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Rand cadde in ginocchio. Era una proiezione di lui stesso a farlo, ma a lui parve reale.

Passò un’eternità.

Rand lo sopportò. La pressione schiacciante, il rumore di distruzione. Lo subì in ginocchio, le dita contratte come artigli, il sudore che gli colava dalla fronte. Lo tollerò e alzò lo sguardo.

«Questo è tutto ciò che hai?» ringhiò Rand.

Io vincerò.

«Tu mi hai reso forte» disse Rand, la voce esausta. «Ogni volta che tu o i tuoi servi avete cercato di distruggermi, il vostro fallimento era come il martello del fabbro contro il metallo. Questo tentativo…» Rand prese un respiro profondo. «Questo tuo tentativo non è nulla. Io non mi spezzerò.»

Ti sbagli. Non è un tentativo di distruggerti. Sono preparativi.

«Per cosa?»

Per mostrarti la verità.

Frammenti del Disegno… fili… si tessero all’improvviso davanti a Rand, separandosi dal corpo principale di luce come centinaia di minuscoli ruscelli fluenti. Rand sapeva che non era davvero il Disegno, non più di quanto ciò che vedeva di sé stesso fosse realmente il suo corpo. Per interpretare qualcosa di così vasto come il tessuto della creazione, la sua mente aveva bisogno di qualche tipo di rappresentazione. Era questo che sceglieva la sua consapevolezza. I fili si tessero in modo simile a come facevano in un flusso dell’Unico Potere, solo che ce n’erano migliaia e migliaia, e i colori erano più vari, più accesi. Ciascuno era dritto, come un laccio teso. O un fascio di luce.

Si unirono come il prodotto di un telaio, creando una visione attorno a lui. Un terreno dal suolo viscido, piante punteggiate di nero, alberi con rami pendenti come braccia prive di forza.

Divenne un luogo. Una realtà. Rand si spinse in piedi e poté percepire il terreno. Riusciva a sentire odore di fumo nell’aria. Poteva udire… gemiti di disperazione. Rand si voltò e scoprì di essere su un pendio quasi completamente arido sopra una città scura con mura di pietra nera. E all’interno erano accalcati edifici, tozzi e smorti, come casematte.

«Questo cos’è?» sussurrò Rand. Cera qualcosa in quel luogo che gli sembrava familiare. Alzò lo sguardo, ma non riuscì a vedere il sole a causa delle nuvole che dominavano il cielo.

È ciò che sarà.

Rand saggiò l’Unico Potere, ma si ritrasse dalla repulsione. La corruzione era tornata, ma era peggio… molto peggio. Dove un tempo era stata una pellicola scura sulla luce fusa di saidin, adesso era una melma così densa che non riusciva a penetrarla. Avrebbe dovuto assorbire l’oscurità, avvilupparsi dentro di essa, per cercare l’Unico Potere al di sotto… Sempre che fosse ancora lì. Il solo pensiero gli fece montare la bile in gola e dovette lottare per impedire al suo stomaco di svuotarsi.

Fu attratto verso quella fortezza nelle vicinanze. Perché gli sembrava di conoscere questo posto? Era nella Macchia: era chiaro dalle piante. Come se non bastasse, poteva fiutare la decomposizione nell’aria. Il calore era come quello di un acquitrino in estate: afoso, opprimente malgrado le nuvole.

Procedette lungo il basso pendio e notò alcune figure che lavoravano nelle vicinanze. Uomini che colpivano alberi con delle scuri. Ce n’erano forse una dozzina. Mentre Rand si avvicinava, lanciò un’occhiata di lato e vide il nulla che era il Tenebroso in lontananza, che consumava parte del paesaggio come una fossa all’orizzonte. Un monito che ciò che Rand stava vedendo non era reale?

Superò ceppi di alberi tagliati. Gli uomini stavano raccogliendo legna da ardere. Il tock tock delle scuri e le posture degli uomini non avevano nulla della forza decisa che Rand associava ai boscaioli. I colpi erano indolenti, gli uomini lavoravano con spalle ingobbite.

L’uomo sulla sinistra… Quando Rand si avvicinò, lo riconobbe, malgrado la postura piegata e la pelle rugosa. Luce. Tam doveva avere almeno settantanni, forse ottanta. Perché stava lì fuori a lavorare duramente?

È una visione, pensò Rand. Un incubo. Una creazione del Tenebroso. Non è reale.

Eppure, mentre si trovava lì dentro, Rand trovò difficile non reagire come se fosse reale. E lo era, in un certo senso. Il Tenebroso usava fili in ombra del Disegno — le possibilità che si increspavano dalla creazione come cerchi da un ciottolo lanciato in uno stagno — per creare questo.

«Padre?» chiese Rand.

Tam si voltò, ma i suoi occhi non si misero a fuoco su Rand.

Rand prese Tam per la spalla. «Padre!»

Tam rimase lì apatico per un momento, poi tornò al suo lavoro, sollevando la scure. Lì accanto, Dannil e lori colpivano un ceppo. Anche loro erano invecchiati e adesso erano uomini di mezz’età. Dannil pareva soffrire di qualche malattia terribile, il volto pallido e la pelle spaccata da qualche tipo di piaga.

La scure di Jori si conficcò in profondità nel terreno aspro e dal suolo filtrò una fiumana nera: insetti che erano nascosti alla base del ceppo. La lama aveva perforato il loro covo.

Gli insetti sciamarono fuori e zampettarono su per il manico, ricoprendo Jori. Lui urlò, colpendoli ripetutamente, ma la sua bocca aperta permise a quegli esseri di arrampicarsi dentro. Rand aveva sentito parlare di una cosa del genere: uno sciame di morte, uno dei molti pericoli della Macchia. Sollevò una mano verso Jori, ma l’uomo si accasciò da un lato, morto, con la stessa rapidità di un respiro.

Tam urlò dal terrore e scappò via di corsa. Rand ruotò quando suo padre andò a finire in una macchia di cespugli lì vicino, cercando di sfuggire allo sciame di morte. Qualcosa balzò da un ramo, rapido come uno schiocco di frusta, e si avvolse attorno al collo di Tam, facendolo fermare con uno strattone.

«No!» disse Rand. Non era reale. Non riusciva comunque a guardare suo padre morire. Afferrò la Fonte, facendosi strada a forza attraverso l’oscurità malsana della corruzione. Parve soffocarlo, e Rand trascorse un tempo straziante a cercare di trovare saidin. Quando riuscì ad afferrarlo, ne venne fuori solo un rivoletto.

Intessé comunque, ruggendo e mandando un nastro di fiamma per uccidere il viticcio che aveva afferrato suo padre.

Tam cadde da quella stretta mentre i rampicanti avvizzivano e morivano.

Tam non si mosse. I suoi occhi erano fissi verso l’alto, morti.

«No!» Rand si rivolse verso lo sciame di morte. Lo distrusse con un flusso di Fuoco. Erano passati solo pochi secondi, ma di Jori rimanevano soltanto le ossa.

Gli insetti scoppiettarono quando li bruciò.

«Un incanalatore» mormorò Dannil, rannicchiandosi lì vicino, guardando Rand con occhi sgranati. Altri tra i boscaioli erano fuggiti tra la vegetazione. Rand udì diverse urla.

Non riuscì a trattenersi dal vomitare. La corruzione… era così terribile, così putrida. Non riusciva a trattenere la Fonte più a lungo di così.

«Vieni» disse Dannil, prendendo Rand per il braccio. «Vieni, ho bisogno di te!»

«Dannil» gracidò Rand, alzandosi in piedi. «Non mi riconosci?»

«Vieni» ripeté Dannil, trascinando Rand verso la fortezza.

«Sono Rand. Rand, Dannil. Il Drago Rinato.»

Negli occhi di Dannil non brillò alcuna comprensione.

«Cosa ti ha fatto?» sussurrò Rand.

Non ti conoscono, avversario. Li ho ricreati. Tutte le cose sono mie. Non sapranno cosa hanno perduto. Non conosceranno nulla tranne me.

«Io ti rifiuto» mormorò Rand. «Ti rifiuto.»

Rifiutare il sole non lo fa tramontare. Rifiutare me non impedisce la mia vittoria.

«Vieni» disse Dannil, trascinando Rand. «Ti prego. Devi salvarmi!»

«Metti fine a questo» disse Rand.

Mettervi fine? Non esiste nessuna fine, avversario. È e basta. Io l’ho creato.

«Tu lo immagini.»

«Per favore» disse Dannil.

Rand si lasciò trascinare verso la fortezza oscura. «Cosa ci facevi là fuori, Dannil?» domandò Rand. «Perché raccogliere legna nella Macchia stessa? Non è sicuro.»