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«Ti amo, mia cara, non dubitarne mai. È un incarico ingrato, questo che mi hanno affidato, e la tua fede in me è una delle cose che mi aiutano a tirare avanti…»

Lesse con grande attenzione, sforzandosi per un momento di scordare ciò che quella lettura significava per lui e di considerarla invece un messaggio scritto da un estraneo. Aveva detto troppo? Non gli pareva. E non conteneva niente che rivelasse dove si trovava o la natura del suo incarico. Chiuse la busta, ma non scrisse né nome né indirizzo. Poi fece un’altra cosa che, strettamente parlando, costituiva una violazione al suo giuramento. Mise la lettera in una seconda busta che indirizzò al suo avvocato di Washington, dopo avervi incluso un biglietto d’accompagnamento.

George avrebbe intuito la verità, ma sarebbe stato capace di mantenere il segreto come qualunque dipendente del Central Intelligence. Sadler non era riuscito a escogitare un altro sistema sicuro per far giungere la sua lettera a Jeanette ed era pronto a correre quel piccolo rischio per la sua pace, e per quella di lei.

Chiese dove fosse la più vicina buca delle lettere (non erano facili a trovarsi, a Central City) e fece scivolare la busta nella fessura.

Accanto alla cassetta c’era un’edicola, e Sadler comprò una copia del “Central News”. Aveva dinanzi a sé ancora parecchie ore prima che il treno partisse per l’Osservatorio, e se era in corso qualcosa di interessante, il giornale locale l’avrebbe senza dubbio messo al corrente.

Le notizie politiche erano concentrate in uno spazio tanto esiguo che Sadler si chiese se non fosse in funzione la censura. Leggendo i titoli nessuno si sarebbe potuto rendere conto che era in atto una grave crisi; era necessario scorrere tutto il giornale per trovare qualche accenno alla situazione. In basso, in seconda pagina, per esempio, era detto che un’astronave della Terra era stata trattenuta in quarantena al largo di Marte e non le era stato permesso di atterrare, mentre un’altra non aveva avuto il permesso di decollare da Venere. Sadler era sicurissimo che si trattava di motivi politici, e non sanitari: la Federazione cominciava a mostrare i denti.

In quarta pagina c’era una notizia ancora più significativa. Una squadra di esploratori era stata arrestata su un remoto asteroide vicino a Giove, con l’accusa di avere violato il regolamento di sicurezza spaziale. Sadler sospettava che l’accusa fosse falsa… quanto gli esploratori. Era più plausibile pensare che il Central Intelligence avesse perso alcuni agenti.

Nelle pagine di centro, un editoriale alquanto ingenuo, scritto per illuminare la situazione, esprimeva la fiduciosa speranza nella vittoria del buonsenso. Sadler, che non nutriva illusioni sul buonsenso degli uomini, restò scettico e passò a leggere la cronaca locale.

Tutte le comunità umane, dovunque si trovino, seguono gli stessi schemi. La gente nasceva, veniva cremata (conservando con cura fosforo e nitriti), si sposava e divorziava, andava di qua e di là, dava feste, teneva comizi di protesta, veniva coinvolta in incidenti, scriveva Lettere al Direttore, cambiava lavoro… proprio come sulla Terra. Perché mai l’uomo si era preso la briga di lasciare il suo mondo, se nonostante tutto la sua natura fondamentale restava pressoché invariata? Tanto valeva che se ne fosse rimasto a casa, invece di esportare se stesso e le proprie debolezze, con grande spesa, su un altro mondo.

“È il lavoro che fai, a renderti cinico” pensò Sadler. “Vediamo un po’ quali divertimenti offre Central City.”

Aveva perso un torneo di tennis che valeva la pena di vedere, nella Cupola 4. Lassù, così gli avevano detto, le palle da tennis avevano lo stesso peso e la stessa massa, ma erano tutte bucherellate in modo da offrire maggior resistenza all’aria, e perciò i tiri effettuati erano all’incirca eguali a quelli che si facevano sulla Terra.

Nella Cupola 3 c’era un ciclorama che prometteva un giro nel Bacino delle Amazzoni (punture di zanzara a volontà), giro che aveva inizio ogni due ore. Dal momento che era arrivato da poco dalla Terra, Sadler non provava alcun desiderio di tornarci subito.

Si lasciò attrarre, alla fine, dalla palestra-piscina della Cupola 2, che costituiva la principale attrazione del campo sportivo di Central City ed era molto frequentata dal personale dell’Osservatorio.

La Cupola 2 era dalla parte opposta della città, e Sadler prese la metropolitana. Quando entrò nel campo sportivo ebbe l’impressione che tutto il personale dell’Osservatorio si fosse dato convegno in palestra. Il dottor Molton era impegnato con un vogatore e teneva l’occhio fisso sull’indice che misurava le remate. L’ingegnere capo, tenendo gli occhi semichiusi secondo le istruzioni, stava coricato al centro di un cerchio di tubi ultravioletti alla cui luce la sua abbronzatura assumeva sfumature spettrali. Uno dei medici di Chirurgia era indaffarato a colpire con tal foga un punching-ball, che Sadler sperò di non dover avere mai bisogno delle sue cure. Un tipo scontroso che doveva appartenere al Reparto Sussistenza cercava di sollevare un peso da una tonnellata, il che, anche tenendo conto della minor gravità, era pur sempre cosa da fargli tanto di cappello.

Gli altri erano in piscina, e Sadler si unì a loro. Non sapeva bene che cosa si fosse aspettato, tuttavia aveva creduto che nuotare sulla Luna gli avrebbe fatto un’impressione diversa che sulla Terra. Invece era lo stesso, e l’unica differenza, dovuta all’effetto gravitazionale, era il peso anormale dell’acqua e la lentezza con cui si muoveva.

I tuffi riuscirono bene, finché non cercò di strafare. Era bellissimo tuffarsi e scendere così lentamente da avere il tempo di guardarsi intorno. Ma poi, audacia delle audacie, Sadler rischiò un salto da cinque metri… il che, dopo tutto, corrispondeva a un metro scarso sulla Terra.

Peccato che non calcolò bene il tempo della caduta, e fece un mezzo giro in più, o in meno. Cadde così di spalla, e si ricordò troppo tardi dei colpo che era possibile prendere anche da un’altezza così bassa, sbagliando lo slancio. Si arrampicò sul bordo della piscina zoppicando e con la sensazione che lo avessero scorticato vivo. Quando uscì dal campo sportivo, si unì a Molton e agli altri. Stanco ma soddisfatto e con la sensazione di aver acquistato molte nozioni utili sul modo di vivere lunare, Sadler si appoggiò allo schienale del sedile mentre il treno monorotaia usciva dalla stazione e le grandi porte si richiudevano ermeticamente alle loro spalle. Il cielo azzurro picchiettato di nubi cedette il posto all’aspra realtà della notte lunare. La Terra era immutata, così come l’aveva vista qualche ora prima. Cercò l’abbagliante Nova Draconis, poi si ricordò che a quella latitudine restava coperta dall’orlo settentrionale della Luna.

Guardando le cupole di Central City, Sadler fu colpito da un pensiero triste e improvviso. Quelle protezioni erano state costruite per reggere alle forze che la natura poteva scatenare contro di esse… ma come sarebbero state pietosamente fragili se avessero dovuto affrontare la furia dell’uomo!

7

— Sono sempre del parere che si scatenerà il finimondo, quando il vecchio verrà a saperlo — disse Jamieson mentre il trattore si dirigeva verso la parete meridionale del Platone.

— E perché dovrebbe venirlo a sapere? — fece Wheeler di rimando. — Al suo ritorno avrà troppo da fare per occuparsi di noi. E poi, in fin dei conti, paghiamo il carburante che adoperiamo. Quindi, piantala di preoccuparti e goditela! È la nostra giornata di libertà, casomai te ne fossi scordato!

Jamieson non rispose, poiché era troppo occupato a guardare la strada che gli si stendeva davanti, posto che la si potesse chiamare strada. L’unico indizio che altri veicoli l’avevano percorsa era qualche solco nella polvere, e poiché quei segni sarebbero rimasti per l’eternità lì sulla Luna dove non soffiava il vento, non occorrevano altre indicazioni. Di tanto in tanto ci si imbatteva in cartelli che dicevano: “Pericolo-Fenditure “, o: “Rifornimento ossigeno a 10 Km”.