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Virtualmente, l’Elettra di Euripide è al polo opposto rispetto alla concezione di Eschilo; benché egli si serva della stessa trama, la elabora e la modifica per arrivare a un tessuto enormemente più ricco. Elettra e Oreste spiccano in grande rilievo nell’opera di Euripide: Elettra una donna quasi pazza, bandita dalla corte, sposata a un contadino, che chiede insistentemente vendetta; Oreste un pusillanime, che a Micene si insinua da dietro le spalle, che vigliaccamente pugnala Egisto a tradimento, che attira Clitennestra al suo destino con un’astuzia. Euripide è interessato alla credibilità del dramma, mentre Eschilo non lo era affatto. Dopo la celebre parodia della scena del riconoscimento in Eschilo, Oreste si fa riconoscere da Elettra non da un ricciolo dei suoi capelli o dalle dimensioni dei suoi piedi, ma invece da…

Dio mio! Che merda! Merda merda merda. È noioso da morire. Non è un buon lavoro, proprio per niente. Potrebbe Yahya Lumumba aver scritto qualcuna di queste cagate? Falso dalla prima parola. Perché dovrebbe, Yahya Lumumba, smerdarsi con la tragedia greca? Perché dovrei farlo io? Ma chi è Ecuba per lui o lui per Ecuba, perché debba piangere per lei? Lo strapperò e ricomincerò di nuovo. Lo scriverò in slang, uomo. Gli imprimerò un serrato ritmo negro. Dio mi aiuti a pensare negro. Ma è impossibile. È impossibile. È impossibile. Cristo, avrei voglia di rinunciarci. Credo che mi stia venendo un febbrone da cavallo. Un momento. Un po’ di paglia mi servirebbe non poco. Sì. Andiamo su di giri e ritentiamo. Un po’ di boccacce. Mettici un po’ d’anima, vecchio mio. Cretino d’uri bianco ebreo bastardo, mettici dentro un po’ d’anima, mi senti? Okay, andiamo. C’era quella bestia di Agamennone, era un fregnone molto importante, pensa, era l’Uomo, eppure restò fregato lo stesso. La sua vecchia, Clitennestra, se la faceva con quel fottuto coglione di Egisto e un giorno lei dice, Baby, accoppiamo il vecchio Aggie, tu e io, e allora farai tu il re — vuoi fare il re? — lo farai, e poi ce la spassiamo. Aggie è lontano per assistere ai giochi, però torna a casa per un po’ di riposo e prima che capisca cosa sta succedendo loro lo bucano ben bene, okay, l’accoppano come si deve, e questo è tutto per lui. Adesso c’è quella figa rotta di Elettra, attento, lei è la figlia di Aggie, e diventa nera quando quelli lo liquidano, così lei dice a suo fratello, si chiama Oreste, lei gli dice: ascolta, Oreste, ho bisogno che tu fai fuori quei due fottuti, mi serve che tu li sistemi a dovere. Ora, questa bestia di Oreste, lui, è stato fuori città per un po’, non sa tutta la faccenda, però…

Sì, così va bene, uomo! Ci stai arrivando! Adesso va avanti a spiegare l’uso di Euripide del deus ex machina e le proprietà catartiche della tecnica realistica drammatica di Sofocle. Sicuro. Che stronzo che sei, Selig. Che stronzo.

15

Ho tentato di essere buono con Judith, ho cercato di essere gentile e amabile, ma il nostro esserci odiati continua a perseguitarci. Mi sono detto: è la mia sorellina, la mia unica sorella, devo amarla di più. Però l’amore non può arrivare su ordinazione. Non si può evocarlo basandosi solo sulle buone intenzioni. In più le mie intenzioni non sono mai state buone. L’ho vista come una rivale fin dal primo istante. Ero io il primogenito, il difficile, quello messo male. Mi ero ficcato in testa di essere il centro dell’universo. Erano questi i termini del mio contratto con Dio: io devo soffrire perché sono diverso, però, quasi fosse una compensazione, l’intero universo doveva ruotare attorno a me. La bambina che era stata portata in casa doveva essere soltanto un rimedio terapeutico inteso ad aiutarmi a migliorare le mie relazioni con il genere umano. L’accordo era questo: era implicito che lei non doveva avere una realtà indipendente come persona, era implicito che non doveva avere bisogni propri o fare domande o accaparrarsi il loro amore. Soltanto un oggetto, un pezzo della mobilia. Io però la sapevo lunga; altro che credere a queste cose. Avevo dieci anni, ricordate, quando l’adottarono. Il vostro decenne non è mica scemo. Sapevo che i miei genitori, non sentendosi più obbligati, adesso, a orientare ogni premura esclusivamente verso il loro figliolo misteriosamente emotivo e agitato, rapidamente e con gran sollievo avrebbero trasferito la loro attenzione e il loro amore — sì, soprattutto il loro amore — alla piccola coccolona molto meno complicata. Lei avrebbe preso il mio posto al centro; io sarei diventato un complesso arnese fuori moda. Non potevo impedirmi di provare risentimento. Mi biasimate per il tentativo di ucciderla nella culla? D’altra parte potrete capire l’origine della sua freddezza di tutta una vita nei miei riguardi. Io non ho difese contro questa prova. Il ciclo dell’odio cominciò con me. Con me, Jude, con me, con me, con me. Tu avresti potuto mandarlo in pezzi con l’amore, comunque, se ti fosse servito. Non ti serviva.

Un sabato pomeriggio del maggio 1961, uscii per andare alla casa dei miei genitori. In quegli anni non ci andavo spesso, sebbene vivessi a 20 minuti di metrò. Vivevo fuori dal cerchio familiare, autonomo e irraggiungibile, e reagivo in modo esagerato di fronte a ogni forma di riaggancio. Provavo una latente ostilità verso i miei genitori: erano stati i loro geni mutanti, in fondo, che mi avevano sbattuto nel mondo a quel modo. E poi c’era anche Judith, che mi faceva inacidire con il suo disprezzo: che cosa mi occorreva di più? Perciò una volta me ne stetti lontano da loro tre per settimane, per mesi, finché la malinconia dei richiami a voce alta di mia madre non diventò eccessiva per me, finché il peso del mio senso di colpa non sopraffece le mie resistenze.

Fui felice di scoprire, quando vi andai, che Judith era ancora nella sua cameretta, addormentata. Alle tre del pomeriggio? Sì, disse mia madre, ieri notte è stata fuori fino a tardi per un appuntamento. Judith aveva 16 anni. La immaginai che andava a una partita di pallacanestro della scuola superiore con "un ragazzotto magro e foruncoloso e poi centellinava frullati al latte. Dormi bene, sorellina, dormi, dormi. Però, ovviamente, la sua assenza mi obbligò a un confronto diretto e senza difese con i miei lugubri, svuotati genitori. Mia madre, dolce e ottusa; mio padre, stanco e amareggiato. Per tutta la vita loro hanno continuato a diventare sempre più meschini. Adesso avevano proprio un aspetto dimesso. Parevano prossimi a scomparire.

Io non avevo mai vissuto in quell’appartamento. Per anni Paul e Martha avevano fatto enormi sacrifici per conservare un posto con tre stanze da letto che non si potevano permettere, semplicemente perché era diventato impossibile per Judith e me condividere la stessa camera, una volta che lei aveva passato l’infanzia. Il giorno in cui io partii per il college, affittando una stanza nei pressi del campus, loro ne trovarono uno più piccolo e molto più a buon mercato. La loro camera da letto era a destra dell’ingresso e quella di Judith era sulla sinistra, dopo una lunga sala e al di là della cucina, appena più in là c’era il soggiorno, nel quale mio padre sedeva sonnecchiando, sfogliando il Times. A quel tempo lui leggeva soltanto quotidiani, benché una volta la sua mente fosse stata molto più attiva. Proveniva da lui una vaga melmosa emanazione di affaticamento. Stava facendo un po’ di soldi decenti per la prima volta in vita sua, in effetti sarebbe morto in condizioni prospere; pure, si era condizionato mentalmente, da solo, alla psicologia del povero diavolo: povero Paul, tu sei un fallimento da far pietà, meritavi molto di meglio dalla vita. Guardai il giornale, attraverso la sua mente, mentre lui voltava le pagine. Ieri Alan Shepard ha fatto il suo storico volo suborbitale, la prima avventura spaziale statunitense con degli uomini a bordo. GLI STATI UNITI LANCIANO UN UOMO A 115 MIGLIA NELLO SPAZIO, urla il titolo a caratteri cubitali. SHEPARD MANOVRA I CONTROLLI DELLA CAPSULA, E LA RIPORTA A TERRA VIA RADIO DOPO 15 MINUTI DI VOLO. Procedo a tentoni alla ricerca di qualche modo per contattare mio padre. — Che cosa ne pensi dei viaggi spaziali? — chiedo. — Hai sentito la radio? — Lui dà una scrollata di spalle. — Ma chi se ne frega? È tutta roba da pazzi. Una messinscena. Uno sciupio del tempo e dei soldi della gente. — LA REGINA ELISABETTA IN VISITA AL PAPA IN VATICANO. Quel ciccione di Papa Giovanni, che sembra proprio un rabbi ben pasciuto, JOHNSON INCONTRA I LEADER IN ASIA SULL’IMPIEGO DELLE TRUPPE U.S.A. Lui sfoglia il giornale frettolosamente, saltando le pagine. L’AIUTO DI GOLDBERG CHIESTO PER I MISSILI. KENNEDY FIRMA UN PROGETTO DI LEGGE PER GLI STIPENDI-BASE. Dentro di lui non c’è niente, come se non leggesse, neppure KENNEDY COMINCIA A RICORRERE A RIDUZIONI FISCALI. Si ferma sulle pagine sportive. Un debole guizzo di interesse. OGGI MUD SI LASCIA ALLE SPALLE IL MAGGIOR FAVORITO PER L’87° DERBY DEL KENTUCKY. YANKS CONTRO ANGELS ALL’APERTURA DELLA SERIE DI TRE CORSE DAVANTI A 21 MILA IN RIVIERA. — Che cosa ti piace nel Derby? — chiesi. Lui scrollò il capo. — Che ne so io di cavalli? — disse. Avevo capito: lui era già morto, anche se di fatto il suo cuore avrebbe battuto ancora per un decennio. Aveva finito di reagire. Il mondo l’aveva sconfitto.