cera nelle orecchie mentre Aludra, ai Draghi, preparava un’altra salva prima di andare. «Ci ritiriamo dalle dannate Alture e…»

Un suono fragoroso colpì Uno fisicamente, riverberando attraverso di lui, dannatamente vicino a fermare il suo cuore. La sua testa colpì il terreno prima che si rendesse conto di essere caduto.

Sbatte le palpebre per scacciare la polvere dagli occhi, gemendo e rotolando mentre un altro lampo, poi un altro ancora, colpiva le Alture dove si trovavano i Draghi. Fulmini! I soldati erano in ginocchio, gli occhi chiusi, le mani sopra le orecchie. Talmanes era già in piedi, però, a urlare ordini che Uno riusciva a malapena a sentire, facendo cenno ai suoi uomini di ripiegare.

Una dozzina di palle di fuoco, enormi e incredibilmente veloci, si levarono dall’esercito sharano dietro i Trolloc. Uno imprecò e si gettò in una depressione in cerca di riparo, rotolandovi solo pochi momenti prima che l’intera collina tremasse per un terremoto. Zolle di terra caddero sopra di lui, quasi seppellendolo.

Tutto stava crollando loro addosso. Tutto quanto. Ogni dannato incanalatore sharano nell’esercito pareva concentrato sulle Alture. I suoi avevano Aes Sedai messe a protezione dei Draghi, ma da come sembrava che andassero le cose dovevano essere in difficoltà a controbattere a quello! L’attacco durò per quella che parve un’eternità. Quando si placò, Uno strisciò fuori. Alcuni dei folgorati Draghi erano in pezzi e Aludra stava lavorando con i dragonieri per recuperarli e proteggere il resto. Talmanes, tenendosi una mano insanguinata alla testa, stava urlando. Uno si strappò via la cera da un orecchio — quello probabilmente gli aveva salvato l’udito — e si precipitò verso Talmanes.

«Dove sono le vostre dannate Aes Sedai?» gridò Uno. «Dovrebbero dannatamente fermare questo!»

Ne avevano quattro dozzine, a cui era stato ordinato di recidere i flussi in volo o deviarli per proteggere i Draghi. Avevano affermato di essere in grado di tenere le Alture al sicuro da qualunque cosa eccetto l’arrivo del Tenebroso. Adesso erano in preda alla confusione, dopo che i fulmini erano caduti in mezzo a loro.

Trolloc stavano avanzando di nuovo su per la collina. Uno ordinò ad Allin di formare un muro di picche e tenere indietro le creature, poi corse verso le Aes Sedai con alcune guardie. Si unì ai Custodi, aiutando le donne ad alzarsi e cercando quella che le capeggiava.

«Kwamesa Sedai?» chiese Uno, trovando la Aes Sedai al comando, che si stava ripulendo dalla polvere. La snella Arafelliana dalla carnagione scura stava borbottando sottovoce.

«Cos’era quello?» domandò.

«Uh…» disse Uno.

«Quella domanda non era per te» disse lei, esaminando il cielo. «Einar! Perché non hai notato quei flussi?»

Un Asha’man si precipitò da lei. «Sono giunti troppo rapidamente. Ci sono arrivati addosso prima che avessi il tempo di dare l’allarme. E… Luce! Chiunque li abbia mandati era forte. Più forte di quanto abbia mai visto, più forte di…»

Una linea di luce divise l’aria dietro di loro. Era enorme, lunga quanto la fortezza di Fal Dara. Ruotò su sé stessa, aprendo un vasto passaggio che divise il terreno al centro delle Alture. In piedi dall’altro lato c’era un uomo in un’armatura brillante fatta di anelli d’argento simili a monete, la testa senza elmo con una chioma scura e un naso forte. Teneva davanti a sé uno scettro d’oro, con la sommità a forma di clessidra o di un elegante calice.

Kwamesa reagì immediatamente, sollevando la mano e lasciando andare un flusso di Fuoco. L’uomo agitò la mano e il flusso di Fuoco venne deviato; poi indicò — quasi con indifferenza — e qualcosa di sottile, caldo e bianco lo collegò a Kwamesa. La forma della donna brillò e poi scomparve, con dei corpuscoli che cadevano lenti verso terra.

Uno balzò via ed Einar si unì a lui mentre rotolava dietro i resti di un Drago rotto.

«Vengo per il Drago Rinato!» annunciò la figura vestita d’argento. «Lo farete venire qui. Altrimenti farò in modo che siano le vostre urla a portarcelo.»

La terra sotto i Draghi si sollevò in aria solo a pochi piedi da Uno, che gettò in alto le braccia davanti al volto quando pezzi di legno e terra volarono contro di lui.

«La Luce ci aiuti» disse Einar. «Sto cercando di fermarlo, ma è in un circolo. Un circolo completo. Settantadue. Non ho mai visto un tale potere prima d’ora! Io…»

Una barra di luce incandescente attraversò il Drago rotto, vaporizzandolo e colpendo Einar. L’uomo scomparve in un istante e Uno si precipitò indietro imprecando. Si tuffò lontano mentre i resti del Drago crollavano per terra attorno a lui.