— Non mi sono reso conto di possedere qualcosa di speciale prima degli undici anni. Pensavo che tutti potessero farlo. Fu soltanto dopo il mio arrivo in America, quando ho sentito la gente parlare una lingua diversa, che ho capito di avere nella mente qualcosa fuori dal comune.
— Che lavoro fai? — chiese Selig.
— Lavoro meno che posso — fu la risposta di Nyquist. Fece un largo sorriso e bruscamente insinuò i suoi sensori nella mente di Selig. Pareva quasi una specie di invito; Selig accettò e spinse avanti le sue antenne personali. Vagando nella coscienza dell’altro uomo, rapidamente afferrò il quadro delle uscite di Nyquist in Wall Street. Vide tutta la vita di quell’uomo, equilibrata, ritmata, senza ossessioni. Era stupito dalla freddezza di Nyquist, dalla sua integrità, dalla sua chiarezza di spirito. Com’era limpido lo spirito di Nyquist! Quanto poco l’aveva segnato la vita! Dove la teneva la sua angoscia? Dov’era nascosta la sua solitudine, la sua paura, la sua insicurezza? Nyquist, ritirandosi, disse: — Perché provi tanto dolore per te stesso?
— Io?
— La tua testa ne è piena zeppa. Qual è il problema, Selig? Ho guardato dentro di te e non ho visto il problema, soltanto il dolore.
— Il problema è che mi sento isolato dagli altri esseri umani.
— Isolato? Tu? Ma se tu puoi addirittura entrare nella testa della gente? Tu puoi fare una cosa che il 99,999 per cento della razza umana non può assolutamente fare. Loro sono obbligati ad arrabattarsi usando parole, approssimazioni, segnali di semafori, mentre tu vai dritto al nocciolo del significato. Come puoi considerarti isolato?
— L’informazione che mi procuro è inutile — disse Selig. — Non posso farne un punto di partenza per agire. Potrei agire allo stesso modo anche se non leggessi nel pensiero.
— Perché?
— Perché è soltanto voyeurismo. Sono uno che spia dentro di loro.
— Ti senti in colpa per questo?
— Tu no?
— Io non mi pongo domande sulle mie capacità — rispose Nyquist. — Si dà il caso che le abbia. Dal momento che le ho, me ne servo. Mi piace il tipo di vita che faccio. Mi piace come sono. Perché a te, Selig, non piace come sei?
— Dimmelo tu.
Nyquist, però, non aveva niente da dirgli, e quando lui ebbe finito il drink scese giù. Quando rientrò, il suo appartamento gli parve così estraneo che lui passò qualche minuto a toccare alcuni oggetti familiari: la fotografia dei suoi genitori; la sua piccola collezione di lettere d’amore dell’adolescenza, il giocattolo di plastica che lo psichiatra gli aveva dato anni prima. La presenza di Nyquist continuava a ronzargli in testa, un rimasuglio della visita, niente di più, perché Selig era sicuro che Nyquist adesso non lo stava sondando. Si sentiva così in subbuglio per il loro incontro, così disturbato dentro, che decise di non rivederlo mai più, di traslocare da qualche parte il più presto possibile, a Manhattan, a Filadelfia, a Los Angeles, da qualunque parte purché fosse fuori tiro da Nyquist. Per tutta la vita aveva sognato di incontrare qualcuno che condivideva il suo stesso dono, e, adesso che lo aveva incontrato, se ne sentiva minacciato. Nyquist controllava attentamente la sua esistenza da riuscire terrificante. Mi umilierà, pensò Selig. Mi distruggerà. Però quel panico svanì. Due giorni più tardi Nyquist tornò più volte all’attacco per chiedergli di uscire a cena. Mangiarono in un ristorante messicano da quelle parti, concedendosi carta bianca. Sembrò ancora a Selig che Nyquist stesse giocando con lui, stuzzicandolo, tenendolo a distanza e solleticandolo; però lo faceva tanto amabilmente che Selig non provò nessun risentimento. Il fascino di Nyquist era irresistibile, e la sua forza meritava di essere presa come modello di comportamento. Nyquist sembrava un fratello più vecchio che lo aveva preceduto in quella valle di traumi e ne era emerso indenne tanto tempo prima; adesso stava prendendosi gioco di Selig per portarlo ad accettare i termini della sua esistenza. La condizione superumana, così la chiamava Nyquist.
Divennero intimi amici. Uscivano insieme due o tre volte alla settimana, mangiavano insieme, bevevano insieme. Selig aveva sempre immaginato che l’amicizia con qualcun altro di quel genere sarebbe stata unica, intensa, ma non così; dopo la prima settimana, davano per scontata la loro particolarità e quasi mai discussero del dono che condividevano. Non accadde mai che si congratulassero l’un l’altro per aver formato un’alleanza contro il mondo non dotato che il circondava. Loro comunicavano certe volte a parole, certe volte per contatto mentale diretto; diventò un rapporto di amicizia piacevole, allegro, messo alla prova soltanto quando Selig scivolava in quello stato d’animo tutto rimuginazioni che gli era abituale: allora Nyquist lo prendeva in giro per la sua autocommiserazione. Però anche questo non rappresentò un vero ostacolo fra loro prima dei giorni della tormenta di neve, quando tutte le tensioni furono moltiplicate dal fatto che stavano passando troppo tempo insieme.
— Prendi il tuo bicchiere — disse Nyquist.
Gli versò uno spruzzo ambrato di bourbon. Selig si accomodò di nuovo per bere, mentre Nyquist si metteva in giro alla ricerca delle ragazze. Gli ci vollero cinque minuti. Sondò tutto il palazzo e scoprì un paio di ragazze che vivevano insieme, proprio al quinto piano. — Dà un’occhiata — disse a Selig. Selig entrò nella mente di Nyquist. Nyquist si era sintonizzato sulla coscienza di una delle ragazze — sensuale, indolente, felina — e, attraverso gli occhi di lei, stava guardando un’altra ragazza, una bionda alta, magra. Nonostante subisse una doppia riflessione, l’immagine mentale era nitidissima: la bionda aveva gambe lunghe, era sensuale, un portamento da modella. — Questa è mia — disse Nyquist. — Adesso dimmi se ti piace la tua. — Balzò, trascinando con sé Selig, nella mente della bionda. Sì, un figurino, più intelligente dell’altra ragazza, fredda, egoista, passionale. Dalla sua mente, via Nyquist, arrivò l’immagine della sua compagna di stanza, scompostamente sdraiata su di un sofà, con indosso una vestaglietta tutta rosa: piccola, tonda, dai capelli rossi, ben dotata in fatto di seni, un viso da luna piena. — Ma sicuro — disse Selig. — Perché no? — Nyquist, rovistando in quelle due menti, scovò il numero di telefono delle ragazze, le chiamò, mise in opera tutto il suo fascino. Loro scesero per un drink. — Che spaventosa bufera di neve — disse la bionda, rabbrividendo. — C’è da diventar matti! — I quattro passarono attraverso un mucchio di liquori con un ronzante accompagnamento jazz: Mingus, MJQ, Chico Hamilton. La rossa era meglio di quel che Selig si aspettava, non proprio così grassottella, non sgraziata — la doppia riflessione doveva aver introdotto qualche distorsione — ma rideva scioccamente, e lui scoprì che non gli piaceva quasi per niente. Comunque non si poteva certo far marcia indietro a quel punto. Finalmente, molto tardi nella serata, si accoppiarono. Nyquist e la bionda in camera da letto, Selig e la rossa in soggiorno. Quando furono finalmente soli, Selig le ridacchiò in faccia tutto imbarazzato. Non era mai riuscito a imparare come eliminare quel modo di ridere tutto infantile, che, lo sapeva bene, rivelava un miscuglio di timida pregustazione e opprimente terrore. — Salve — disse lui. Si baciarono e le mani di lui si portarono sui seni e lei si spinse sopra di lui in un modo spudoratamente affamato. Pareva avesse qualche anno più di lui, però la maggioranza delle donne gli dava questa impressione. I loro abiti partirono. — Mi piacciono gli uomini magri — disse lei, e faceva risatine sciocche pizzicando la sua carne scarsa. I suoi seni si alzarono verso di lui come uccelli rosati. La accarezzò con una timida insistenza, da vergine. In quei mesi di amicizia, Nyquist occasionalmente gli aveva passato le donne che lui scartava, ma erano settimane che non andava a letto con nessuna, e aveva paura che la sua astinenza potesse procurargli qualche guaio imbarazzante. No: il liquore raffreddava la sua foga al punto giusto e lui si controllò, infilandola solennemente e energicamente senza paura di venire troppo presto.