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Un rombo di tuono fece vibrare il terreno. Ma non proveniva dal cielo. Il cielo a nord avvampava di rosso, e all’esterno della capanna si levarono i gemiti spaventati della gente. Il vulcano ribolliva, stava per iniziare la terribile eruzione. Ahriman stava sciogliendosi i muscoli.

— Non c’è tempo da perdere — dissi. — Dobbiamo andare via subito.

Dal annuì. — Andate. Ava, guida tu il clan. Manda qui gli anziani; dirò loro che comanderai tu finché non sceglieranno un altro capo.

— Ma vieni anche tu! — esclamò lei.

Dal indicò la gamba. — E come posso venire? Non riuscivo ad arrampicarmi su quelle rocce nemmeno quando avevo tutte e due le gambe sane.

Ero tentato di dargli ragione. Sarebbe già stato abbastanza problematico portare in salvo quel centinaio di uomini, donne e bambini, che non avevano mai scalato un dirupo prima d’ora. Un uomo con una gamba inutilizzabile avrebbe potuto rallentare la fuga, fino a farci sommergere dalle acque. E se Dal fosse rimasto indietro, avrei avuto Ava tutta per me una volta al sicuro.

Lo fissai negli occhi. Sì, aveva paura; mi credeva, e sapeva che rimanendo lì sarebbe morto. Eppure era pronto a sacrificarsi per la salvezza del suo clan. Coraggio, cocciutaggine, pura e semplice stupidità… qualunque cosa fosse a spingerlo ad agire così, io non potevo abbandonarlo lì a morire.

Mi chinai e lo alzai in piedi. Poi, portandomi sul lato della gamba ferita, lo afferrai per la vita.

— Aggrappati alle mie spalle e appoggiati a me — gli ordinai.

— Non puoi…

— Non discutere! Non c’è tempo da perdere! — lo zittii.

Ava mi guardò raggiante, mentre uscivamo dalla capanna. Dal cominciò a urlare ordini alla gente. I giovani del clan corsero ad avvertire gli altri clan. Le donne raccolsero dalle capanne tutti i viveri che potevano, gli uomini presero i loro attrezzi e le armi.

— Il grano! — esclamò Ava. — Che ne sarà del grano?

— Sarà spazzato via dall’alluvione — risposi.

— No! — Ava partì di corsa verso i campi, facendo segno a due ragazze di seguirla.

L’Ararat brontolò ancora, facendo tremare la terra. Ora dalla cima del vulcano sgorgava vapore rovente, e capii che presto la situazione sarebbe precipitata. Il torrente che scorreva pigro nella valle adesso fluiva impetuoso, traboccando già dalle sponde in alcuni punti, allagando i primi campi e andando a ingrossare il lago in fondo alla cascata. La cascata stessa piombava dalle terrazze con maggiore violenza e una massa d’acqua sempre più impressionante. Dallo specchio del lago si alzava un velo di foschia che filtrava i raggi inclinati del sole al tramonto in un arcobaleno di bellezza diabolica.

— Da questa parte — gridai, mentre la gente si radunava attorno a Dal e a me; erano spaventati, confusi, lanciavano occhiate piene di terrore al torrente rabbioso e al vulcano.

— Ubbidite a Orion! — ordinò Dal. — Solo lui può salvarci. Non attiratevi la collera degli spiriti dei morti disubbidendogli.

Sembrarono calmarsi un po’… Dicci cosa fare, indicaci una via, guidaci… da qualsiasi parte, se tu sai cosa fare… Non occorreva altro per impedire a una folla spaventata di trasformarsi in una marea autolesionista in preda al panico.

Ci dirigemmo verso le rocce, allontanandoci dal torrente in piena. Dal si appoggiava a me, zoppicando sulla gamba sana. Con la coda dell’occhio, vidi che la gente degli altri clan aveva cominciato a seguirci. Però non riuscii a scorgere il volto di Ava nella moltitudine.

Finalmente arrivammo alla base del dirupo, e io feci sedere Dal su una roccia. Scegliendo due adolescenti agili, formai una cordata usando delle liane e partii in testa lungo la parete. A differenza degli anziani, i ragazzi erano abbastanza giovani da non sapere cosa fosse impossibile o no. Mi seguirono senza fare in pratica nessun passo falso.

Toccammo senza problemi la sommità, dove il sole era ancora sopra l’orizzonte. In basso, il torrente stava allungando i suoi tentacoli in ogni direzione, allagando rapidamente i campi e avanzando verso le capanne deserte. La cascata all’estremità della valle era nascosta da un muro di foschia, però anche a quella distanza si sentiva il suo fragore.

Lavorando in fretta, legammo le corde agli alberi e le gettammo a quelli che aspettavano sotto di noi. Ordinai ai ragazzi di restare lì, poi mi precipitai giù, iniziando a organizzare l’ascesa degli altri. Sotto lo sguardo ammirato di Dal, la gente si issò sulla parete scoscesa, arrampicandosi lentamente a forza di braccia, una mano dopo l’altra lungo le corde.

— Hai visto Ava? — chiesi.

— No…

— Arriviamo! — gridò Ava.

Alzai lo sguardo. Ava e le due ragazze stavano avvicinandosi, stanche ma sorridenti, portando sulle spalle grosse sacche di pelle.

— Abbiamo raccolto tutto il grano tagliato che riuscivamo a portare — disse Ava felice. — Tutti i semi di cui ci hai parlato, Orion. E radici e bacche, tutto quello che siamo riuscite a trovare. Lo portiamo con noi. Pianteremo i semi la prossima primavera.

Sorrisi. Guardando il vulcano fumante, pensai che Ahriman aveva perso. L’idea dell’agricoltura aveva trovato un terreno fertile lì, e le sue radici avevano attecchito. E le leggende si sarebbero tramandate di generazione in generazione fino all’invenzione della scrittura, avrebbero confuso la vera storia dell’Ararat: era stata una donna, non Noè, e aveva salvato le piante che avrebbero sfamato l’uomo, non gli animali che potevano sottrarsi all’alluvione coi propri mezzi. La mitologia di solito si basa su un fondo di verità, ma come avrebbero distorto quella vicenda le tribù patriarcali!

Per tutto il tramonto quei primitivi si impegnarono come mai si erano impegnati prima d’allora. Il brontolio del vulcano era sempre più minaccioso, e dalla vetta cominciarono a levarsi colonne di fumo nero striate di fiamme. Il cielo si oscurò, e il bagliore dei lampi squarciò il crepuscolo, spaventando la gente ancor di più. Ma la gente si arrampicava tenacemente, annaspava, si aggrappava, si trascinava lungo le corde verso la salvezza. I giovani e i ragazzi più robusti aiutarono i vecchi e i meno agili. I bambini si stringevano al collo degli uomini. Io feci il viaggio di andata e ritorno ripetutamente, per aiutare tutti quelli che potevo.

Dal sedeva sulla roccia ai piedi del dirupo, organizzando l’esodo, tenendo a bada il panico di chi doveva ancora scalare la parete.

Adesso l’Ararat ci rischiarava la sera col suo lugubre fulgore rossastro; dal cratere schizzavano macigni grandi quanto una casa e lingue di lava rovente. Ad ogni ruggito della montagna, la terra tremava, ma non si trattava di un vero terremoto… non ancora.

Poco più della metà della gente era arrivata in cima al dirupo, quando l’alluvione dilagò nella valle. La parete di roccia da cui sgorgava il torrente esplose in una doccia gigantesca di acqua e vapore, proiettando massi a centinaia di metri di distanza. La cisterna naturale dov’ero sbucato si era riempita completamente; non solo, il calore delle forze tettoniche scatenato da Ahriman l’aveva trasformata in una colossale caldaia. L’acqua aveva raggiunto la temperatura di ebollizione, e il vapore espandendosi aveva sventrato il fianco della montagna con la forza devastante di tonnellate di esplosivo.

Un muro di acqua bianca si riversò nella valle ruggendo. Il vapore sibilava verso il cielo buio, e cominciò a cadere una pioggia bollente.

Stavo scendendo per aiutare un altro paio di persone a salire, e mi trovavo a metà del dirupo, quando accadde. Nonostante l’oscurità, vedevo tutto in modo chiaro… vidi la gente ancora in fondo che fissava paralizzata dal terrore quella marea micidiale che si scagliava contro di noi.

— Presto, presto, muovetevi! — urlai, lasciando andare la corda, e terminai la discesa a balzi, atterrando violentemente e rotolando su me stesso per assorbire l’impatto.