Shizuko non è l’unica persona a farmi da guardia. Credo di averne identificate altre quattro, e mi chiedo se sono tutte. Quasi certamente no, perché a volte, guardandomi attorno, non ne ho vista nemmeno una; eppure direi che la tattica è tenermi sempre qualcuno vicino.
Paranoia? Parrebbe di sì, ma non è vero. Sono una professionista che è rimasta in vita accorgendosi sempre della minima stranezza. La nave ha seicentotrentadue passeggeri di prima classe, una sessantina di ufficiali in uniforme, equipaggio a sua volta in uniforme, e lo staff del direttore di crociera: steward e hostess e ballerini e artisti vari, eccetera. Questi ultimi vestono come i passeggeri, ma sono giovani e sorridono e considerano proprio dovere fare in modo che i passeggeri stiano allegri.
I passeggeri: su questa nave, un passeggero di prima classe con meno di settant’anni è una rarità; come me, per esempio. Abbiamo due ragazzine, un ragazzino, due giovani signore, e una coppia di ricchi in luna di miele. Per il resto, in prima classe sono tutti candidati a una clinica geriatrica. Sono molto vecchi, molto ricchi, ed estremamente egoisti; a parte quei cinque o sei che sono riusciti a invecchiare senza inacidirsi.
Ovviamente nessuno di questi vecchi mi fa la guardia, e nemmeno i più giovani. In quanto al personale di crociera, ho individuato tutti nelle prime quarantotto ore, fossero musicisti o che altro. Potrei sospettare che qualcuno dei giovani ufficiali sia stato incaricato di sorvegliarmi, però fanno tutti il loro turno di servizio, in genere otto ore su ventiquattro, e quindi non possono accettare un altro lavoro a tempo pieno. Ma il mio naso non mi inganna; so perché mi seguono in continuazione. Di solito a terra non sono oggetto di tante attenzioni, però sulla nave c’è una penuria notevole di giovani donne da portare a letto: trenta giovani ufficiali di sesso maschile contro quattro giovani signore non coniugate in prima classe, oltre a Friday. Con una sproporzione del genere, una donna giovane dovrebbe avere un alito tremendo per non trascinarsi dietro una coda come una cometa.
Comunque, inquadrate tutte queste categorie, mi risulta inspiegabile la presenza di alcuni uomini. Prima classe? Sì, mangiano nel salone Ambrosia. Uomini d’affari? Forse; però, stando al primo vice commissario di bordo, gli uomini d’affari viaggiano in seconda, che non è lussuosa come la prima ma altrettanto comoda, e costa la metà.
Esempio: quando Jerry Madsen mi porta al Buco Nero con i suoi amici, c’è questo tizio solitario chino sul suo drink in un angolo. Il mattino dopo, Jimmy Lopez mi porta a nuotare; alla piscina c’è lo stesso tipo. In sala da gioco mi faccio una partita a carte con Tom; il mio pedinatore è intento a un solitario all’angolo opposto.
Una volta o due potrebbero essere coincidenze… ma dopo tre giorni sono certa che appena esco dalla cabina Bb, appare uno o l’altro dei quattro uomini. Di solito si tiene lontano da me per quanto glielo permette la geometria degli spazi; però c’è. Il signor Sikmaa mi ha ficcato in testa che avrei trasportato «l’oggetto di maggior valore che sia mai stato affidato a un corriere». Ma non mi aspettavo che trovasse necessario farmi circondare da guardie sulla nave. Pensava che qualcuno potesse cogliermi di sorpresa e rubarmelo dall’ombelico?
Oppure non sono uomini del signor Sikmaa? Il segreto è stato divulgato prima che io lasciassi la Terra? Il signor Sikmaa pareva un professionista attento… Però Mosby e la sua segretaria gelosa? Non so; e non ne so abbastanza di politica interna del Regno per azzardare ipotesi.
Più tardi: tutte e due le giovani donne fanno parte della squadra che mi sorveglia, ma spuntano solo dove e quando gli uomini non possono. Nel salone di bellezza, in bagno, nella sauna per signore, eccetera. Non mi danno mai fastidio, ma io sono già stanca. Sarà un piacere consegnare il mio «oggetto» per potermi poi godere questo viaggio meraviglioso. Per fortuna il meglio verrà dopo che avremo lasciato il Regno. Avamposto è un tale gelo (letteralmente!) che non sono previste escursioni esterne. Botany Bay ha fama di essere molto bello, e devo vederlo perché è un posto dove potrei emigrare.
Del Regno si racconta che sia ricco e bello, e voglio vederlo come turista, ma non mi trasferirò lì. Gode della reputazione di essere ben governato, ma è una dittatura assoluta come quella dell’Impero di Chicago, e ne ho avuto abbastanza. Comunque, c’è un motivo più sostanzioso per non chiedere un visto d’immigrazione: so troppo. Ufficialmente non so nulla, perché il signor Sikmaa non l’ha mai ammesso e io non gliel’ho chiesto; però non forzerò la mano alla fortuna pretendendo di vivere lì.
Mezzavia è un altro posto che voglio vedere senza restarci. Due soli in cielo bastano a renderlo speciale… ma è il papa in esilio che lo rende davvero speciale: per una visita, non per la residenza perenne. È perfettamente vero che lì celebrano la messa in pubblico! Lo dice il capitano van Kooten, e Jerry mi racconta di averlo visto coi propri occhi e potrò vederlo anch’io; non si paga il biglietto, ma un’offerta caritatevole fatta da un laico rientra nelle buone maniere.
Sono tentata di farlo. Non è realmente pericoloso, e con molta probabilità non avrò mai più un’occasione del genere in vita mia. Ovviamente vedrò Alcione e Paese di Cuccagna. Devono essere tutti e due extraspeciali, o non imporrebbero prezzi così alti… Però cercherò il verme nella mela ogni minuto, come l’ho cercato per Eden. Odierei chiedere a Gloria di pagare una cifra enorme per farmi emigrare, e poi scoprire che odio il posto.
Foresta non dovrebbe essere un granché per un turista, niente divertimenti, ma voglio studiarmelo a fondo. È la colonia più recente, è ovvio, ancora a livello delle case di legno e totalmente dipendente dalla Terra e/o dal Regno per arnesi e strumenti.
Ma non è proprio quello il periodo più adatto per unirsi a una colonia, se si vuole provare la gioia selvaggia a ogni minuto?
Jerry ha un’aria cupa. Mi dice di andare a vedere… e di scoprire da sola che la vita nella foresta primordiale è notevolmente sopravvalutata.
Non so. Forse potrei trattare, chiedere il privilegio di una sosta; reimbarcarmi su questa nave o su una delle sue sorelle fra qualche mese. Devo chiedere al capitano.
Ieri al cinema Stardust c’era un olo che volevo vedere, una commedia musicale, Lo yankee del Connecticut e la regina Ginevra. Doveva essere molto divertente, con musiche in stile revival romantico, pieno di bei cavalli e di sfarzo. Sfuggii ai miei corteggiatori e andai sola. O quasi sola; non riuscii a sbarazzarmi delle mie guardie.
Quest’uomo (il «numero tre» nella mia mente, anche se la lista dei passeggeri dice che è HOWARD J. BULLFINCH, SAN DIEGO) mi seguì e sedette direttamente dietro di me… Insolito, perché in genere se ne stanno il più lontano possibile, a seconda delle dimensioni del locale. Forse pensava di potermi perdere quando le luci si fossero abbassate; non so. La sua presenza lì dietro mi distrasse. Quando la regina azzannò lo yankee e lo trascinò nel suo boudoir, anziché pensare al divertimento che l’olo mi offriva, cercai di dividere e analizzare tutti gli odori che mi arrivavano; non facile, in un cinematografo affollato.
Finito l’olo, riaccese le luci, raggiunsi il corridoio laterale in contemporanea con l’uomo; lui mi cedette il passo. Sorrisi e ringraziai, poi uscii dalla porta centrale; lui mi seguì. L’uscita porta a una scaletta, quattro gradini in tutto. Inciampai, caddi indietro, e lui mi afferrò.
— Grazie! — dissi. — Adesso ti porto al bar Centauro e ti offro un drink.
— Oh, ma niente affatto!
— Oh, e invece sì. Così mi spiegherai perché mi segui e chi ti paga e diverse altre cose.
Lui esitò. — Vi sbagliate.
— Non io, Mac. Mi segui tranquillamente, o preferisci spiegarti col capitano?
Quello uscì in un sorriso perplesso (o era cinico?). — Le vostre parole sono molto convincenti, anche se vi sbagliate. Però insisto, pagherò io da bere.