Si strinse nelle spalle, in una, a dire il vero. «Non sono molto brava con i paradossi.»
«Io invece penso di esserlo» obiettai, pensieroso.
Cassie rotolò sulla schiena e rise. «Dovresti mettere un annuncio personale. Maschio, un metro e ottantacinque, bravo con i paradossi…»
«… stallone incredibile…»
«… cerca la sua Britney…»
«Bleah!»
Ammiccò con innocenza. «No?»
«Dai, un po' di fiducia in me. Britney è solo per gusti dozzinali. Dovrebbe essere almeno Scarlett Johansson.»
Ridemmo, soddisfatti. Sospirai e mi sistemai adattandomi alle ormai note caratteristiche del divano; Cassie allungò un braccio per spegnere la luce. «'Notte. Dormi bene.»
«Sogni d'oro.»
Cassie dorme con la leggerezza e la facilità di un gattino; dopo pochi secondi sentii che il suo respiro rallentava e si faceva più profondo. Il minuscolo arresto al culmine di ogni respiro mi comunicò poi che era partita. Io sono il contrario: una volta addormentato ci vuole un calcio negli stinchi, ed è quello il metodo di Cassie, o una sveglia dal suono portentoso per tirarmi giù dal letto, ma possono volerci ore prima che mi addormenti, con continui rivoltamenti nel letto, e agitazione. Non sapevo bene perché, ma avevo scoperto che era più facile addormentarmi da Cassie, nonostante il divano troppo corto, pieno di bozzi, e i cigolii e i borbottii che, in una vecchia casa come quella, di notte aumentavano a dismisura. Anche ora, quando ho difficoltà a addormentarmi, cerco di immaginarmi di nuovo su quel divano: la fodera del piumino, di flanella morbida e consunta, contro la guancia, l'odore forte e piccante del whisky caldo ancora nell'aria, i minuscoli fruscii di Cassie che sogna dall'altra parte della stanza.
Un paio di persone entrarono vociando nel palazzo, li sentii zittirsi l'uno con l'altra, ridacchiando. Si fermarono all'appartamento di sotto. Filtrarono, attraverso il pavimento, sprazzi di conversazione e risate, deboli e smorzati. Adattai il ritmo del mio respiro a quello di Cassie e sentii che la mia mente scivolava in tangenti oniriche, prive di senso: Sam che spiegava come costruire una barca e Cassie seduta sul davanzale di una finestra tra due doccioni di pietra, che rideva. Il mare era a una certa distanza e non sarebbe stato possibile che lo sentissi, ma immaginai di sentirlo comunque.
5
Nei miei ricordi, trascorremmo un milione di serate nell'appartamento di Cassie, solo noi tre. L'inchiesta durò un mesetto soltanto e sono certo che dovettero esserci stati giorni in cui uno di noi era impegnato a fare altro. Però, gradatamente, come una soluzione che si allarga nell'acqua, quelle serate avevano dato colore all'intera stagione. Il tempo volgeva a passo felpato verso un autunno precoce e pungente, il vento si incuneava nel sottotetto, la pioggia filtrava dalle finestre a ghigliottina deformate e gocciolava lungo i vetri. Cassie accendeva il fuoco e noi sparpagliavamo i nostri appunti sul pavimento e sfornavamo teorie su teorie, poi facevamo a turno a preparare la cena: solitamente si trattava di pasta in diverse varianti preparata da Cassie, sandwich di carne fatti da me (non so cucinare praticamente nient'altro, ma con i sandwich di carne sono un maestro) e poi c'erano gli esperimenti esotici di Sam che andavano da tacos stravaganti a una cosa thailandese in salsa di arachidi piccante. Cenavamo con il vino, per passare al whisky sotto varie forme e poi, quando iniziavamo a essere un po' brilli, raccoglievamo le carte, ci toglievamo le scarpe, mettevamo su un po' di musica e parlavamo.
Cassie è figlia unica, come me, ed entrambi eravamo rapiti dalle storie di Sam sulla sua infanzia. Erano quattro fratelli e tre sorelle, accalcati in una vecchia fattoria bianca a Galway, giocavano ai cow-boy e agli indiani su territori vastissimi e scappavano fuori di notte per esplorare il mulino infestato dai fantasmi. Avevano un padre grande e grosso di costituzione e tranquillo di carattere, e una madre che distribuiva in egual misura pane ancora caldo di forno e sferzate col cucchiaio di legno, e che ai pasti contava le teste per accertarsi che nessuno dei figli fosse caduto nel fiume. I genitori di Cassie erano morti in un incidente stradale quando lei aveva cinque anni e lei era stata allevata da anziani zii in una fatiscente casa vittoriana a Wicklow, lontanissima da qualunque cosa. Ricorda che leggeva libri non adatti a lei presi dalla loro biblioteca – come Il Ramo d'oro, Le Metamorfosi di Ovidio, Madame Bovary, che non le erano piaciuti ma che aveva ugualmente finito – rannicchiata sul sedile della finestra del pianerottolo, mentre mangiava mele del giardino, con una pioggerella leggera che scivolava lungo i vetri. Una volta, ci raccontò, era riuscita a intrufolarsi sotto un antico e orrendo guardaroba e vi aveva trovato un piattino di porcellana, un penny con Giorgio VI e due lettere di un soldato della Prima guerra mondiale con un nome che nessuno conosceva e con brani cancellati dai censori. Io non ho molti ricordi di prima dei dodici anni, e anche quelli dopo sono disposti per file: file di letti in dormitori bianco-grigi, file di docce fredde e rimbombanti e con l'odore della candeggina, file di ragazzi in uniformi arcaiche che intonavano inni protestanti in quattro quarti sul dovere e sulla costanza. Per entrambi, l'infanzia di Sam era quella di una favola; ce la immaginavamo in disegni a matita di bambini con le guance rotonde e di cani da pastore che scodinzolavano felici. «Parlaci di quando eri piccolo» diceva Cassie, piazzandosi sul futon e tirandosi la manica del maglione fin sulla mano per tenerci la tazza di whisky caldo.
In un certo senso, però, Sam era quello di troppo in quelle conversazioni, e a una parte di me la cosa faceva piacere. Ci avevamo messo due anni, Cassie e io, a crearci una nostra routine, un nostro ritmo, i nostri codici appena accennati. Dopotutto, Sam era lì grazie a una nostra gentile concessione, e mi pareva giusto che avesse un ruolo non da protagonista: presente, ma non troppo. Non che la situazione sembrasse infastidirlo. Si stendeva sul divano, orientava il bicchiere di whisky, attraversato dal chiarore del fuoco, in modo che lanciasse ombre ambrate sul suo maglione, osservava e sorrideva mentre io e Cassie discutevamo sulla natura del tempo, o di Dylan Thomas, o sulle spiegazioni scientifiche dei fantasmi. Erano sicuramente conversazioni adolescenziali, poco originali, e rese ancor più tali dal fatto che Cassie e io ci comportassimo proprio come bambini (mi diceva: «Mordimi, Ryan» e, strizzando gli occhi, voltava la testa dalla parte opposta del futon. Io allora le afferravo il braccio e le mordevo il polso fino a quando non si metteva a gridare e a chiedere pietà), ma erano chiacchierate mai esistite nella mia adolescenza e le amavo, ne adoravo ogni singolo momento.
Ovviamente sto romanzando, è una mia tendenza cronica. Non fatevi ingannare: le serate erano conviviali, noi ci ritrovavamo attorno a un accogliente caminetto col fuoco acceso, ma le giornate erano delle vere sfacchinate, intense, frustranti. Ufficialmente lavoravamo dalle nove alle cinque, ma arrivavamo in ufficio prima delle otto del mattino e raramente uscivamo prima delle otto di sera, e ci portavamo il lavoro a casa: questionari da mettere in relazione, dichiarazioni da leggere, rapporti da scrivere. Le nostre cene iniziavano alle nove, quando non alle dieci; si faceva mezzanotte prima che smettessimo di parlare di lavoro, ed erano già le due del mattino quando riuscivamo a rilassarci quel tanto che bastava per andare a dormire. Avevamo sviluppato un rapporto intenso e poco sano con la caffeina e avevamo dimenticato com'era non sentirsi esausti. Il primo venerdì sera, mentre andava via, un agente di supporto nuovo di nome Corry salutò tutti dicendo: «A lunedì, ragazzi». Per tutta risposta ottenne solo risate sarcastiche e pacche sulle spalle, oltre a un poco simpatico: «No, Comecavolotichiami, ci vediamo domattina alle otto, e non arrivare tardi» da O'Kelly.