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«Mi dispiace essere piombato qui così all'improvviso» disse Sam. Si guardò intorno sconcertato, cuscini dal design aggressivo e firmato, mensole piene di animaletti di porcellana.

«Non importa. Ti va qualcosa da bere?» Non avevo la più pallida idea del perché fosse venuto e non volevo neppure prendere in considerazione l'ipotesi che avesse qualcosa a che fare con Cassie. "Non è possibile" pensai. "Non è assolutamente possibile che gli abbia chiesto di venire a parlare con me."

«Un whisky andrà benissimo.»

Andai in cucina e trovai nella mia dispensa una mezza bottiglia di Jameson. Quando portai la bottiglia in soggiorno Sam era ancora nella stessa poltrona, non si era tolto il cappotto e aveva la testa china e i gomiti sulle ginocchia. Heather aveva lasciato la TV accesa senza audio e due donne identiche con un fondotinta arancione stavano litigando istericamente ma in silenzio su chissà cosa. Quel chiarore saltellava confusamente sul viso di Sam conferendogli un'aria spettrale.

Spensi la TV e gli porsi il bicchiere. Lo guardò quasi sorpreso, ma ne bevve la metà con un goffo movimento del polso. Forse, pensai, era già un po' ubriaco. Non barcollava, né aveva la voce impastata ma sia il modo di muoversi sia le sue parole avevano un che di diverso, di aspro e pesante.

«Allora» chiesi scioccamente, «che succede?»

Sam bevve un altro sorso. La lampada a stelo lì accanto lo intrappolava a metà tra luce e ombra, con una spalla al buio e il chiarore che faceva splendere i suoi capelli bronzo opaco. «Sai quella cosa di venerdì?» cominciò. «Il nastro registrato.»

Mi rilassai un po'. «Sì?»

«Non ci ho parlato, con mio zio.»

«No?»

«No. Ci ho pensato tutto il weekend. Ma non l'ho chiamato.» Si schiarì la voce. «Sono andato da O'Kelly.» Si schiarì di nuovo. «Oggi pomeriggio. Con il nastro. Gliel'ho fatto ascoltare e poi gli ho detto che la voce era quella di mio zio.»

«Caspita.» A dire la verità, non credevo che lo avrebbe fatto. Mio malgrado, ero stupito.

Sbatté le palpebre, guardò il bicchiere che aveva in mano e lo posò sul tavolino basso. «Sai cosa mi ha detto?»

«Cosa?»

«Mi ha chiesto se ero fuori di testa.» Rise in modo un po' scomposto. «Dio, era proprio deciso… Mi ha detto di cancellare il nastro, di togliere le cimici dai telefoni e di lasciare in pace Andrews. "È un ordine", così ha detto. Ha detto che non ho uno straccio di prova che Andrews abbia qualcosa a che vedere con l'omicidio e che se vado avanti così prima o poi mi ritrovo di nuovo in uniforme, e lui pure. Non subito, e magari neanche direttamente per questo motivo, ma un bel giorno ci ritroviamo di pattuglia nel buco del culo del mondo e per il resto della nostra vita. Testuale: "Questa conversazione non c'è mai stata, perché quel nastro non è mai esistito".»

La voce di Sam stava aumentando di tono. La stanza da letto di Heather confinava con il soggiorno ed ero quasi sicuro che lei se ne stesse con l'orecchio incollato alla parete. «Vuole che tu insabbi tutto?» chiesi a voce bassa, sperando che Sam capisse e mi imitasse.

«Credo che volesse arrivare lì, sì» fece lui, con una nota di pesante sarcasmo. Non gli veniva naturale, e invece di suonare duro e cinico lo faceva sembrare tremendamente giovane, come un adolescente disperato. Sprofondò nella poltrona e si passò una mano tra i capelli. «Non me lo sarei mia aspettato, sai? Di tutte le cose di cui mi preoccupavo… a questa non avevo pensato.»

Credo, onestamente, di non aver mai preso troppo sul serio la pista investigativa di Sam. Società di capitali internazionali, costruttori senza scrupoli e speculazioni su terreni edificabili: mi era sempre sembrata una faccenda lontanissima e impossibile, grossolana e quasi assurda, un filmone hollywoodiano da quattro soldi, di quelli con Tom Cruise, non una cosa di gente vera. L'espressione sul volto di Sam mi prese in contropiede. Non aveva bevuto. Quella doppia catastrofe… suo zio, O'Kelly… l'aveva colpito come due autobus. E dato che si trattava di Sam, non se lo era neppure lontanamente immaginato. Per un attimo, nonostante tutto, sentii che avrei voluto trovare le parole per consolarlo, dirgli che certe cose potevano sempre capitare, che succedeva a tutti e che, come tutti, sarebbe sopravvissuto.

«E adesso cosa faccio?» mi chiese.

«Non lo so» risposi, perplesso. Io e Sam avevamo passato un sacco di tempo insieme, ultimamente, ma questo non ci rendeva amici per la pelle e comunque non ero nelle condizioni di dare saggi consigli a nessuno. «Non vorrei sembrarti insensibile, ma perché lo stai chiedendo a me?»

«E a chi altro potrei chiederlo?» fece Sam a bassa voce. Quando sollevò lo sguardo su di me vidi che aveva gli occhi rossi. «Non posso andare a raccontarlo a nessuno della mia famiglia, no? Li ucciderebbe. E i miei amici sono fantastici, ma non sono dei poliziotti, e questa è una faccenda da poliziotti. E Cassie… non vorrei proprio coinvolgerla in questa cosa. Ha già abbastanza gatte da pelare di suo. Ha un'aria terribilmente stressata ultimamente. Tu sapevi già tutto e avevo bisogno di parlare con qualcuno, prima di decidere cosa fare.»

Ero sicuro di aver avuto un'aria piuttosto stressata anch'io, nelle ultime settimane, anche se in un certo senso mi faceva piacere pensare di essere stato più bravo a nasconderlo di quanto pensassi. «Decidere?» dissi. «Non mi pare che tu abbia molta scelta, in verità.»

«C'è Michael Kiely» disse Sam. «Potrei dare a lui il nastro.»

«Dio, perderesti il lavoro prima ancora che esca l'articolo. E potrebbe essere addirittura illegale, anche se non ne sono sicuro.»

«Lo so.» Si premette le mani sugli occhi. «Credi che dovrei farlo?»

«Non ne ho la più pallida idea» dissi. Il whisky, a stomaco quasi vuoto, stava iniziando a darmi la nausea. Avevo usato i cubetti di ghiaccio in fondo al freezer e avevano un sapore cattivo, stantio.

«Se lo facessi cosa succederebbe? Lo sai?»

«Be', perderesti il posto. Forse ti denuncerebbero.» Non disse niente. «Potrebbe esserci un processo, credo. Se decidono che tuo zio ha fatto qualcosa di sbagliato gli dicono di non farlo più, lo mettono in secondo piano per un paio d'anni e poi tutto torna come prima.»

«Ma l'autostrada.» Sam si passò le mani sul viso. «Non riesco a pensare con chiarezza… se non dico niente, l'autostrada andrà avanti, sarà costruita e distruggerà tutti i reperti archeologici. Senza motivo.»

«Succederà comunque. Anche se vai ai giornali, il governo dirà solo: "Oh, ma che peccato, ormai è troppo tardi per spostarla però" e tutto continuerà allegramente come prima.»

«Lo pensi davvero?»

«Be', sì» risposi. «Davvero.»

«E Katy» riprese. «Perché è di questo che dovremmo preoccuparci. E se Andrews avesse pagato qualcuno per ucciderla? Lasciamo che se ne vada impunito?»

«Non lo so.» Mi chiesi per quanto ancora sarebbe rimasto.

Per un po', nessuno di noi disse nulla. Nell'appartamento accanto c'era una cena o qualcosa del genere perché si sentiva un vocio allegro, Kylie dallo stereo e una ragazza che diceva, civettuola: «Ma sì che te l'avevo detto, te l'avevo detto eccome!». Heather diede un pugno alla parete, ci fu silenzio per un attimo, seguito da uno scoppio di risa soffocate.

«Lo sai qual è il mio primo ricordo?» disse Sam. I suoi occhi erano in ombra, per cui non potevo vedere che espressione avessero. «Il giorno in cui Red entrò al Dàil. Ero bambino, potevo avere tre anni o forse quattro, ma andammo tutti a Dublino ad accompagnarlo. Tutta la famiglia. Era una bellissima giornata, piena di sole. Io avevo un vestito nuovo. Non sapevo cosa stesse succedendo di preciso, ma sapevo che era una cosa importante. Erano tutti così contenti, e mio padre… scoppiava di gioia e d'orgoglio. Mi prese sulle spalle perché potessi vedere e gridò: "Quello è tuo zio, ragazzo mio!". Red era sulle scale, salutava con la mano e sorrideva, e io gridai: "Quel signore è mio zio!". Tutti risero e lui mi fece l'occhiolino… Abbiamo ancora la foto sulla parete del soggiorno.»