«Cos’altro dovrei fare?»
«Diventare la spada tu stesso» disse Demandred, come perplesso che Gawyn non capisse.
Gawyn ringhiò e attaccò di nuovo, menando fendenti contro Demandred. Gawyn era ancora più veloce. Demandred non attaccava: era sulla difensiva, allora, anche se non si ritirava. Se ne stava semplicemente lì, deviando ogni colpo.
Demandred chiuse gli occhi. Gawyn sorrise, poi affondò un ‘ultimo colpo della lancia nera’.
La spada di Demandred divenne indistinta.
Qualcosa colpì Gawyn. Annaspò, fermandosi di colpo. Ondeggiò e cadde in ginocchio, guardando giù verso un buco che aveva in pancia. Demandred gli aveva trapassato la cotta di maglia, poi aveva estratto la spada in un unico movimento fluido.
Perché non… perché non riesco a sentire nulla?
«Se sopravvivi e vedi Lews Therin,» disse Demandred «riferiscigli che non vedo l’ora di un duello tra noi due, spada contro spada. Sono migliorato dal nostro ultimo incontro.»
Demandred sferzò la spada attorno, afferrando la parte posteriore della lama nell’incavo tra pollice e indice. Fece scorrere la lama, togliendo il sangue dall’acciaio e schizzandolo a terra.
Fece scivolare l’arma nel fodero. Scosse il capo, poi scagliò una palla di fuoco verso un Drago che stava ancora sparando.
Quello tacque. Demandred si allontanò a grandi passi lungo il bordo del ripido pendio che si affacciava sul fiume mentre la sua scorta sharana si metteva in formazione attorno a lui. Gawyn crollò a terra, stordito, mentre la sua vita sgorgava a fiotti sull’erba bruciata. Cercò di trattenere il sangue fra dita tremolanti.
In qualche modo riuscì a spingersi sulle ginocchia. Il suo cuore lanciò un urlo: aveva bisogno di tornare da Egwene. Iniziò a strisciare, il sangue che si mischiava con la terra sotto di lui mentre trasudava dalla ferita. Attraverso occhi offuscati da sudore freddo, notò diversi destrieri di cavalleria venti passi più avanti, che ficcavano il muso tra ciuffi anneriti d’erba, legati a una linea di picchetti. Dopo diversi minuti di sforzi, un intervallo impossibile di tempo che lo lasciò prosciugato, si tirò su in sella al primo cavallo che riuscì a raggiungere e a liberare dalla cavezza. Gawyn, frastornato, vi si chinò sopra, afferrando la criniera con una mano. Facendo appello alla forza che gli rimaneva, diede di talloni nella cassa toracica dell’animale.
«Mia signora,» disse Mandevwin a Faile «conosco quei due da anni! Non sono privi di macchie nel loro passato. Nessun uomo arriva dalla Banda senza averne qualcuna. Ma, lo voglia la Luce, non sono Amici delle Tenebre!»
Faile mangiava le sue razioni di mezzodì in silenzio, ascoltando le proteste di Mandevwin con tutta la pazienza che riusciva a radunare. Desiderò che Perrin fosse lì per poterci fare una bella litigata. Si sentiva sul punto di scoppiare dalla pressione.
Erano vicini a Thakan’dar, terribilmente vicini. Il cielo nero rombava di fulmini ed erano giorni che non vedevano una creatura vivente, pericolosa o no. Né avevano rivisto Vanin o Haman, anche se Faile predisponeva una guardia raddoppiata ogni notte. Gli sgherri del Tenebroso non si arrendevano.
Ora portava il Corno in una grossa borsa legata in vita. Gli altri lo sapevano e passavano dall’orgoglio per il loro compito al terrore per la sua importanza. Almeno adesso Faile condivideva tutto questo con loro.
«Mia signora» disse Mandevwin, inginocchiandosi. «Vanin è là fuori da qualche parte, vicino. È un esploratore molto dotato, il migliore nella Banda. Non lo vedremo a meno che lui non voglia, ma giurerei che ci sta seguendo. Dove altro andrebbe? Forse se lo chiamassi e lo invitassi a raccontare la sua storia, potremmo risolvere tutto questo.»
«Ci penserò, Mandevwin» disse Faile.
Lui annuì. L’uomo con un occhio solo era un buon comandante, ma aveva l’immaginazione di un mattone. Gli uomini semplici supponevano che gli altri avessero motivazioni semplici, e non riusciva a immaginare che qualcuno come Vanin o Haman fosse stato nella Banda per così tanto tempo — senza dubbio con ordini di evitare sospetti — solo per fare qualcosa di così terribile adesso.
Almeno ora lei sapeva di non essersi preoccupata senza motivo. Quell’espressione di puro terrore negli occhi di Vanin quando era stato colto sul fatto era stata una conferma sufficiente, se non lo era stata trovarlo con il Corno tra le mani. Lei non si era aspettata due Amici delle Tenebre, e quelli, nel loro furto, erano stati più astuti di lei. Comunque, avevano anche sottovalutato i pericoli della Macchia. Faile odiava pensare a cosa sarebbe successo se non avessero attirato l’attenzione della creatura-orso. Lei sarebbe rimasta nella sua tenda, aspettando l’arrivo di ladri che erano già scomparsi con uno dei più potenti artefatti al mondo.
Il cielo rimbombò. L’oscura Shayol Ghul incombeva più avanti, elevandosi sulla valle di Thakan’dar da una catena di montagne più piccole. L’aria era diventata fredda, quasi invernale. Raggiungere quel picco sarebbe stato difficile… ma in un modo o nell’altro avrebbe portato questo Corno alle forze della Luce per l’Ultima Battaglia. Faile posò le dita sul sacco al suo fianco, tastando il metallo all’interno.
Lì vicino, Olver zampettava per le rocce grigie senza vita delle Terre Inaridite, portando il coltello alla cintura come una spada. Forse Faile non avrebbe dovuto portarlo. D’altra parte, i ragazzi della sua età nelle Marche di Confine imparavano a portare messaggi e provviste a forti assediati. Non sarebbero usciti con una squadra di guerra né avrebbero ricevuto un’assegnazione finché non avessero avuto almeno dodici anni, ma il loro addestramento cominciava molto prima.
«Mia signora?»
Faile guardò verso Selande e Arrela mentre si avvicinavano. Faile aveva messo Selande al comando degli esploratori, ora che Vanin si era rivelato. La piccola donna pallida assomigliava a una Aiel meno di molti altri dei Cha Faile. Ma l’atteggiamento aiutava.
«Sì?»
«Movimento, mia signora» disse Selande piano.
«Cosa?» Faile si alzò in piedi. «Che genere di movimento?»
«Una specie di carovana.»
«Nelle Terre Inaridite?» chiese Faile. «Fatemi vedere.»
Non era una semplice carovana. C’era un villaggio là fuori. Faile riusciva a distinguerlo attraverso il cannocchiale, anche solo come una macchia di oscurità a indicare gli edifici. Era situato sulle colline pedemontane vicino a Thakan’dar. Un villaggio. Luce!
Faile abbassò il cannocchiale fino al punto in cui una carovana procedeva lenta per il paesaggio tetro, diretta verso una stazione di rifornimento posizionata a una certa distanza fuori dal villaggio.
«Stanno facendo quello che abbiamo fatto noi» sussurrò lei.
«Di che si tratta, mia signora?» Arrela si stese prona accanto a Faile. Mandevwin era dall’altro lato e scrutava attraverso il cannocchiale.
«È una stazione di rifornimento centrale» spiegò Faile, guardando sopra le pile di scatole e i fasci di frecce. «La Progenie dell’Ombra non può muoversi attraverso i passaggi, ma le loro provviste sì. Non hanno avuto bisogno di portare frecce e armi come parte dell’invasione. Invece le scorte vengono raccolte qui, poi mandate ai campi di battaglia all’occorrenza.»
In effetti, più in basso un nastro di luce annunciò l’apertura di un passaggio. Un grosso convoglio di uomini dall’aspetto sporco arrancò attraverso di esso con zaini sulla schiena, seguiti da dozzine di altri che tiravano piccoli carretti.
«Ovunque stiano andando quelle provviste,» disse Faile lentamente «vicino ci saranno degli scontri. Quei carretti portano frecce ma non cibo, dato che i Trolloc trascinano via i cadaveri per banchettare ogni notte.»
«Perciò se potessimo sgattaiolare attraverso uno di quei passaggi…» disse Mandevwin.
Arrela sbuffò, come se quella conversazione fosse uno scherzo. Guardò Faile e il sorriso abbandonò le sue labbra. «Dite sul serio. Tutti e due.»