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Il mercoledì ero sovreccitato, e non sapevo più cosa fare. Alla fine, melodrammaticamente, chiamai la polizia. A un sergente di ufficio, seccato, diedi la sua descrizione: alta, esile, lunghi capelli neri, occhi scuri. Non sono stati trovati recentemente dei corpi in Central Park? Nei tunnel del metrò? Nei basamenti delle abitazioni di Amsterdam Avenue? No. No. No. Senti, fratello, se abbiamo qualcosa te lo facciamo sapere; ma mi sembrava parlasse poco sul serio. Questo è quanto, per la polizia. Agitato, disperato, mi incamminai per il Great Shanghai per un miserabile pasto buttato giù, cibo buono andato di traverso (ci sono bambini che muoiono di fame in Europa, Duv. Mangia. Mangia). Poi, seduto davanti ai miei magri sparuti rimasugli di gamberetti con riso abbrustolito e sentendomi profondamente immerso nel lutto, inserii un dispositivo di caccia a buon mercato che avevo sempre disprezzato: scandagliai una per una tutte le ragazze che c’erano in quel grande ristorante, e tra loro ce n’erano molte alla ricerca di qualcuno che fosse solo, frustrato, vulnerabile, sessualmente disinibito e in generale con un bisogno urgente di un rinforzamento dell’ego. Non c’è tanto da faticare per portarsele a letto se hai un mezzo sicuro per sapere chi è disponibile, ma naturalmente la caccia non ha più niente di sportivo. Quella che pescai era una signora sposata passabilmente attraente sui 25 anni, senza bambini, con il marito, un assistente alla Columbia, evidentemente troppo interessato alla sua tesi di dottorato. Passava tutte le notti murato vivo fra le cataste della Butler Library, a far ricerche, scivolando a casa molto tardi, esausto, irascibile, e generalmente impotente. La portai nella mia stanza, che non avevo riordinato (il che la turbò; lei lo prese come un segno di rifiuto) e passai due ore di tensione ad ascoltare la storia della sua vita. Alla fine mi diedi da fare per scoparla, e venni quasi immediatamente. Non fu certo il mio momento più bello. Quando ritornai dopo averla accompagnata a casa, a piedi — Riverside Drive, 110a Strada — il telefono stava squillando. Era Pam. — Ho avuto notizie di Toni — disse lei, e di colpo mi sentii sudicio, con un senso di colpa per la mia superficiale consolatoria infedeltà. — Si è messa con Bob Larking, nell’appartamento di lui nell’83a Strada Est.

Gelosia, disperazione, umiliazione, agonia.

— Bob chi?

— Larking. È quell’arredatore specializzato in tappezzeria d’alta qualità, di cui lei parla continuamente.

— Non con me.

— Uno dei più vecchi amici di Toni. Sono molto intimi. Penso che abbia cominciato a frequentarla quando lei era alle superiori. — Una lunga pausa. Poi Pam scoppiò in una risatina soffocata nel bel mezzo del mio intontito silenzio. — Oh, rilassati, rilassati, David! È un frocio! È proprio una specie di padre confessore per lei. Va da lui quando si sente turbata.

— Lo vedo.

— Voi due avete rotto, non è così?

— Io non ne sono sicuro. Penso di sì. Non lo so.

— Posso fare qualcosa per aiutarti? — Questo da Pam, che pensavo mi considerasse l’influsso malefico da cui Toni era stata più che avvisata di liberarsi.

— Dammi il suo numero di telefono — dissi io.

Telefonai. Squillò e squillò e squillò. Alla fine Bob Larking sollevò la cornetta. Frocio, senza dubbio, una dolce voce tenorile con il suo bravo accento bleso, per niente diverso dalla voce di Teddy-al-lavoro. Chi ha insegnato a questa gente a parlare con un accento di omosessuali? Chiesi: — C’è Toni? — Una risposta circospetta: — Chi è all’apparecchio per favore? — Glielo dissi. Lui mi chiese di aspettare, e passò un minuto o giù di lì a confabulare con lei, la mano sulla cornetta. Alla fine ritornò e disse che Toni c’era, sì, però era molto stanca e stava riposando e non aveva nessuna voglia di parlare con me proprio adesso. — È urgente — dissi io. — Per favore ditele che è urgente. — Altra consultazione, in sordina. Stessa risposta. Lui suggeriva, tra i denti, che io richiamassi fra due o tre giorni. Mi misi a lusingare, a piagnucolare, a supplicare. Nel bel mezzo di questa antieroica scena, il telefono passò bruscamente in altre mani e Toni mi disse: — Perché hai telefonato?

— Questo dovrebbe essere ovvio. Ho bisogno che tu ritorni.

— Non posso.

Lei non disse: non voglio. Disse: non posso.

Io dissi: — Ti dispiacerebbe dirmi il perché?

— Niente da fare.

— Non hai lasciato neanche un appunto. Neanche una parola di spiegazione. Sei scappata fuori e basta.

— Mi spiace, David.

— È stato qualcosa che hai visto in me mentre eri in viaggio, non è così?

— Non parliamone — disse lei. — È acqua passata.

— Per me non è acqua passata.

— Per me sì.

Per me sì. Era come il suono di un enorme cancello che mi si chiudeva sul muso. Non ero ancora arrivato al punto di accettare che tagliasse tutti i fili. Le dissi che aveva dimenticato alcune delle sue cose nel mio appartamento, alcuni libri, alcuni vestiti. Una menzogna: aveva fatto una pulizia coi fiocchi. Però io riesco a essere persuasivo quando sono messo alle strette, e lei cominciò a pensare che poteva essere vero. Mi offrii di portarle su la roba immediatamente. Lei non voleva che andassi. Preferiva non rivedermi mai più, così mi disse. Tutto sommato questo modo era meno penoso. Però la sua voce mancava di convinzione; la sua voce era troppo acuta e più nasale di quanto lo fosse quando parlava con sincerità. Sapevo che mi amava ancora, più sì che no; dopo l’incendio della foresta, alcuni dei tronchi bruciati sono ancora vivi e da loro schizzano fuori nuovi verdi germogli. Così dissi a me stesso: pazzo che sono stato. In ogni caso lei non poteva tornare indietro da me completamente. Esattamente come non era riuscita a frenarsi dal prendere il telefono, così adesso trovava impossibile rifiutarmi di andare da lei. Parlammo molto alla svelta, la martellai perché accondiscendesse. Sta bene, disse. Vieni. Vieni. Però butti via il tuo tempo.

Era quasi mezzanotte. L’aria estiva mi si appiccicava addosso ed era viscida, con un accenno di pioggia. Non si vedevano stelle. Mi affrettai per il centro, soffocato dai vapori umidi della city e dal veleno del mio amore andato in frantumi. L’appartamento di Larkin era al 19° piano di una nuova immensa torre a terrazze, in mattoni bianchi, molto in alto in York Avenue. Aprendomi la porta, lui mi scoccò un tenero sorriso, pieno di compassione, quasi a dire: povero bastardo, sei pieno di ferite e stai ancora sanguinando, e adesso vieni qui per fartele riaprire. Aveva circa trent’anni, un uomo tracagnotto, con una faccia da bambino, lunghi capelli disordinatamente riccioluti e grandi denti irregolari. Irradiava calore, simpatia e gentilezza. Potevo capire perché Toni era corsa da lui in un momento come quello. — Lei è nel soggiorno — disse. — A sinistra.