Sam si tolse il cappotto bagnato, lo guardò con aria dubbiosa e lo abbandonò su una sedia. «Sono andato a fare due chiacchiere con i Quattro Grandi.»
«O'Kelly farà i salti di gioia.» Mi sedetti e mi massaggiai le tempie con pollice e indice «Devo avvisarti che già non è di buon umore.»
«No, è tutto a posto. Ai Quattro Grandi ho detto che siccome i dimostranti stavano causando qualche problema a quelli dell'autostrada – non sono entrato nello specifico, ma sono sicuro che hanno pensato a qualche atto di vandalismo – stavo solo controllando che fosse tutto okay.» Sam sorrise e io capii che stava scoppiando per l'eccitazione della sua giornata e che si conteneva solo perché sapeva come era andata la mia. «Si sono innervositi perché si chiedevano come facessi a sapere che erano coinvolti con Knocknaree, ma mi sono comportato come se niente fosse: abbiamo chiacchierato un po', mi sono assicurato che nessuno di loro fosse stato obiettivo dei dimostranti, gli ho detto di stare attenti e me ne sono andato. Nessuno di loro mi ha ringraziato, ci credete? Proprio delle belle personcine, garantito.»
«Quindi?» domandai. «Che ti aspettavi?» Non volevo sembrare petulante, ma se chiudevo gli occhi vedevo il corpo di Philomena Kavanagh e quando li riaprivo vedevo le foto della scena del crimine di Katy su tutta la lavagna dietro la testa di Sam. Non ero dell'umore giusto per lui, i suoi risultati e il suo tatto.
«Quindi» rispose Sam senza scomporsi, «Ken McClintock, quello della Dynamo, era a Singapore in aprile. Ove non lo sapeste, è lì che tutti gli operatori immobiliari più attivi si stanno dando da fare quest'anno. Perciò non era lui a fare le telefonate anonime dalle cabine di Dublino. E rammentate cosa ha detto Devlin della voce di quell'uomo?»
«Niente di particolarmente importante, per quello che ricordo» risposi.
«Non molto profonda» intervenne Cassie, «accento di provincia ma niente di caratteristico. Probabilmente di mezza età.» Era appoggiata allo schienale della sedia, con le gambe accavallate e le braccia mollemente incrociate dietro di sé. Con quel vestito elegante che si era messa per il tribunale appariva fuori posto nella sala operativa, come uscita da una foto scattata a una sfilata d'alta moda.
«Esatto. Quanto a Conor Roche, della Global, lui è di Cork, ha un accento incredibile e Devlin lo avrebbe riconosciuto immediatamente. E il suo socio, Jeff Barnes, è inglese, e fra l'altro ha la voce di un orso. Così rimane solo» Sam cerchiò il nome sulla lavagna con un abile svolazzo «Terence Andrews della Futura, cinquantatré anni, di Westmeath, vocina stridula da tenore. E indovinate dove abita?»
«In città» rispose Cassie, cominciando a sorridere.
«Attico sulle banchine. Beve al Gresham. Gli ho detto di stare attento quando torna a casa, non si sa mai con quei tipi di sinistra… Tutti e tre i telefoni pubblici sono proprio sul suo percorso. Ho trovato il mio uomo, ragazzi.»
Non ricordo cosa feci per il resto della giornata, forse rimasi alla scrivania a giocherellare con i fogli. Sam uscì per un altro dei suoi giri misteriosi e Cassie per seguire una pista poco promettente, portando O'Gorman con sé e lasciando il silenzioso Sweeney a occuparsi del telefono dei cittadini, cosa per cui le fui eternamente grato. Dopo il disastro delle ultime settimane, la sala operativa quasi deserta aveva un che di sinistro, come di abbandonato, con le scrivanie degli agenti di supporto che se ne erano andati ancora coperte di documenti e di tazze che avevano dimenticato di riportare alla mensa.
Mandai un SMS a Cassie dicendole che non mi sentivo bene e che quindi non sarei andato a cena da lei. Non sopportavo il pensiero della sollecitudine e del tatto che mi avrebbero riservato. Uscii dal lavoro per arrivare a casa prima di Heather – lei "fa Pilates" il lunedì sera -, le scrissi un biglietto dicendole che avevo il mal di testa e mi chiusi in camera. Heather si occupa della sua salute con una cura e un'attenzione minuziose, proprio come fanno alcune donne con le aiuole dei fiori o con le collezioni di porcellana, ma il lato positivo è che ha per i problemi fisici degli altri lo stesso rispetto sacrale che ha per i suoi: per quella sera mi avrebbe lasciato in pace e avrebbe tenuto basso il volume della televisione.
Oltre a tutto il resto, non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione di aver bruciato la mia ultima occasione in tribunale: avevo sempre più l'impressione che la foto di Philomena Kavanagh presentata da MacSharry mi ricordasse qualcosa, ma non sapevo cosa. Sembrerà un problema minore, specie dopo una giornata come quella che avevo avuto, e sicuramente per qualcun altro sarebbe stato così. La maggior parte della gente non ha motivo di pensare che la memoria possa fare brutti scherzi, acquisire una forza propria con la quale bisogna fare i conti.
Perdere una fetta dei propri ricordi è una cosa insidiosa, è come un maremoto che provoca sconvolgimenti troppo distanti dall'epicentro per essere prevedibili. Dal quel giorno, ogni minima cosa che la memoria farà riaffiorare brillerà di un'aura ipnotica e terrificante: che si tratti di una sciocchezza, o del Big One che ti scuote la vita e ti apre la mente. Nel corso degli anni ero arrivato a fidarmi dell'equilibrio di quello status quo, proprio come le persone che vivono sulla linea di faglia, e a credere che, se non era ancora accaduto, il Big One non sarebbe mai arrivato. Ma da quando era sorto il caso Katy Devlin, piccoli rombi e tremori avevano cominciato a crescere, minacciosi, e io non potevo più fare affidamento sulle mie certezze. Forse la foto di Philomena Kavanagh mi ricordava la scena di un programma televisivo, oppure qualcosa di così terribile da spazzarmi la mente e lasciarmela vuota per vent'anni. Non avevo modo di saperlo.
Scoprii presto che non si trattava di nessuna delle due cose, e lo scoprii nel bel mezzo della notte, mentre mi dibattevo in un irrequieto dormiveglia. Mi colpì in modo così profondo che mi svegliai all'improvviso, con il cuore impazzito. Cercai l'interruttore dell'abat-jour e guardai il muro mentre piccoli ghirigori trasparenti mi passavano davanti agli occhi.
Anche prima di arrivare in prossimità della radura avevamo capito che c'era qualcosa di diverso, qualcosa che non andava. I rumori erano confusi e frastagliati, ce n'erano troppi e stratificati: borbottii, rantoli e strilli soffocati che diventavano piccoli scoppi selvatici, più minacciosi di un ruggito. «State giù» sibilò Peter e ci schiacciammo ancora di più contro il terreno. Radici e ramoscelli caduti dagli alberi ci graffiavano i vestiti e i piedi bollivano nelle scarpe da ginnastica. Una giornata calda, calda e immobile, il cielo che splendeva blu fra i rami. Strisciammo lentamente nel sottobosco: polvere in bocca, squarci di sole, il fastidioso e persistente balletto di una mosca che nell'orecchio produceva lo stesso rumore di una motosega. C'erano api da qualche parte, sulle more selvatiche poco distanti, un rivolo di sudore mi colava lungo la schiena. Peter avanzava con la cautela di un gatto, ne vedevo il gomito con la coda dell'occhio. Jamie, vicino a me, sbatteva le palpebre per gli steli d'erba in fiorescenza che le solleticavano la faccia.
C'era troppa gente nella radura. Megadeth teneva le braccia di Sandra contro il terreno, Occhiali da Sole le fermava le gambe e Anthrax era sopra di lei. La gonna le era salita attorno alla vita e aveva tutte le calze strappate. Oltre la spalla di Anthrax, vedevo che muoveva la bocca, spalancata e nera, parzialmente coperta dai capelli rosso-oro. Emetteva suoni strani, era come se tentasse di urlare e invece stava soffocando. Megadeth la colpì una volta, in modo secco, e lei smise.
Corremmo via senza preoccuparci di essere visti, e le grida non le sentimmo subito. «Cristo!» «Cazzo, andiamocene!» Io e Jamie incontrammo Sandra il giorno dopo, al negozio. Indossava un maglione molto grande e aveva macchie scure sotto agli occhi. Sapevamo che ci aveva visti, ma non ci guardammo negli occhi.
Era un'ora impossibile della notte, ma chiamai comunque Cassie sul cellulare.