Lo chiamai di martedì, ma non rispose nessuno. Ancora problemi sulla linea? O Billy aveva cambiato apparecchio e leggeva il mio numero sul display?
Il mercoledì chiamai ogni mezz’ora, fino alle undici di sera, impaziente di sentire il calore della voce di Jacob.
Giovedì restai davanti a casa sul pick-up—con la sicura inserita—per un’ora almeno, le chiavi strette in mano. Discutevo tra me e me in cerca di una giustificazione valida per andare a La Push, ma non la trovai.
A quel punto ero sicura che Laurent fosse tornato da Victoria. Se fossi andata a La Push, avrei rischiato di portarmi dietro uno di loro. E se mi avessero assalita in presenza di Jake? Per quanto mi facesse soffrire, era meglio che Jacob stesse alla larga da me. Non poteva rischiare.
La cosa peggiore era l’impossibilità di mettere Charlie al sicuro. Era più probabile che venissero a cercarmi di notte, ma cosa potevo dire a mio padre per allontanarlo da casa? Se gli avessi raccontato la verità, mi avrebbe fatta rinchiudere in una stanza con le pareti imbottite. Avrei pure accettato di entrarci—e di buon grado—se ciò avesse potuto salvargli la vita. Ma la prima tappa della ricerca di Victoria sarebbe stata comunque casa nostra. Forse, se avesse trovato me, si sarebbe accontentata. E a quel punto, forse, se ne sarebbe andata per sempre...
Quindi non potevo scappare. Anche se l’avessi fatto, dove sarei andata? Da Renée? Sentii un brivido davanti alla prospettiva di gettare la mia ombra letale sul mondo soleggiato e sicuro di mia madre. Non avrei mai osato metterla in pericolo in quel modo. Le preoccupazioni mi scavavano lo stomaco. Ancora un po’ di tempo e la voragine sarebbe raddoppiata.
La sera Charlie mi fece un altro favore, e chiamò di nuovo Harry per chiedergli se i Black fossero fuori città. Harry gli rispose di avere incontrato Billy al consiglio della tribù mercoledì sera e di non averlo sentito parlare né di viaggi né di trasferte. Charlie mi pregò di non esagerare: Jacob mi avrebbe telefonato non appena se la fosse sentita.
Il pomeriggio del venerdì, mentre tornavo a casa da scuola, ebbi una rivelazione improvvisa.
Poco attenta alla strada che conoscevo a memoria, mentre lasciavo che il rombo del motore m’intorpidisse il cervello e zittisse le preoccupazioni, il mio subconscio emise un verdetto che probabilmente elaborava da tempo, senza che me ne fossi mai resa conto.
Non appena ci pensai mi sentii una stupida per non averlo intuito prima. Ma certo, avevo avuto troppe cose per la testa—vampiri ossessionati dalla vendetta, enormi lupi mutanti, una voragine aperta al centro del mio petto—ma di fronte agli indizi la verità era ovvia e imbarazzante.
Jacob mi evitava. Charlie diceva che aveva un’aria strana, irritata... Billy mi dava risposte vaghe e inutili.
Santo cielo, sapevo esattamente cos’era accaduto a Jacob.
Era colpa di Sam Uley. Persino i miei incubi avevano cercato di dirmelo. Sam era arrivato a Jacob. Qualunque cosa fosse successa agli altri ragazzi della riserva, aveva coinvolto anche lui e me lo aveva tolto. Era stato risucchiato dalla setta di Sam.
In un impeto di lucidità, capii che non aveva affatto rinunciato a me.
Restai col motore acceso di fronte a casa. Cosa dovevo fare? Calcolai pro e contro.
Se fossi andata a cercare Jacob, avrei rischiato che Victoria o Laurent attaccassero anche lui.
Se non ci fossi andata, Sam lo avrebbe legato a doppio filo alla sua banda inquietante e oppressiva. Aspettare oltre era un rischio troppo grosso.
Era trascorsa una settimana e nessun vampiro era ancora venuto a cercarmi. Sette giorni erano più che sufficienti perché tornassero, perciò, forse, non ero tra le loro priorità. Verosimilmente, come già avevo intuito, sarebbero venuti di notte. Le probabilità che mi seguissero fino a La Push erano molto più basse del rischio di lasciare Jacob a Sam.
Valeva la pena di percorrere la strada isolata nella foresta. La mia non era una banale visita di cortesia. Sapevo cosa stava accadendo. Era una missione di salvataggio. Ero decisa a parlare con Jacob, anche a rapirlo, se necessario. Una volta avevo visto un documentario che parlava di deprogrammazione di chi aveva subito un lavaggio del cervello. Doveva per forza esserci una cura.
Prima di tutto decisi di chiamare Charlie. Forse, qualunque cosa stesse succedendo a La Push, era meglio che la polizia ne fosse al corrente. Sentivo dentro di me la frenesia, l’impazienza di mettermi in moto.
Fu Charlie a rispondere al telefono del commissariato.
«Ispettore Swan».
«Papà, sono Bella».
«Che hai combinato?».
Stavolta non potevo controbattere alle sue supposizioni apocalittiche. Mi tremava la voce.
«Sono preoccupata per Jacob».
«Perché?», chiese, sorpreso dall’argomento.
«Penso... penso che giù alla riserva succedano cose strane. Jacob mi ha raccontato di episodi assurdi che hanno coinvolto i suoi coetanei. Adesso anche lui si comporta come loro e ho paura».
«Che genere di episodi?». Usava la sua voce professionale, da poliziotto in servizio. Meglio così: mi stava prendendo sul serio.
«All’inizio aveva paura, poi ha cominciato a evitarmi e ora... temo che sia entrato in quella banda assurda, quella di Sam. La banda di Sam Uley».
«Sam Uley?», fece eco Charlie, preso in contropiede.
«Sì».
Quando rispose, era più rilassato. «Secondo me hai capito male, Bells. Sam Uley è un bravissimo ragazzo. Be’, ormai è un uomo. Un figlio modello. Dovresti sentire Billy quando parla di lui. Sta facendo meraviglie con i ragazzi della riserva. È stato lui a...». Charlie s’interruppe a metà frase, di sicuro stava per parlare della notte in cui mi ero persa nella foresta. Lo incalzai all’istante.
«Papà, non è così. Jacob aveva paura di lui».
«Hai provato a parlarne con Billy?». Cercava di tranquillizzarmi. Me l’ero giocato, parlandogli di Sam.
«Billy non è preoccupato».
«Be’, allora sono sicuro che è tutto a posto, Bella. Jacob è un ragazzino; probabilmente ha solo esagerato. E sono certo che stia bene. In fondo, non penserai che passi ogni minuto del suo tempo con te».
«Io non c’entro», ribadii, ma ormai la battaglia era persa.
«E dai, non preoccuparti. Lascia che sia Billy a prendersi cura di Jacob».
«Charlie...». Il mio fu quasi un lamento straziato.
«Bells, ho parecchio da fare, oggi. Due turisti si sono persi nei dintorni del sentiero del lago a mezzaluna». C’era un che di ansioso nel suo tono. «La faccenda dei lupi ci sta sfuggendo di mano».
Per qualche istante fui distratta—anzi, sbalordita—dalle sue notizie. Era impossibile che i lupi fossero sopravvissuti a uno scontro con Laurent... «Sei sicuro che c’entrino i lupi?», chiesi.
«Temo proprio di sì, piccola. Stavolta abbiamo trovato impronte e... anche del sangue».
«Ah!». Probabilmente non c’era stato alcuno scontro, allora. Laurent doveva averli seminati, ma perché? La scena a cui avevo assistito nella radura mi risultava sempre più strana e incomprensibile.
«Senti, adesso devo andare. Non preoccuparti per Jake, Bella. Sono sicuro che non è niente».
«Va bene», abbozzai, delusa ma conscia che c’era una crisi più urgente in corso. «Ciao». Riattaccai.
Per qualche interminabile istante osservai il telefono. E che cavolo, mi dissi.
Billy rispose al secondo squillo.
«Pronto?».
«Ciao Billy», quasi gli ringhiai addosso. Cercai di essere più amichevole. «Mi puoi passare Jacob, per favore?».
«Non è in casa».
Maledizione. «Sai dov’è andato?».
«È uscito con gli amici». Il tono di Billy era circospetto.
«Ah sì? Qualcuno di mia conoscenza? Quil?». Io per prima mi rendevo conto di non sembrare affatto disinvolta e spontanea.
«No», disse Billy, lentamente. «Non credo che sia con Quil, oggi».
Meglio non menzionare Sam, lo sapevo.
«Embry?», chiesi.