Theodrin fu la prima ad attraversarlo barcollando. La snella Domanese strattonò dietro di sé un arrancante Jonneth. Seguì Emarin, zoppicando e con un braccio che gli pendeva inutile al fianco.
Androl osservò il passaggio, sbalordito. «Pensavo che non si potesse incanalare se qualcun altro era al comando di un circolo di cui si fa parte.»
«Non si può» disse lei. «L’ho fatto per caso.»
«Per caso? Ma…»
«Attraversa il passaggio, testone» disse Pevara, spintonandolo. Lei lo seguì, poi crollò a terra dall’altro lato.
«Damodred, mi occorre che tu resti dove sei» disse Mat. Non alzò lo sguardo, ma sentì il cavallo di Galad sbuffare attraverso il passaggio aperto.
«Verrebbe da interrogarsi sulla tua sanità mentale, Cauthon» replicò Galad.
Mat alzò finalmente lo sguardo dalle mappe. Non era certo che si sarebbe mai abituato a questi passaggi. Si trovava nel loro edificio di comando, quello che Tuon aveva fatto erigere nella fenditura ai piedi del Bozzo di Dashar, e c’era un passaggio nella parete. Dall’altro lato, Galad era in sella al suo cavallo con indosso il bianco e oro dei Figli della Luce.
Era ancora vicino alle rovine, dove un’armata di Trolloc stava cercando di farsi strada dall’altra sponda del Mora.
Galad Damodred era un uomo a cui sarebbe tornato utile qualche bel cicchetto. Era simile a una statua, con quel volto cesellato e l’espressione immutabile. No, le statue avevano più vita.
«Farai come ti viene detto» disse Mat, tornando a guardare le mappe. «Devi tenere il fiume lassù e fare come ti ordina Tam. Non m’importa se pensi che il tuo ruolo non sia abbastanza importante.»
«Molto bene» disse Galad, la voce fredda come un cadavere nella neve. Fece voltare il cavallo e Mika la damane chiuse il passaggio.
«Là fuori è un bagno di sangue, Mat» disse Elayne. Luce, la sua voce era più fredda di quella di Galad!
«Voi tutti mi avete dato questa responsabilità. Lasciatemi fare il mio lavoro.»
«Ti abbiamo reso comandante delle armate» disse Elayne. «Non sei tu il responsabile.»
Cavillava su ogni minima parola, come ci si poteva aspettare da una Aes Sedai… Mat alzò lo sguardo, la fronte corrucciata. Min aveva appena detto qualcosa piano a Tuon. «Cosa c’è?» chiese lui.
«Ho visto il suo corpo da solo, su un campo,» disse Min «come morto.»
«Matrim» disse Tuon. «Sono… preoccupata.»
«Per una volta siamo d’accordo» disse Elayne dal trono. «Mat, il loro generale ti sta surclassando.»
«Non è così dannatamente semplice» disse Mat, le dita sulle mappe. «Non è mai così dannatamente semplice.»
L’uomo che comandava l’Ombra era bravo. Molto bravo.
È Demandred, pensò Mat. Sto combattendo uno dei dannati Reietti.
Assieme, Mat e Demandred stavano componendo un grande dipinto. Ciascuno reagiva alle mosse dell’altro con cura sottile. Mat stava cercando di usare un po’ troppo rosso tra i suoi colori. Voleva dipingere il quadro sbagliato, ma era comunque qualcosa di ragionevole.
Era difficile. Doveva essere abbastanza capace da tenere a bada Demandred, ma abbastanza debole da invitarlo all’aggressione. Una finta, molto sottile. Era pericoloso, potenzialmente disastroso. Doveva camminare sul filo di un rasoio. Non c’era modo di evitare di tagliarsi i piedi. La domanda non era se avrebbe perso sangue, ma se avrebbe raggiunto l’altro lato o no.
«Fate venire gli Ogier» disse Mat piano, le dita sulla mappa. «Li voglio a rinforzare gli uomini al guado.» Lì combattevano gli Aiel, sorvegliando la strada mentre gli uomini della Torre Bianca e i membri della Banda della Mano Rossa si ritiravano dalle Alture come da suo ordine.
L’ordine venne riferito agli Ogier. Riguardati, Loial, pensò Mat, prendendo un appunto sulla mappa di dove aveva mandato gli Ogier. «Avvertite Lan che è ancora sul lato occidentale delle Alture. Voglio che faccia il giro attorno, adesso che molte delle forze dell’Ombra sono in cima, e si diriga di nuovo verso il Mora, dietro l’altra armata di Trolloc che sta cercando di passare vicino alle rovine. Non deve attaccarli; deve solo stare fuori vista e tenere la posizione.» messaggeri corsero a riferire gli ordini e lui prese un altro appunto. Una dei so’jhin, quella graziosa con le lentiggini, gli portò del kaf. Mat era troppo assorto dalla battaglia per sorriderle.
Sorseggiando il suo kaf, Mat ordinò alla damane di creargli un passaggio sul tavolo affinché potesse vedere il campo di battaglia vero e proprio. Si sporse sopra di esso, ma tenne una mano sul bordo del tavolo. Solo un dannato sciocco avrebbe permesso che qualcuno lo spintonasse attraverso un buco a duecento piedi da terra.
Posò il kaf su un tavolino laterale e tirò fuori il cannocchiale.
Trolloc stavano scendendo dalle Alture, diretti verso gli acquitrini. Sì, Demandred era abile. Le enormi bestie che aveva mandato verso gli acquitrini erano lente, ma grosse e poderose, come una slavina. Inoltre un gruppo di Sharani a cavallo stava per galoppare giù dalle Alture. Cavalleria leggera. Avrebbero colpito le truppe di Mat a difesa del Guado Hawal, impedendo loro di attaccare il fianco sinistro dei Trolloc.
Una battaglia era un duello su larga scala. Per ogni mossa, c’era una contromossa; spesso tre o quattro. Rispondevi muovendo una squadra qui, una squadra lì, cercando di controbattere a quello che il nemico faceva mettendogli pressione in punti dove era sguarnito. Avanti e indietro, avanti e indietro. Mat era in inferiorità numerica, ma poteva essere un vantaggio.
«Riferisci a Talmanes quanto segue» disse Mat, l’occhio ancora sul cannocchiale. «‘Ricordi quando hai scommesso che non sarei riuscito a tirare una moneta in una tazza dall’altra parte dell’intera locanda?’»
«Sì, o Insigne» disse il messaggero seanchan.
Mat aveva risposto alla scommessa dicendo che ci avrebbe provato quando fosse stato più ubriaco, altrimenti non ci sarebbe stato alcun divertimento. Poi Mat aveva finto di ubriacarsi e aveva provocato Talmanes ad alzare la posta da argento a oro.
Talmanes l’aveva capito e aveva insistito che bevesse per davvero. Gli devo ancora alcuni marchi per quello, vero?, pensò Mat distrattamente.
Puntò il cannocchiale verso la parte settentrionale delle Alture. Una truppa di cavalleria pesante sharana si era radunata per scendere lungo il pendio; poteva distinguere le lunghe lance dalla punta d’acciaio.
Si stavano preparando a una carica per intercettare gli uomini di Lan mentre facevano il giro attorno al lato nord delle Alture. Ma l’ordine non aveva ancora raggiunto Lan.
Questo confermò i sospetti di Mat: Demandred non solo aveva spie nell’accampamento, ma ne aveva una dentro o vicino alla tenda di comando. Qualcuno che poteva inviare messaggi non appena Mat dava ordini. Quello probabilmente voleva dire un incanalatore, qui, all’interno della tenda, che stava camuffando la propria capacità.
Dannate ceneri, pensò Mat. Come se tutto non fosse già abbastanza difficile.
Il messaggero mandato da Talmanes tornò. «O Insigne,» disse, prostrandosi con il naso contro il pavimento «il tuo uomo dice che le sue forze sono completamente in pezzi. Desidera eseguire il tuo ordine, ma dice che i Draghi non saranno disponibili per il resto della giornata. Occorreranno settimane per ripararli. Sono… Mi dispiace, o Insigne, ma queste sono state le sue parole precise. Sono peggio di una cameriera di Sabinel. Non so cosa significhi.»
«Lì le cameriere lavorano per le mance,» disse Mat con un grugnito «ma la gente di Sabinel non dà mance.»
Naturalmente era una menzogna. Sabinel era una cittadina dove Mat aveva cercato di convincere Talmanes ad aiutarlo a conquistare un paio di cameriere. Talmanes aveva suggerito che Mat simulasse una ferita di guerra per ottenere solidarietà.